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Posts Tagged ‘Ulrich Beck’

L’articolo è un po’ datato. L’argomento è, invece, sempre attuale, specie alla luce della minaccia, vera o presunta, determinata dall’Isis in Libia. Il tema è stato sollevato proprio ieri, nel corso di una riunione della Rete a Sinistra Liguria e, sebbene in questa fase non ci siano ancora risposte, credo necessario venga affrontato con una certa urgenza, poiché non possiamo lasciare che le destre lo monopolizzino. Viviamo in un’epoca di profondo cambiamento: la globalizzazione, la precarietà, la povertà. Tutte le certezze che ci eravamo costruiti socialmente sono scemate e l’incapacità di prevedere il futuro crea incertezza e angoscia.

Riccardo Staglianò, La Repubblica, 21 dicembre 2008

Ulrich Beck

Ulrich Beck

La sicurezza è il nuovo totem. Il mondo ci scappa sempre più dalle mani. Se mai ci siamo illusi di farlo, oggi di certo non lo controlliamo più. Terrorismo, cambiamento climatico, crisi finanziaria, per dire di nemici reali ma senza volto. E poi precarietà nel lavoro e negli affetti. Non c’è più una mattonella esistenziale, di quelle su cui eravamo abituati a stare in piedi, che non sia stata smossa dal grande sisma della post-modernità globalizzata.

Su questo terreno sconnesso avanza un uomo inevitabilmente traballante. I nuovi pericoli non sa ancora maneggiarli. I politici, nella medesima condizione, ne esagerano l’allarme perché nessuno poi possa accusarli di negligenza. Col grimaldello dell’emergenza fanno passare leggi e limitazioni della libertà che nessuno accetterebbe altrimenti. Già a nominarli, a parlarne tanto, questi spauracchi intossicano la convivenza e il discorso pubblico. La loro messa in scena anticipata è già la catastrofe. Che poi gli eventi si realizzino o meno diventa quasi un optional. è in questo stato febbrile di paura e ansie, la nuova conditio humana, che dobbiamo imparare a muoverci. Facendo una robusta tara alle preoccupazioni per sopravvivere.

Questa è la lezione che ci consegna Ulrich Beck, uno dei più grandi sociologi contemporanei e inventore del concetto di Risikogesellschaft, «società del rischio», in quest’intervista. Illuminando molti dei paradossi di cui siamo spesso ignari spettatori. E regalando al lettore, appesantito dalla narrativa apocalittica di questi tempi, una exit strategy metodologica: «I rischi creano opportunità». Solo i morti non ne corrono più. I viventi se ne cibano, senza lasciarsi sopraffare. Nessun tabù, quindi.

Professore, nell’estate del 2006 è stato sventato un presunto attacco ad aerei dalla Gran Bretagna verso gli Stati Uniti. Pericolo scampato ma da allora nessuno può portare liquidi in volo. Conseguenza proporzionata?
«Non è stupefacente – e divertente – che milioni di passeggeri, nella cui mente si è annidata la minaccia terroristica, accettino giorno dopo giorno limitazioni del genere alla loro libertà? Mi ricorda la danza della pioggia degli indiani. Loro danzavano per convincere gli dei a far piovere, noi per produrre un sentimento di sicurezza di fronte a un’apparentemente presente minaccia terroristica».

I rischi sono dappertutto. Come possiamo calcolarli?
«Per quanto ci sforziamo, i rischi non possono essere evitati. Nella carriera, si rischia di prendere la strada sbagliata. Nei trasporti, di fare un incidente. In amore, il cuore spezzato. E a volte ci piace anche rischiare, correndo più forte o sfidando un amore incerto contro ogni probabilità. Ma la minaccia terroristica è fondamentalmente diversa. Non può esser affrontata individualmente, né esiste una base scientifica sulla quale valutarne le probabilità. Semplicemente, non sappiamo calcolarla».

Lei descrive il presente distinguendo «incertezze fabbricate» dai rischi cui eravamo abituati. Ci spiega meglio?
«La differenza principale sta nel fatto che si è perso il controllo del rischio. Succede quando almeno una quantità nel calcolo classico (l’attore, l’intento o il potenziale) diventa ignota. Come succede nei casi del cambiamento climatico, dei rischi terroristici e finanziari. Il nuovo punto cruciale tuttavia non è solo la consapevolezza di quest’ignoranza ma anche che lo Stato risponde fingendo di avere una maggiore conoscenza e controllo. Capite l’ironia nell’ostentazione di sicurezza su qualcosa anche se non si sa se esiste! Ciò riporta alla danza della pioggia di cui parlavamo all’inizio».

Ma perché dovremmo essere preoccupati da ciò che neppure conosciamo?
«La risposta sociologica è: perché di fronte alla produzione di incertezze fabbricate la società più che mai si affida e insiste sulla sicurezza e il controllo. E ciò non solo è vero nelle sfere della politica nazionale e internazionale ma anche in quelle della vita quotidiana, come dimostra la prontezza ad accettare limitazioni delle libertà, come nei voli. Per questo la società mondiale del rischio deve affrontare lo spiacevole problema di dover prendere decisioni su miliardi di dollari o euro o anche su guerra e pace sulla base di un’ignoranza più o meno ammessa».

Non si finisce così per confondere il confine tra razionalità e isteria?
«Certo. I politici, in particolare, possono facilmente essere costretti a proclamare una sicurezza che non riescono a onorare perché i costi politici di tale omissione sarebbero molto più alti di quelli di una sopravvalutazione. Per questo in futuro non sarà facile limitare e prevenire il diabolico gioco di potere con l’isteria del non-sapere. E qui non oso nemmeno pensare ai deliberati tentativi di strumentalizzare la situazione».

Scrivendo di Bin Laden lei punta il dito contro i media che creano un pubblico per le azioni di Al Qaeda. Ma come dovrebbero comportarsi per non cooperare involontariamente col nemico senza rinunciare alla missione di informare il pubblico?
«Esagerando un po’ si può dire che non è tanto l’atto terroristico quanto la sua messa in scena globale e le anticipazioni politiche che crea, con azioni e reazioni, che stanno distruggendo le istituzioni occidentali di libertà e democrazia. Forse se il nuovo governo Usa, quelli europei e i giornalisti iniziassero a riflettere sull’importanza di questa messa in scena nel sostenere involontariamente il disegno dei criminali, si potrebbe inquadrare diversamente il terrorismo. Ad esempio non come questione militare ma di intelligence e di politica che necessita nuovi tipi di cooperazione transnazionale».

Lei sostiene che non c’è più nemmeno bisogno di una catastrofe per cambiare il mondo perché basta già la sua anticipazione. è davvero così facile?
«Basta guardare a quell’impagabile commedia di conversione che si sta recitando sul palcoscenico mondiale in queste settimane. Sto, naturalmente, parlando della crisi finanziaria. Dalla sera alla mattina l’idea missionaria dell’Occidente, l’economia di mercato, è collassata. E ciò che sta prendendo il suo posto è un socialismo di Stato per i ricchi, di pari passo con un duro neoliberismo per i lavoratori e i poveri. Ecco perché non mi ritengo affatto allarmista nel sostenere che l’anticipazione della catastrofe può fondamentalmente cambiare la politica mondiale. Tuttavia ciò apre anche un’opportunità di riconfigurare il potere in termini di realpolitik cosmopolita».

Può aiutarci con un esempio?
«Sì. Tra i tanti paralleli tra la tempesta finanziaria attuale e gli anni Trenta pochi sono più importanti delle implicazioni dello scontento economico per la sicurezza nazionale. La Grande Depressione ci ha portato la Seconda guerra mondiale, uno scenario che non possiamo ripetere. Oggi dobbiamo reimparare che la politica economica e quella estera non sono domini distinti. Costituiscono anzi un nexus strategico le cui interconnessioni possiamo scegliere di ignorare a nostro rischio e pericolo. Le politiche del nazionalismo economico devono perciò essere sostituite con nuove regole e istituzioni che evitino il protezionismo e il caos dei tassi di cambio. Solo la cooperazione internazionale può ravvivare le economie nazionali».

Se la preoccupazione crescente e costante per i rischi plasma quella che lei chiama la nuova «conditio humana» come possiamo sopravviverle?
«Beh, io non sono Gesù, non ho tutte le risposte, neppure per le domande più centrali. Ma contro il seme del corrente, diffuso sentimento di apocalisse, mi chiedo: qual è lo stratagemma intrinseco che la società mondiale del rischio si è inventato? Sebbene alcuni insistano nel vedere un eccesso di reazione ai rischi globali, questi ultimi hanno anche una funzione illuminante. Destabilizzano l’ordine esistente e possono anche essere visti come un passo vitale verso la costruzione di nuove istituzioni; confondono i meccanismi dell’irresponsabilità globale e li aprono a un’azione politica».

Già prima della crisi finanziaria esisteva un altro grave problema, quello della precarietà del lavoro. Come influisce sulla società questa moderna incertezza?
«La “flessibilità del mercato del lavoro” è diventata sia un mantra politico che una realtà. Specialmente per le generazioni più giovani la flessibilità significa una ridistribuzione dei rischi: via dallo Stato e dall’economia, e verso l’individuo. I lavori disponibili sono sempre più di breve durata e facilmente terminabili. Perciò “flessibilità” significa: forza e coraggio, le tue competenze e la tua conoscenza sono obsolete e nessuno può dirti cosa devi imparare perché ci sia bisogno di te in futuro! Io credo che dovremmo distinguere tra ansia (sentimento diretto, concreto, urgente e personale, come la fame e la violenza) e paura (indiretto, astratto, impersonale). La politica della paura, così necessaria per affrontare ad esempio il cambiamento climatico è minata dalle politiche d’ansia, indotte dall’aver sperimentato l’insicurezza lavorativa».

Possibile che il timore di una catastrofe futura sia l’unico modo per far comportare la gente in un modo più rispettoso dell’ambiente? E quanto ciò accresce le nostre ansie quotidiane?
«Diciamo anche che si sta sviluppando un “capitalismo verde”, parti importanti dell’economia globale chiedono un’azione politica forte contro il climate change anche come fonte per nuove opportunità di crescita. Questi non sono neo-samaritani che agiscono per spinta umanitaria. Tuttavia il consenso globale sulla protezione del clima crea nuovi mercati, come sempre accade quando un rischio globale viene riconosciuto come tale. E i principi precauzionali abbracciati dagli Stati incoraggiano la produzione a zero emissioni e tecnologie energetiche efficienti, con chiare ricadute economiche. In questo caso l’anticipazione di una catastrofe futura può insegnare non tanto alla gente ma ai governi e alle aziende ad aprire nuove strade per guadagnare. Ha ragione però quando si chiede se le persone siano pronte, e fino a che punto, a uno stile di vita più ambientalista. è una domanda ancora aperta».

Torniamo al rischio finanziario. Come sta minando la fiducia in noi stessi?
«Cercando di guardare dietro l’angolo, ci sono due scenari da considerare. Nel primo, il 2009 sarà “solo” l’anno di una grave recessione mondiale con tutte le sue implicazioni sociali e politiche, come la radicalizzazione di ineguaglianze sociali all’interno e tra le nazioni, alti livelli di disoccupazione, nuovi tipi di scontri di classe e così via. Ma il punto centrale di questo scenario soft è che dopo uno o due anni l’economia mondiale si stabilizzerà e il mondo apparirà di nuovo com’era prima. Il secondo scenario è invece il seguente: nel 1989 il mondo ha sperimentato il crollo del comunismo. Venti anni dopo quello del capitalismo. La fede nel libero mercato è ciò che ha fatto dell’Occidente l’Occidente. In teoria, almeno, meno intervento del governo c’era, meglio era: il mantra è che i mercati la sanno più lunga di tutti. Questo ritornello giustifica la nostra repulsione per il comunismo, la distanza filosofica dal sistema cinese e l’approccio riformista delle società moderne, sia che si tratti di mercato del lavoro che di università. Ed è qui che si colloca la fondamentale dissoluzione dell’identità e della razionalità occidentali: potremo mai fidarci di nuovo del mercato? Chi ci salverà dai suoi disastri interni, se non la stessa rovina? Alcuni dicono, e lo vorrebbe anche il buon senso: banchieri, esperti, ministri del tesoro, i primi responsabili di questo caos! Ma non è come chiedere a Bin Laden di organizzare la guerra al terrore?».

L’ultima ma non meno importante instabilità riguarda l’affettività. Tanti anni fa lei scrisse Il normale caos dell’amore. Possiamo dire che anche le relazioni sentimentali sono vittime della Risikogesellschaft?
«Le persone si sposano per amore e divorziano perché ne hanno ancora bisogno. Le relazioni sono vissute come se fossero intercambiabili, non perché vogliamo liberarci del peso dell’amore ma perché la legge dell’amore vero lo esige. La quotidiana battaglia tra i sessi, chiassosa o muta, dentro o fuori il matrimonio, è forse la misura più vivida della fame di amore con la quale ci assaltiamo l’un l’altro. “Paradiso ora!” è il grido di quegli esseri terreni che il paradiso o l’inferno lo trovano qui o da nessuna altra parte. Molti hanno provato che libertà più libertà non è uguale ad amore, ma più probabilmente a qualcosa che lo minaccia. Detto ciò, no, gli innamorati non sono vittime ma protagonisti, agenti della Risikogesellschaft. Il rischio, la prevedibile catastrofe dell’amore, chi vuole perderseli?».

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Quello che segue è il testo del “manifesto” lanciato da un ampio schieramento di forze della società civile per la promozione di un’iniziativa dei cittadini europei per l’occupazione e lo sviluppo. L’ICE è un istituto di democrazia partecipativa previsto dall’art. 11 del Trattato di Lisbona che consente a un milione di cittadini, di almeno 7 paesi UE di presentare alla Commissione europea una proposta di legge di iniziativa popolare europea, La raccolta di firme verrà lanciata il 24 marzo in varie capitali europee.

Sono trascorsi sei anni, ma la grave crisi che l’Europa sta attraversando non è superata. L’euro, pilastro del mercato unico, non è ancora al sicuro. Il rischio di una rinazionalizzazione delle politiche economiche, disastrosa per l’economia e per il welfare di ciascuno dei Paesi dell’Unione, nessuno escluso, è un rischio grave e reale.

Il rigore di bilancio su cui hanno puntato i governi, pur necessario per affrontare la crisi del debito, anche per l’eccessiva compressione dei tempi di attuazione ha avuto l’effetto di aggravare la spirale depressiva, compromettendo lo stesso obiettivo del risanamento. Occorre pensare in termini nuovi. Accanto al completamento del mercato unico, specie nel comparto fondamentale dei servizi, si deve ormai con urgenza porre mano ad un Piano straordinario che faccia ripartire lo sviluppo. Uno sviluppo sostenibile, fondato sulla realizzazione di infrastrutture europee, sulle nuove tecnologie, sulle nuove fonti di energia, sulla tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale, sulla ricerca di punta, sull’istruzione avanzata e sulla formazione professionale.

Un tale Piano deve innanzitutto promuovere l’occupazione con un volume di risorse destinate ad investimenti in beni pubblici europei tale da generare alcuni milioni di posti di lavoro, in particolare in quei Paesi nei quali l’emergenza sociale della disoccupazione di massa ha raggiunto livelli allarmanti, tali da mettere a rischio le stesse democrazie.

Queste risorse finanziarie aggiuntive

si possono ottenere mobilitando risorse proprie dell’Unione (quali ad esempio una tassa europea sulle transazioni finanziarie e una tassa sulle emissioni di carbonio), capitali privati (con Project bonds europei) e risorse messe a disposizione dalla Banca Europea per gli Investimenti.

La cooperazione intergovernativa si è rivelata del tutto insufficiente. Il Parlamento europeo si sta muovendo, anche in vista delle elezioni del 2014. Ma per dare una spinta decisiva a un processo troppo lento occorre che si levi finalmente una voce dai cittadini europei.
Di qui l’importanza della proposta, avanzata da un ampio  schieramento di forze, dai movimenti federalisti ed europeisti, dai sindacati e da numerose associazioni della società civile di una Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE), sulla base del Trattato di Lisbona (art. 11) per un Piano europeo straordinario per lo  sviluppo sostenibile e per l’occupazione. Questa proposta merita di essere sostenuta con forza.

L’integrazione europea è stato il grande contributo di civiltà che l’Europa ha offerto al mondo, dopo che per sua responsabilità per due volte esso si era lacerato con due sanguinose guerre mondali. Il processo di unione ha assicurato all’Europa la pace per oltre 60 anni e il raggiungimento di un benessere senza precedenti nella storia. Ha costituito un modello per l’intero pianeta.
Ora tutto questo è a rischio. I cittadini imputano la responsabilità della crisi all’Europa che è percepita come un ostacolo, come una fonte di disuguaglianza tra i cittadini e tra gli Stati, non più come una speranza per il nostro futuro. Il ritorno del nazionalismo può essere contrastato solo se i cittadini pretenderanno che l’Europa dimostri di saper rispondere ai loro bisogni.

E’ dunque venuto il tempo di aprire le vie ad una presenza attiva dei cittadini europei nel mondo di oggi e di domani.

Primi firmatari: Michel Aglietta, Michel Albert, Ulrich Beck, Don Luigi Ciotti, Daniel Cohn Bendit, Monica Frassoni, Emilio Gabaglio, Olivier Giscard d’Estaing, Sylvie Goulard, Pascal Lamy, Yves Mény, Claus Offe, John Palmer, Romano Prodi, Salvatore Settis, Dusan Sidjanski, Barbara Spinelli, Tzvetan Todorov

13 marzo 2014

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Il sociologo tedesco lancia l’allarme: “In Francia il trionfo delle Le Pen può portare alla fine della Ue”. Dall’ondata dei populisti euroscettici alla leadership della Merkel. Ecco come cambiano gli equilibri nel Vecchio continente: “Sono necessarie nuove risposte, a cominciare dalla sicurezza sociale”. 

Roberto Brunelli, La Repubblica, 27 maggio 2014

Vivere o morire, questa è oggi la scelta europea. È un bivio fatale, dice Ulrich Beck il giorno dopo lo tsunami populista uscito dalle urne del Vecchio Continente: da una parte la fine del “dogma dell’austerity”, dall’altra la stessa sopravvivenza della Ue. Per il sociologo tedesco si apre una partita difficilissima, che però ha un nome solo: quello dell’Europa dei cittadini e della crescita, quello di un’Europa a cui dare finalmente un volto. Che non potrà più essere quello di Angela Merkel.

Professor Beck, siamo di fronte a risultati molto diversi tra loro. I socialisti vincono in Germania e in Italia, ma subiscono una débacle in Francia, i populisti trionfano in Francia e Gran Bretagna, ma si fermano altrove. Che bilancio si sente di fare?
“Se la prospettiva è quella del futuro del continente, allora bisogna dire che il risultato più pesante è quello della Francia, con il trionfo di Marine Le Pen. È di tali proporzioni da non poter essere considerato solo un avvertimento. Non deve essere sottovalutato, perché può venire meno l’appoggio di Parigi al processo europeo. La conseguenza può essere la fine della Ue, se non altro perché senza la Francia non è possibile uscire dalla crisi. Per quel che riguarda la Gran Bretagna c’è invece da notare che nessuno dei partiti tradizionali si espresso con nettezza a favore dell’Europa. Se ne deduce che non è consigliabile rubare le parole d’ordine agli euroscettici. L’elettore preferisce l’originale”.

Ma quello dei populisti non è un blocco omogeneo. Sono improbabili alleanze tra i vari Ukip, Front National, grillini e Jobbik. Il che rende i populisti meno forti a Strasburgo rispetto al risultato delle urne…
“Sì, non ci potrà essere un gruppo parlamentare unico, né sono probabili altre forme di coordinamento. Ed è un fatto importante, che dà modo di difendersi da quella che io chiamo la “critica paradossale” dei populisti. Però ripeto: il risultato dimostra anche che l’Europa in quanto tale non viene compresa dalla gran parte dei cittadini”.

In Germania gli euroscettici dell’Afd si sono fermati al 7%. Si può dire che in qualche modo Angela Merkel assorbe in sé il populismo tedesco?
“In effetti, alla radice i risultati tedeschi sono incoraggianti. I grandi partiti favorevoli all’Europa hanno consolidato la loro maggioranza, i numeri dell’Afd tutto sommato non sono tali da destare preoccupazione. È vero, questo ha anche a che vedere con quell’attitudine della cancelliera che io ho chiamato il “merkievellismo”, ossia la capacità di difendere da una parte gli interessi na- zionali e dall’altra di assumere in sé le paure dei cittadini, dando l’impressione di prenderle sul serio. Ma ora la vera partita che si apre è quella del futuro presidente della Commissione: che si tratti di Juncker o di Schulz, è fondamentale che sia rispettata la decisione degli elettori. Abbiamo la possibilità di dare, in qualche modo, un volto all’Europa. Sarebbe fatale se venissero messi in campo altri candidati, espressione di negoziati sotterranei. La spinta democratica che comunque viene da questo voto verrebbe distrutta, creando nuove delusioni tra gli elettori. Al centro di questa partita c’è proprio la cancelliera. Quando vedremo che l’Europa può avere un volto nuovo, vedremo che non sarà quello della Merkel.

È stato anche un voto contro l’austerity…
“Non a caso la Merkel ha già “relativizzato” la sua agenda di tagli. Lo fa con molta astuzia, legando gli apparenti successi del rigore ad un allentamento delle catene, come si è visto anche nel recente viaggio in Grecia. Poi ambedue i candidati presidenti hanno detto chiaramente che se eletti la loro priorità sarà il lavoro. Schulz ha messo in campo un’ampia gamma di iniziative, mentre quelle Juncker rimangono proposte convenzionali, ma sia l’uno che l’altro partono dal presupposto che il problema non sia più l’euro, ma la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, la politica sociale. È un tema che prima non c’era”.

Mica mi vorrà dire che è diventato ottimista?
“Ma no, le categorie di ottimismo e pessimismo si sono solo spostate e mischiate. Quello che è certo è che si è spezzato il dogma dell’austerity. Ci saranno nuovi investimenti a favore dei paesi più colpiti dalla crisi, in una specie di cocktail che mette insieme tagli e investimenti. È fondamentale sapere quale risposte dare anche a chi oggi si mette fuori dal progetto europeo”.

Molti commentano oggi che l’Europa è spaccata in due.
“Certo, e non da ieri, per esempio tra i paesi dell’Ue che stanno dentro l’eurozona e quelli che non ci stanno, perché tutte le decisioni importanti vengono prese esclusivamente dai primi. L’altra spaccatura riguarda le diseguaglianze, tra gli europei di serie A e quelli di serie B che non fanno i loro “compiti a casa”. Quello di cui c’è bisogno oggi è una prospettiva di sicurezza sociale, non solo su base nazionale ma su base comunitaria. Trasformare finalmente l’Europa delle élites nell’Europa dei cittadini: è questa l’unica via”.

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Riccardo Staglianò, La Repubblica, 17 luglio 2013

Da che parte, a chi guardare per ritrovare la strada della Sinistra, variamente smarrita un po’ in tutto il mondo? Ulrich Beck, il sociologo della “società del rischio”, è da tempo convinto che ogni risposta nazionale ai problemi globali sia destinata a fallire. Vale anche in questo caso. 

Più che una cassetta degli attrezzi per riparare i partiti progressisti offre un campionario di pratiche, una serie di istantanee da una realtà che sta cambiando più in fretta delle imbolsite élite politiche. Dalla Primavera araba a quella che ha battezzato la Generazione dei Nuovi Colombo, dall’uso strategico delle catastrofi alle “New York svizzere”, scorge embrioni di una nuova Sinistra post-ideologica, giovane, ambientalista, altamente connessa. Ultima speranza per rivitalizzare quella perdente dei padri.

Ulrich Beck

Ulrich Beck

Professore, cosa significa “sinistra” nell’estate del 2013?
“Dieci anni fa le avrei risposto che eravamo oltre destra e sinistra. Oggi non ne sono più così sicuro. Nel mondo sono successe così tante cose che credevamo inimmaginabili. Credo che ci sia bisogno di reimparare, reinventare la metafora della sinistra. Abbiamo anche bisogno di un nuovo linguaggio, una nuova fenomenologia di cosa sono oggi destra e sinistra”.

Quali valori ha in mente?
“Purtroppo è più facile definirli in negativo che in positivo. Ma proverò. Per cominciare, al posto della solidarietà di classe è subentrato un “individualismo morale”, ovvero un individualismo che, grazie al senso di connessione che ci danno le nuove tecnologie, si sente responsabile per gli altri, una volta percepiti come distanti. Un nuovo individualismo che presuppone una dimensione cosmopolita. 

Poi un’attenzione ai problemi globali, ma in un modo molto locale e personale, ben diverso dall’agenda degli stati-nazione. Un esempio lampante è quello dell’ambiente, in cima alle preoccupazioni dei giovani di ogni paese. E infine la reinvenzione dello stato sociale su una base transnazionale, nel nostro caso europea. Solo così si possono dare risposte all’insicurezza economica, equindi esistenziale, delle nuove generazioni. Nessuna sinistra può dirsi tale senza farsi carico di questi punti”.

Di recente si è occupato molto dei movimenti di protesta globali: è lì che bisogna cercare le tracce della nuova sinistra?
“Di certo si può dire che molte persone sono sempre più deluse dalla politica degli stati-nazione, quella che si preoccupa delle élite economiche. Ed è da questa delusione che sta nascendo una reinvenzione dei valori di sinistra. Dalla Primavera araba a Istanbul e a Rio, e ora di nuovo al Cairo, la vera posta in gioco è ripensare la natura stessa dello Stato. Un paragone è impossibile, tuttavia vedo caratteristiche comuni. Intanto, ognuna di queste ribellioni non sarebbe stata possibile senza i social media. E poi sembra più importante il dissenso in sé e l’esperienza di essere coinvolti nella protesta rispetto a richiestespecifiche. Infine ritorna il tema della disfunzionalità della politica e delle sue élite “.

Lei sta parlando di movimenti che potremmo definire in senso lato di sinistra. I partiti però non sono un’altra cosa?
“Certo. È nella natura della protesta che la gente voglia soprattutto il cambiamento. Ma le cose da cambiare sono così tante che serviranno decenni. Nel frattempo sia i partiti di destra che di sinistra si trasformeranno o scompariranno. In sempre più paesi le proteste potranno divampare e poi spegnersi. Il peggior populismo e la destra più estrema potranno prosperare. E la socialdemocrazia potrà passare un lungo periodo in ritirata”.
Non esattamente un scenario tranquillizzante.

Ma torniamo a movimenti e partiti…
“Una delle differenze principali è che i partiti sono creature dello stato-nazione.
Mentre la “generazione globale”, quella dei social media, si trova in una situazione simile a quella di Colombo, quando il suo viaggio gli fece incontrare un continente nuovo e imprevisto. Questi Nuovi Colombo stanno esplorando un mondo nuovo, per il quale ancora non esistono né nomi né mappe. È una nuova era di scoperta. E le proteste potrebbero continuare fino a quando la politica stessa non sarà rifondata”.

Nell’attesa però i temi classici della “vecchia” sinistra, tipo diseguaglianza economica e lavoro, sono più attuali che mai. Interessano anche ai movimenti della nuova sinistra?
“Certo. Ma hanno scarsissima fiducia nel fatto che i partiti possano prendersi cura deiloro problemi esistenziali e rappresentare i loro legittimi interessi. Lo si vede bene in Brasile, un paese trasformato in meglio dal partito al potere, dove la disoccupazione è scesa ai minimi storici. Dal quale, ciononostante, si sta alzando un forte grido di dolore dal basso contro uno stato distante e un’élite corrotta”.

Il catalogo dei leader progressisti recenti a grandi speranze ha fatto seguire anche delusioni: Blair, Zapatero, per certi versi Obama, ora Hollande. Perché è tanto difficile mantenere promesse di sinistra?
“Tutte queste persone hanno usato mantra simili: più mercato, più tecnologia, più crescita, più flessibilità. Parole d’ordine che non forniscono alcuna rassicurazione nei tempi in cui viviamo. Piuttosto il contrario. Hanno usato mezzi e risposte della politica degli stati-nazione, spesso in una versione neoliberale. Perciò hanno deluso”.

E invece i giovani, la sua Generazione dei Nuovi Colombo, quali parole chiave hanno a cuore?
“Un sondaggio svolto dal centro di ricerca che dirigo mostra che i giovani sono incerti su quasi tutto. Tranne che sulla questione ambientale, che ha per loro un’alta priorità. E qui si realizza un nuovo paradosso della società del rischio che i vecchi partiti sembrano non afferrare, e che chiamerò “catastrofismo illuminante”. 
Ovvero, drammatizzare il cambiamento climatico e la crisi ambientale non ha altro scopo che evitare la catastrofe. Chi mette in guardia contro di essa lo fa solo per essere smentito. Quest’uso profilattico delle catastrofi future ha creato un nuovo tipo di movimento di protesta, auto-mobilitante, che va oltre le frontiere”.

Vede un partito o un leader al quale la sinistra europea dovrebbe guardare perispirarsi e tornare a vincere?
“Più che a livello nazionale o globale si possono trovare modelli vincenti al livello di comunità, più precisamente delle città globalizzate. Ero a Basilea di recente e lì è in atto un dibattito eccitante sulle “piccole New York” svizzere. Specialmente Zurigo si è trasformata negli ultimi vent’anni in un posto che detta le tendenze metropolitane. La sua caratteristica è essere un collage di diversi milieu globalizzati.

Come a New York queste comunità si sono reinventate in diverse parti della città, con un viavai continuo di nuove facce, storie, tendenze, tipo il giardinaggio urbano o le biciclette a scatto fisso. Sorprendentemente questo ambiente cosmopolita di minoranze ha conquistato una chiara maggioranza nella politica cittadina. Succede lo stesso a Basilea, Berna ma anche a Monaco e Berlino e forse in altre città nel mondo. Qui i problemi sono spesso identificati come globali.

Gli abitanti hanno un orientamento cosmopolita. Usano mezzi di comunicazione globali e sono altamente connessi. Da non sottovalutare è che queste piccole New York svizzere hanno un gran successo anche in termini di occupazione. A confronto con realtà del genere le politiche tradizionali sembrano davvero molto passate di moda”.

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