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Posts Tagged ‘Tzvetan TOdorov’

Quello che segue è il testo del “manifesto” lanciato da un ampio schieramento di forze della società civile per la promozione di un’iniziativa dei cittadini europei per l’occupazione e lo sviluppo. L’ICE è un istituto di democrazia partecipativa previsto dall’art. 11 del Trattato di Lisbona che consente a un milione di cittadini, di almeno 7 paesi UE di presentare alla Commissione europea una proposta di legge di iniziativa popolare europea, La raccolta di firme verrà lanciata il 24 marzo in varie capitali europee.

Sono trascorsi sei anni, ma la grave crisi che l’Europa sta attraversando non è superata. L’euro, pilastro del mercato unico, non è ancora al sicuro. Il rischio di una rinazionalizzazione delle politiche economiche, disastrosa per l’economia e per il welfare di ciascuno dei Paesi dell’Unione, nessuno escluso, è un rischio grave e reale.

Il rigore di bilancio su cui hanno puntato i governi, pur necessario per affrontare la crisi del debito, anche per l’eccessiva compressione dei tempi di attuazione ha avuto l’effetto di aggravare la spirale depressiva, compromettendo lo stesso obiettivo del risanamento. Occorre pensare in termini nuovi. Accanto al completamento del mercato unico, specie nel comparto fondamentale dei servizi, si deve ormai con urgenza porre mano ad un Piano straordinario che faccia ripartire lo sviluppo. Uno sviluppo sostenibile, fondato sulla realizzazione di infrastrutture europee, sulle nuove tecnologie, sulle nuove fonti di energia, sulla tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale, sulla ricerca di punta, sull’istruzione avanzata e sulla formazione professionale.

Un tale Piano deve innanzitutto promuovere l’occupazione con un volume di risorse destinate ad investimenti in beni pubblici europei tale da generare alcuni milioni di posti di lavoro, in particolare in quei Paesi nei quali l’emergenza sociale della disoccupazione di massa ha raggiunto livelli allarmanti, tali da mettere a rischio le stesse democrazie.

Queste risorse finanziarie aggiuntive

si possono ottenere mobilitando risorse proprie dell’Unione (quali ad esempio una tassa europea sulle transazioni finanziarie e una tassa sulle emissioni di carbonio), capitali privati (con Project bonds europei) e risorse messe a disposizione dalla Banca Europea per gli Investimenti.

La cooperazione intergovernativa si è rivelata del tutto insufficiente. Il Parlamento europeo si sta muovendo, anche in vista delle elezioni del 2014. Ma per dare una spinta decisiva a un processo troppo lento occorre che si levi finalmente una voce dai cittadini europei.
Di qui l’importanza della proposta, avanzata da un ampio  schieramento di forze, dai movimenti federalisti ed europeisti, dai sindacati e da numerose associazioni della società civile di una Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE), sulla base del Trattato di Lisbona (art. 11) per un Piano europeo straordinario per lo  sviluppo sostenibile e per l’occupazione. Questa proposta merita di essere sostenuta con forza.

L’integrazione europea è stato il grande contributo di civiltà che l’Europa ha offerto al mondo, dopo che per sua responsabilità per due volte esso si era lacerato con due sanguinose guerre mondali. Il processo di unione ha assicurato all’Europa la pace per oltre 60 anni e il raggiungimento di un benessere senza precedenti nella storia. Ha costituito un modello per l’intero pianeta.
Ora tutto questo è a rischio. I cittadini imputano la responsabilità della crisi all’Europa che è percepita come un ostacolo, come una fonte di disuguaglianza tra i cittadini e tra gli Stati, non più come una speranza per il nostro futuro. Il ritorno del nazionalismo può essere contrastato solo se i cittadini pretenderanno che l’Europa dimostri di saper rispondere ai loro bisogni.

E’ dunque venuto il tempo di aprire le vie ad una presenza attiva dei cittadini europei nel mondo di oggi e di domani.

Primi firmatari: Michel Aglietta, Michel Albert, Ulrich Beck, Don Luigi Ciotti, Daniel Cohn Bendit, Monica Frassoni, Emilio Gabaglio, Olivier Giscard d’Estaing, Sylvie Goulard, Pascal Lamy, Yves Mény, Claus Offe, John Palmer, Romano Prodi, Salvatore Settis, Dusan Sidjanski, Barbara Spinelli, Tzvetan Todorov

13 marzo 2014

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Di Alberto Papuzzi, La Stampa, 23 maggio 2012
“Messianesimo politico, ultra-liberismo, populismo xenofobo: sono perversioni dei suoi stessi principi, nemici intimi, oggi più pericolosi del fascismo e del comunismo”

«I nemici più pericolosi della democrazia, al giorno d’oggi, non sono più quelli che ne minacciavano l’esistenza una volta, il fascismo e il comunismo, né i diversi gruppi estremisti e terroristici del nostro tempo, che possono ferirla ma non farla morire», dice il professor Tzvetan Todorov, l’intellettuale bulgaro, ma francese di elezione, che a gennaio ha pubblicato il saggio Les ennemis intimes de la démocratie (Editions Robert Laffont) e che domani terrà una lezione alla Scuola di studi superiori di Torino.

Chi sono allora, professore, i nuovi nemici della democrazia nel mondo?
«I nuovi nemici sono piuttosto figli della democrazia stessa, perversioni dei suoi principi. Nel mio libro ne considero tre: il messianesimo politico, l’ultra-liberismo e il populismo xenofobo. Li definisco “intimi” nel senso della prossimità che hanno con la democrazia. Avanzano sotto apparenze democratiche, ma ogni volta spingono un’idea democratica fino al parossismo».

Come possiamo affrontarli e combatterli?
«In quanto figli della democrazia sono difficili da combattere; spesso non sono nemmeno percepiti come nemici. Si deve prendere coscienza del pericolo che rappresentano e cercare di ridurre la loro influenza. Non sono invincibili».

Ma la democrazia che cos’è: un modello ideale di organizzazione della società o il livello minimo di regole e garanzie che rendono possibile la convivenza umana?
«La democrazia non è la sola forma di governo legittimo, altri regimi hanno anch’essi regole e garanzie. D’altra parte la democrazia non ci promette il paradiso in terra: d’emblée si presenta come un regime imperfetto fatto per esseri imperfetti, e non per degli angeli o degli eroi, che però si è dato i mezzi legali per correggere i propri errori e debolezze, cambiando i governi o modificando le leggi, e riconoscendo la libertà di criticare i potenti».

A proposito di democrazia, lei pensa che sia possibile esportarla? O invece pensa che dovremmo diffidare dalla «tentazione del Bene», come suona il titolo di uno dei suoi libri?
«L’esportazione del Bene con la forza è proprio ciò che io chiamo “messianesimo politico”. Gli esempi di Iraq, Afghanistan e Libia mostrano che non è stato coronato dal successo. Perché la violenza di cui ci serviamo per promuovere il Bene, e all’occorrenza la democrazia, lo corrompe dall’interno. Si pretende di difendere i diritti dell’uomo, ma si finisce per praticare la tortura e sbeffeggiare la legalità, come illustrano Abu Ghraib e Guantanamo».

In Francia, Italia, Germania, Inghilterra e altri Paesi, c’è una tendenza a considerare barbari gli immigrati dalle aree povere del mondo. Questo sentimento sta crescendo o lei vede anche emergere un movimento di ospitalità?
«Il mondo d’oggi conosce movimenti di popolazioni senza precedenti e nel futuro questi movimenti non potranno che accelerare. Se l’assenza di discriminazioni verso gli stranieri e gli immigrati deve venire solo dalla nostra virtù morale e da un moto di generosità, c’è da temere che non si imporrà mai: la buona volontà non è sufficiente per superare i nostri egoismi. Ma l’apertura agli altri può essere nel nostro interesse, spirituale e materiale. La ricchezza d’un Paese è creata dalla gente che lo abita e vi lavora, non è una torta di dimensioni stabilite in anticipo che bisogna ripartire tra un minimo di convitati».

Cosa pensa, lei, dell’Europa in questa fase piuttosto critica? È come un gigante dai piedi d’argilla?
«L’Unione Europea soffre del fatto che l’integrazione tra le nazioni che la compongono non procede allo stesso ritmo nei vari dominî. All’unificazione commerciale e monetaria non corrisponde una sufficiente unità sul piano economico né su quello politico. Certi pensano che si debba smantellare la Ue, io sono invece persuaso del contrario: abbiamo bisogno di più Europa, non di meno Europa. Ma deve essere rinforzata la sua funzione democratica, si deve permettere alle popolazioni di esprimere la propria volontà. L’Unione Europea non deve essere comandata dai dirigenti dei Paesi più potenti, per esempio Germania e Francia. Il suo organismo più democratico è il parlamento, ma non ha sufficiente potere. Bisognerebbe eleggere nel suo seno il presidente d’Europa, una funzione che rimpiazzerebbe il presidente della Commissione e il presidente del Consiglio».

Lei ha definito il Novecento il secolo delle tenebre. Dopo i Lager, i gulag e altri orrori alle nostre spalle, è ancora possibile creare un sistema di valori morali?
«Le manifestazioni estreme del Male, come i campi di concentramento, non impediscono di pensare ai valori morali. Di fronte all’estremo, certi esseri umani hanno coltivato ciò che io chiamo le “virtù quotidiane”, di cui noi abbiamo sempre bisogno: la dignità, la cura dell’altro, la protezione delle attività spirituali. Primo Levi, Etty Hillesum, Germaine Tillion, Vasilij Grossman sono luminosi esempi di comportamento morale in condizioni estreme».

I suoi scritti coprono un largo spettro di argomenti, dai formalisti russi alla conquista dell’America alla memoria del Male: quale forza li tiene insieme?
«È vero che mi sono interessato a molteplici argomenti, ma il tema al quale ho consacrato il mio lavoro ritorna costantemente: si tratta dei rapporti tra individuo e società, tra etica e estetica, tra politica e morale. Ho l’impressione di essere impegnato, attraverso differenti esempi, nello stesso combattimento per un po’ più d’umanità».

Tzvetan TOdorov
Filosofo, storico, antropologo, letterato, autore di una trentina di libri, dagli Anni 60 in poi, Tzvetan Todorov  è un caso quasi unico nella storia della cultura europea, per la ricchezza di orizzonti del suo eclettismo. Nato a Sofia 73 anni fa, residente a Parigi (dove dirige il Centro di ricerche su arti e linguaggio), si è occupato, fra l’altro, di Michail Bachtin, della conquista dell’America, di Lager e gulag, dei movimenti di migrazione, del nuovo disordine morale mondiale. 

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