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Posts Tagged ‘Urss’

Valentina Parisi, Il Manifesto, 12 dicembre 2015

Oltre un milione e duecentomila donne sovietiche si precipitarono a rimpiazzare i soldati uccisi dai tedeschi, ma quasi nulla si sapeva di loro: «La guerra non ha volto di donna»

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Rita Di Leo, Il Manifesto, 25 luglio 2015

Da dove comin­ciare per capire lo stato delle cose di oggi, tor­nate nel tempo di ieri? E quale chiave sce­gliere per capire? Le guerre di reli­gione del sei­cento euro­peo, non più tra pro­te­stanti e cat­to­lici, ma tra sun­niti e sciiti? La poli­tica di potenza tra Ame­rica e Paesi Arabi, tra Ame­rica e Rus­sia, tra la Ger­ma­nia e gli stati-nazione dell’Unione Euro­pea, non ancora vassalli?

Oppure la chiave è nel pri­mato dell’economia che ha fal­lito nella sua pro­pen­sione a gover­nare senza la poli­tica? Il potere senza poli­tica perde pre­sto legit­ti­mità. La per­dita di legit­ti­mità porta con sé la caduta della lega­lità e torna la forza come stru­mento per il con­trollo degli uomini. La poli­tica di potenza, al momento in così buona salute, testi­mo­nia quanto fra­gile è il potere delle élite finan­zia­rie. È un potere in grado di subire attac­chi che sono impre­vi­sti per­sino dai più geniali arti­sti degli algo­ritmi, gli attuali con­si­glieri delle élite. Sono colpi che aprono sce­nari di guerra. Guerre di indi­pen­denza, guerre di classe, guerriglie.

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La prima pagina dei Quaderni del Carcere

Circa un anno e mezzo fa, all’inizio dell’avventura di questo blog, quando avevo annunciato la mia intenzione di trascrivere i Quaderni del Carcere non sapevo dove questa idea mi avrebbe portato, quanto tempo ci avrei messo, che tipo di risultato avrei ottenuto,

Innanzitutto il progetto, mano a mano che andavo avanti, si è arricchito di nuovi contenuti e nuove idee, che ho cercato di esporre in breve in questa pagina del sito. Un lavoro che mi occuperà ancora per svariati mesi, se non addirittura anni.

Ora che il primo passo, la trascrizione, è stato completato, mi permetto di fare alcune valutazioni. Le faccio in punta di tastiera, con notevole timore reverenziale, perché sto scrivendo di uno dei giganti del pensiero europeo dello scorso secolo. Ma non posso esimermi dal farlo, perché trovo riprovevole che – di Gramsci – se ne parli di più all’estero che in Itaila. Altri, che hanno dedicato la vita a studiarne l’opera hanno fatto notare come Gramsci si sia confrontato con i massimi intellettuali del suo tempo, abbia aperto vie di ricerca in materie quali la storia della letteratura, la critica, l’estetica. Abbia trattato di Dante, di Benedetto Croce, di Giovanni Gentile, di Karl Marx; di filosofia, storia, letteratura, sociologia.

Personalmente, due cose mi hanno stimolato: il metodo di lavoro e lo scopo di Gramsci.

Il metodo di lavoro è interessante e, grazie alla trascrizione, che oltre a leggere mi costringeva a rileggere, mi è apparso evidente. Gramsci prende appunti, costituiti di brevi note e poi li rielabora in più passaggi successivi, affinandoli e dettagliandoli. In lui, è costante la ricerca di nessi che possono essere storici o logici. Emergono chiaramente quelli che sono i passaggi chiave, a volte costituiti da date simbolo, altre da fatti particolarmente rilevanti, che hanno portato l’Italia e l’Europa degli anni Trenta a essere quella che era, così come la memoria prodigiosa dell’autore, testimonianza di precedenti studi molto approfonditi.

Dal punto di vista dello scopo, Gramsci ha ben presente l’obiettivo di trasformare la società in chiave anticapitalistica. Per farlo prevede un gigantesco piano di formazione culturale, politica, sociale del proletariato e contemporaneamente si interroga su quello che, all’epoca, era il modello di produzione vincente: la fabbrica fordista. È attentissimo, e in questo è anche modernissimo, alle forme di comunicazione, alla ricerca del linguaggio adatto per veicolare i diversi messaggi a seconda dei diversi pubblici. (Spesso mi ritrovavo a pensare a quali risultati sarebbe potuta giungere la produzione di Gramsci con i mezzi tecnici disponibili oggi, ma queste sono domande che mai avranno risposta e che, quindi, lasciano il tempo che trovano). E lo fa da politico, più che da filosofo, perché sempre pone l’attenzione agli aspetti concreti del suo pensiero.

Infine, ma tutte queste banali riflessioni sono strettamente personali e non supportate da letture e confronti con altri, mi ha stupito l’assenza di odio nelle parole di Gramsci. Per il nostro, il fascismo è un incidente di percorso, qualcosa che presto passerà, uno scherzo della storia e in quanto tale va trattato, indipendentemente dalla situazione di carcerato politico. Più importanti per lui, perché più motivate dal punto di vista profondamente culturale, sono altre questioni, ad esempio il conflitto ideologico in atto in Unione Sovietica e la necessità di spiegare a un pubblico vasto la filosofia della praxis.

quadernidelcarcere.wordpress.com

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Giancarlo Mancini, Il Manifesto, 4 aprile 2015

Victor Serge

Sono usciti in Italia i “Carnets 1936-1947“, scritti ritrovati in una fondazione a pochi chilometri da Città del Messico, dove Serge sconfitto trascorse i suoi ultimi anni

Fine novem­bre 1936, Parigi, André Gide è da poco tor­nato dal suo viag­gio in Unione sovie­tica, da cui ha tratto il suo già famoso e discusso Ritorno dall’URSS. Anche Vic­tor Serge è da poco tor­nato dall’Unione sovie­tica, il suo però non è stato un viag­gio da “let­te­rato” ma la fuga di un per­se­gui­tato poli­tico, di un dis­si­dente. Dopo dicias­sette anni di vita in Rus­sia in cui ha par­te­ci­pato alla rivo­lu­zione e al suo dif­fi­cile e tor­tuoso cam­mino Serge è tor­nato ancora una volta ad essere un apo­lide, un figlio di nes­suno, un cit­ta­dino del mondo in un mondo che però tol­lera sem­pre meno simili abitanti. (altro…)

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La questione ucraina mi preoccupa moltissimo e ad essa, a partire da “La scelta saggia di Kiev” ho dedicato svariati post. Questo articolo di Michele Marsonet, tratto dal sito Remo Contro, approfondisce il tema del revanscismo dei paesi baltici e della Polonia nei confronti della Russia, evidenziando quelle che sono le antiche origini di un conflitto che può avere conseguenze gravissime e che dimostra – una volta di più – la totale inconsistenza della politica estera dell’Unione Europea.

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Nel settimo volumetto della collezione iLibra, edita da Laterza e La Repubblica – Gustavo Zagrebelsky, Contro la dittatura del presente. Perché è necessario un discorso sui fini – trovo questo estratto da Luciano Canfora, «Intervista sul potere», a cura di Antonio Carioti, Laterza, Bari 20013.

Luciano Canfora (Bari, 5 giugno 1942) è un filologo classico, storico e saggista italiano. È considerato un profondo conoscitore della cultura classica, al cui studio applica un approccio multidisciplinare. Tra i suoi campi di indagine, un posto assai significativo occupa lo studio del pensiero di Antonio Gramsci.

Luciano Canfora – La deriva oligarchica della postdemocrazia

Luciano Canfora

Luciano Canfora

La “democrazia” si è venuta profondamente trasformando. Al suo sorgere è un fatto elementare: nella città antica significa immediato potere popolare. Qualcosa che non ha quasi nulla a che vedere con i sistemi rappresentativi parlamentari, che si fondano invece sulla delega, sulla mediazione e per lungo tempo hanno previsto anche la limitazione del suffragio. Oggi del resto siamo entrati in una fase in cui la democrazia politica è quasi completamente archiviata. I parlamenti continuano ad essere eletti a suffragio universale, a volte attraverso leggi elettorali assurde come quella attualmente in vigore in Italia, ma sono sempre meno incisivi, decidono sempre meno. In realtà eseguono direttive provenienti da organismi di altro tipo. Secondo me, ormai siamo entrati in qualcosa che, in mancanza di termini appropriati, chiamiamo postdemocrazia.

Professor Canfora, quali sono gli aspetti salienti di questo nuovo assetto?
Credo che la caratteristica più visibile sia la crescente autorità di organismi non elettivi e non soggetti a forme di controllo democratico, ma squisitamente tecnici e strettamente legati al grande potere finanziario sovranazionale, che travalica i confini degli Stati. Direi che nell’ultima fase della storia occidentale questo è un tratto dominante. Che i grandi manager delle istituzioni bancarie siano diventati decisivi è forse una deriva inarrestabile, una spinta intrinseca allo sviluppo stesso delle nostre economie. Ma ci mette di fronte a una realtà sgradevole: l’equilibrio delle forze si è spostato nettamente a favore di questi ceti tecnocratici ristretti, che non intendono farsi governare dal potere politico. Al contrario, sono essi che non solo lo influenzano, lo rimbrottano e lo limitano, ma addirittura talvolta lo contrastano apertamente e lo soverchiano. Mi viene in mente un articolo di Mario Monti, intitolato Il podestà forestiero e apparso sul “Corriere della Sera” il 7 agosto 2011. L’autore, che allora era un privato cittadino, persona di grande competenza, ma senza responsabilità politiche dirette, metteva in luce proprio questo fenomeno: la perdita di sovranità degli Stati nazionali, in particolare dell’Italia, rispetto all’influenza dei mercati finanziari. La domanda da porsi, di fronte a questa evoluzione, è la seguente: bisogna prendere semplicemente atto che il modello democratico, nato grosso modo con la Rivoluzione francese e le lotte sociali dell’Ottocento, è finito, oppure sforzarsi di individuare forme diverse di contrasto e di conflitto rispetto allo squilibrio che si è creato? Io penso che la seconda soluzione sia la più saggia, ma formulata in questi termini è molto generica. Temo inoltre che non basti l’iniziativa intellettuale di un singolo o di un gruppo di studiosi a cambiare l’orientamento dominante. Ritengo però che le forze sociali stesse, se non subiranno derive drammatiche, sapranno crearsi un cammino che faccia da contraltare allo squilibrio oligarchico che è sotto gli occhi di tutti.

In Occidente la democrazia non gode di buona salute. Ma il mondo è più vasto. I giganti asiatici Cina e India (quest’ultima retta da un regime parlamentare) acquistano maggiore influenza e in molte zone del pianeta, dopo la fine della guerra fredda, la democrazia ha fatto dei passi avanti; in America Latina non ci sono più dittature militari; in Sudafrica è finito il regime razzista dell’apartheid; sono fiorite, sia pure tra molte contraddizioni, le primavere arabe. Sono forse queste le nuove frontiere della democrazia?
Parecchi anni fa mi accadde di scrivere un libro, intitolato La democrazia [scheda], da cui derivarono alcune polemiche. Esso terminava esattamente con questa constatazione, che era al tempo stesso anche un auspicio: in Occidente – scrivevo – è prevalso nell’equilibrio dei valori il motivo della libertà egoistica, dei più ricchi e dei più forti, per cui da noi la democrazia è stata sconfitta, ma sarà forse reinventata in altri modi. Molti mi chiesero che cosa intendevo dire. Si trattava appunto della questione posta nella sua domanda. Per lunghi decenni i tre quarti dell’umanità sono stati soggetto del grande scontro tra le superpotenze e ne venivano duramente penalizzati. Gli Stati Uniti sono un Paese in cui le dinamiche democratiche e oligarchiche convivono, ma nel complesso il senso dei diritti individuali è molto sviluppato. E nondimeno il governo di Washington appoggiava le dittature militari del Sudamerica: se un Paese di quel continente sgarrava, come avvenne per il Cile di Allende, succedeva quello che sappiamo. Ora la cappa di piombo è saltata. Quei tre quarti del mondo non sono più meramente oggetto, ma hanno conquistato una forte soggettività. E forse percorreranno lo stesso cammino che noi abbiamo alle spalle. Oppure, siccome la storia non si ripete mai, troveranno punti di equilibrio, tra elementi democratici e oligarchici che noi non abbiamo saputo inventare. Questa conclusione potrebbe essere tacciata di eccessivo ottimismo, che peraltro non è un pregio né un difetto, può essere al massimo un errore di calcolo. Se osserviamo tuttavia un’area molto importante e vicina a noi, l’arco della crisi arabo-islamica che va dall’Afghanistan al Marocco, bisogna formulare considerazioni che tanto ottimistiche non sono. Quando era in piedi il blocco sovietico, si sviluppò in quella zona l’ambiguo fenomeno del “socialismo arabo”, di cui il partito Baath era un’importante incarnazione. Quell’esperimento ha deluso ed è crollato, anche perché l’Urss non c’era più. Al suo posto è venuta una spinta popolare che si esprime in una forma arretrata, quella del richiamo religioso: assistiamo quasi ovunque all’avanzata di partiti che, per connotarsi, si dicono islamici. Naturalmente l’Islam è un grande fenomeno storico, ma probabilmente non è il veicolo della democrazia nel XXI secolo o comunque, per diventarlo, si dovrà trasformare. Di conseguenza, almeno sullo scenario mediorientale, credo che le ombre prevalgano sulle luci.

Allora che prospettive ci sono per gli ideali di libertà? Abbiamo visto che tutti i regimi, sia pure in misura molto diversa, hanno un carattere oligarchico, ma dobbiamo proprio rassegnarci, nella fase storica attuale, a un’accentuazione di questa tendenza? Oppure ci può essere il modo d’invertire la rotta?
È una domanda a cui è molto difficile rispondere. Pensare di avere un quadro chiaro degli sviluppi in corso, o addirittura una ricetta per uscire dalle attuali difficoltà, sarebbe ingenuo e arrogante. L’antica prevalenza delle oligarchie era fondata su elementi di carattere primordiale, innanzitutto la ricchezza e la discendenza aristocratica, e poi nel tempo ha avuto le declinazioni più variabili, senza mai scomparire. Che oggi riappaia dopo due secoli di lotte democratiche memorabili, come quelle che abbiamo alle spalle dalla Rivoluzione francese in avanti, e che non solo abbia ripreso quota, ma tenga le redini del mondo più avanzato, pone problemi molto gravi. Ed è ingenuo pensare di poter trovare facilmente un rimedio, anche perché molte soluzioni sono state messe alla prova e hanno rivelato limiti insuperabili. Faccio solo un esempio: alla fine della Prima guerra mondiale l’ipotesi consiliare o sovietista, fondata sul primato delle assemblee operaie, ha esercitato un fascino straordinario, da Torino a Düsseldorf fino a Budapest, ma è poi rapidamente appassita, perché ha dato luogo ad altre forme di oligarchia. Vedere storicamente come siano finiti su un binario morto tentativi del genere, che volevano esattamente contrastare la deriva oligarchica, dissuaderebbe anche il più ostinato ottimista dal proporre rimedi. Io mi limito ad avanzare un’ideuzza, che spesso ripeto. A mio parere, il luogo dove le tendenze oligarchiche dominanti possono e devono essere messe in discussione è il laboratorio immenso costituito dal mondo della formazione e della scuola. Per quanto ammaccato in mille modi, nei nostri Paesi avanzati resta una struttura che tocca e pervade l’intera società. È lì che l’educazione antioligarchica, su base critica, può farsi strada. Ecco perché, facendo un bilancio di quanto mi è accaduto di pensare nel corso di questi anni, ritengo che deprezzare e dequalificare il mondo dell’insegnamento, tanto nella scuola quanto nell’università, sia un gesto suicida.

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Di Alberto Burgio, da Il Circolo de Il Manifesto di Bologna, 7 maggio 2014

Esi­stono legami sot­ter­ra­nei tra quanto di più sini­stro accade sotto i nostri occhi in que­ste ore sulla scena poli­tica mon­diale, dalla bru­tale stretta repres­siva in Egitto ai venti di guerra sull’Ucraina, alla pro­li­fe­ra­zione di ultra­na­zio­na­li­smi fasci­sti in tutta Europa?

Rispon­dere non è sem­plice, forse è azzar­dato. Una pro­spet­tiva che con­si­deri uni­ta­ria­mente feno­meni radi­cati in con­te­sti dif­fe­renti non è fal­si­fi­ca­bile: siamo quindi nel regno dell’opinabile, se non delle impres­sioni. Inol­tre, molto, se non tutto, dipende dalle dimen­sioni del qua­dro sto­rico di rife­ri­mento, defi­nite con qual­che rischio di arbi­tra­rietà. Resta il fatto. Minac­ciosi segnali di ten­sione inve­stono non sol­tanto quelli che nella guerra fredda erano bloc­chi con­trap­po­sti, ma anche (si pensi al dif­fon­dersi nell’eurozona di un sordo ran­core anti-tedesco) gli stessi stati euro­pei che hanno vis­suto que­sti sessant’anni in pace.

E a tali segnali si accom­pa­gna la ricom­parsa dei più cupi fan­ta­smi (nazio­na­li­smo e popu­li­smo, xeno­fo­bia e raz­zi­smo) della moder­nità «avan­zata». La sto­ria del Nove­cento sem­bra ripre­sen­tarsi in blocco sulla scena, come per un bru­sco ritorno del rimosso. E se è natu­ral­mente un caso che ciò avvenga a cent’anni esatti dallo scop­pio della prima guerra mon­diale, è vero anche che gli anni­ver­sari offrono spesso spunti istrut­tivi. Pro­viamo a vedere che cosa sug­ge­ri­sce que­sta non fau­sta ricorrenza.

Il Nove­cento è stato il secolo delle guerre mon­diali. Si suole dire per­sino che, tra il 1914 e il ’45, il mondo ha vis­suto una nuova guerra dei trent’anni. C’è del vero. L’imperialismo fu il deno­mi­na­tore comune dei due con­flitti: il primo fu uno scon­tro tra impe­ria­li­smi vec­chi e nuovi (o poten­ziali) a ridosso della prima crisi glo­bale del capi­ta­li­smo; l’imperialismo costi­tuì un fat­tore cru­ciale anche nella seconda guerra mon­diale, che la Ger­ma­nia nazi­sta sca­tenò nell’intento di dotarsi di un impero colo­niale sfon­dando prin­ci­pal­mente a est (e il colo­nia­li­smo fu un movente essen­ziale della stessa alleanza con l’Italia fasci­sta, mossa a sua volta dalla spinta all’espansione colo­niale in Africa).

D’altra parte que­sta ana­lo­gia tra­scura una dif­fe­renza essen­ziale. Nel corso della grande guerra, la prima rivo­lu­zione pro­le­ta­ria vin­cente della sto­ria tra­sforma la scena poli­tica mon­diale. Defi­ni­ti­va­mente.

Oggi non abbiamo memo­ria dell’ondata di panico che l’ottobre bol­sce­vico pro­ietta sull’occidente capi­ta­li­stico. Basti un dato, che rara­mente si ricorda: Gran Bre­ta­gna, Stati Uniti, Fran­cia e Ita­lia con­tri­bui­rono all’Armata bianca con­tro­ri­vo­lu­zio­na­ria inviando in Rus­sia oltre 600mila uomini, al fianco dei cosacchi.

Il mondo, entrato in guerra nel 1914, ne esce tra­sfi­gu­rato nel ’18. Non solo sul piano «geo­po­li­tico» ma anche all’interno dei sin­goli paesi, tea­tro, tra le due guerre, di con­flitti sociali che paiono met­tere all’ordine del giorno, in gran parte dell’Europa, la pro­spet­tiva della rivo­lu­zione ope­raia. In que­sto senso la seconda guerra mon­diale tiene a bat­te­simo il mondo con­tem­po­ra­neo, e per ciò essa è ancora un «pas­sato che non passa». Fu un con­flitto ben più com­plesso del pre­ce­dente: non sol­tanto uno scon­tro tra stati e imperi, ma anche, espli­ci­ta­mente, un urto armato tra classi sociali. La prima guerra totale della bor­ghe­sia con­tro il pro­le­ta­riato, del capi­ta­li­smo con­tro il comu­ni­smo. Il che spiega tanto l’iniziale indul­genza delle «demo­cra­zie occi­den­tali» nei con­fronti dei fasci­smi (a comin­ciare dalla guerra civile spa­gnola), quanto la reni­tenza ad allearsi con l’Urss con­tro Hitler; le bombe ato­mi­che ame­ri­cane sul Giap­pone; la man­cata discon­ti­nuità post­bel­lica nella costru­zione delle éli­tes poli­ti­che e degli appa­rati buro­cra­tici dei paesi sconfitti.

Pro­prio que­sta com­ples­sità – l’intreccio orga­nico tra fat­tore mili­tare e con­flitto sociale – è la cifra del secondo dopo­guerra. Che si svolge all’insegna dello scon­tro tra il «mondo libero» (l’economia-mondo capi­ta­li­stica) e il varie­gato blocco socia­li­sta, inter­fe­rendo pesan­te­mente nel pro­cesso di de-colonizzazione. Più che la nuova guerra dei Trent’anni (1915-45), è dun­que il ses­san­ten­nio 1939-89 la fase costi­tuente del nostro mondo. Sorto all’insegna del con­ti­nuum tra con­flitti mili­tari e sociali. O, se si pre­fe­ri­sce, sulla base dell’aperto rico­no­sci­mento della natura bel­lica – di guerra civile, direbbe Marx – della lotta di classe.

Poi cos’è suc­cesso? È cam­biato tutto? Lo si è voluto pen­sare. Nelle uto­pie «demo­cra­ti­che» che pren­dono piede a ridosso della caduta del Muro di Ber­lino (e che in Ita­lia accom­pa­gnano la liqui­da­zione del Pci) l’89-91 doveva segnare l’avvio di un’«era glo­bale di pace e di demo­cra­zia». Que­sta spe­ranza sot­tende anche l’immagine hob­sba­w­miana del «secolo breve», ma la sto­ria degli ultimi 25 anni la con­futa, e impone di leg­gere anche il nostro pre­sente in un qua­dro di lungo periodo. Non per­ché oggi il mondo sia uguale a prima. La Rus­sia post-sovietica non ha più, nem­meno di nome, un con­no­tato rivo­lu­zio­na­rio. La Cina intrat­tiene stretti rap­porti col mondo capi­ta­li­stico, di cui per diversi aspetti (com­mer­cio e finanza) è parte sem­pre più rile­vante. Il «blocco socia­li­sta» non esi­ste più, assor­bito dalla Ue o imme­dia­ta­mente sus­sunto, attra­verso la Nato, nell’orbita ame­ri­cana. Eppure il con­fine (poli­tico, eco­no­mico, per­sino sim­bo­lico) tra est e ovest resta cru­ciale. È ancora la linea lungo la quale corre più alta la ten­sione inter­na­zio­nale.

Per­ché le cose stiano in que­sti ter­mini, nono­stante la crisi del pro­getto rivo­lu­zio­na­rio nei paesi del «socia­li­smo reale», non è certo un mistero. Implosa l’Urss, l’Occidente tenta un salto di qua­lità nelle pra­ti­che del domi­nio. Teso a supe­rare la crisi strut­tu­rale del capi­ta­li­smo che ancora imper­versa (è di pochi giorni fa la noti­zia del pil Usa a cre­scita zero nel tri­me­stre), il neo­li­be­ri­smo a cen­tra­lità ame­ri­cana uni­fica i mer­cati finan­ziari con­tro le Costi­tu­zioni; rilan­cia la spesa mili­tare; esa­spera lo sfrut­ta­mento del lavoro vivo; sman­tella i sistemi pub­blici di wel­fare, frutto della com­pe­ti­zione col sistema socia­li­sta. Di qui l’esplosione delle spe­re­qua­zioni. Di qui la deriva auto­ri­ta­ria, post-costituzionale. Di qui anche l’architettura tecno-oligarchica della Ue, fun­zio­nale all’instaurarsi di gerar­chie con­ti­nen­tali coin­ci­denti con quelle vagheg­giate, nella prima metà del Nove­cento, dai teo­rici della Mit­te­leu­ropa e dagli archi­tetti del Nuovo ordine europeo.

Ma non si tratta sol­tanto del soft power del «libero mer­cato». Ancora prima della fine uffi­ciale dell’Urss la guerra guer­reg­giata torna al cen­tro della scena inter­na­zio­nale, a seguito della rin­no­vata spinta impe­ria­li­stica dell’occidente (degli Stati Uniti anche con­tro una parte dell’Europa) in Medio Oriente (Iraq) e in Asia cen­trale (Afgha­ni­stan), sino alle porte dell’ex-Urss (Geor­gia e paesi bal­tici) e della vec­chia Europa (le guerre nei Bal­cani degli anni Novanta). È così che il mondo oggi offre un pano­rama per tanti aspetti simile a quello che l’ha visto nascere. Con una miscela esplo­siva tra ele­menti del qua­dro 1914-38 (nazio­na­li­smi, irre­den­ti­smi e popu­li­smi, soprat­tutto nell’Europa fla­gel­lata dalla nuova grande depres­sione) ed ele­menti del qua­dro 1939-89 (con­flitto est-ovest, tra «occi­dente» capi­ta­li­stico e «oriente» post-rivoluzionario). Per dirla con un para­dosso, e con buona pace dei nuo­vi­smi ricor­renti, assi­stiamo alla lunga durata del secolo breve. Sulla base della regres­sione auto­ri­ta­ria degli Stati «demo­cra­tici» e della rin­no­vata cen­tra­lità del tema impe­riale e coloniale.

Se que­sto è vero, non è con­si­glia­bile sot­to­va­lu­tare la gra­vità degli acca­di­menti ai quali assi­stiamo in que­ste set­ti­mane. L’esplosione di revan­sci­smi raz­zi­sti e neo­fa­sci­sti in tutta Europa – dall’Ungheria alla Fran­cia pas­sando per Gre­cia, Fin­lan­dia e Olanda, Sve­zia, Austria e Polo­nia, per i paesi bal­tici e l’Italia – rivela il volto arcaico del capi­ta­li­smo sfi­dato dalla crisi orga­nica. La repres­sione delle pri­ma­vere arabe, la bal­ca­niz­za­zione della Libia e la restau­ra­zione del potere mili­tare in Egitto par­lano di nuovo impulso impe­ria­li­stico alla rico­lo­niz­za­zione del Medio Oriente. Il dramma dell’Ucraina rias­sume in sé e sem­bra ripro­porre tutti i motivi della tra­ge­dia nove­cen­te­sca, dallo scon­tro tra nazio­na­li­smi etnici all’urto tra bloc­chi «geo­po­li­tici», ali­men­tato in larga misura pro­prio dalla poli­tica di allar­ga­mento della Nato a est. Non è con­si­glia­bile sot­to­va­lu­tare, e non è nem­meno ragio­ne­vole scin­dere pro­cessi che, pur diversi, si col­le­gano tra loro nel con­te­sto poli­tico mondiale.

Due ultime con­si­de­ra­zioni, infine, ci riguar­dano da vicino. Fati­chiamo a vedere tutto que­sto per­ché abbiamo sacri­fi­cato gli stru­menti dell’analisi storico-materialistica a una futile – e scia­gu­rata – «moder­niz­za­zione» ideo­lo­gica. A mag­gior ragione, non sap­piamo che fare con­tro que­sta nuova corsa verso il precipizio.

Ripie­gati sulle nostre cure quo­ti­diane, siamo privi di antenne, oltre che di una dire­zione poli­tica degna di que­sto nome. Non per que­sto ripe­te­remo quanto ebbe a dire – «ormai solo un dio ci può sal­vare» – un filo­sofo com­pro­messo con il cuore di tene­bra del secolo scorso. Ma vedere una luce alla quale fare affi­da­mento sarà dif­fi­cile fin­ché, in Ita­lia e in Europa, non rina­scerà una seria forza di oppo­si­zione al capi­ta­li­smo. Capace final­mente di pre­pa­rare una tran­si­zione sto­rica già da tempo matura.

Questo articolo è stato pubblicato dal Manifesto il 2 maggio 2014 e dalla Fondazione Luigi Pintor

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