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Posts Tagged ‘Vladimir Putin’

Alessandro Dal Lago, Il Manifesto, 16 dicembre 2015

L’idea di un’Europa solidale con i deboli, accogliente e aperta agli stranieri è naufragata giorno dopo giorno, negli ultimi anni, tra eruzioni di sciovinismo nazionale e locale, negazione dei diritti umani e ottusità burocratica comunitaria. Oggi, la Commissione europea dà un altro colpo di piccone all’ideologia europeistica, già abbondantemente compromessa, rivelandosi apertamente per quello che è, ovvero un’istituzione, non eletta da nessuno, ma delegata dagli stati al controllo economico interno ed esterno.

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Fulvio Scaglione, Famiglia Cristiana, 15 novembre 2015

Da anni, ormai, si sa che cosa bisogna fare per fermare l’Isis e i suoi complici. Ma non abbiamo fatto nulla, e sono arrivate, oltre alle stragi in Siria e Iraq, anche quelle dell’aereo russo, del mercato di Beirut e di Parigi. La nostra specialità: pontificare sui giornali

È inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. E’ la nebbia di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si pronunciano, visto che l’unico dei terroristi finora identificato, Omar Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’impronta presa da un dito, l’unica parte del corpo rimasta intatta dopo l’esplosione della cintura da kamikaze che indossava.

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Rita Di Leo, Il Manifesto, 25 luglio 2015

Da dove comin­ciare per capire lo stato delle cose di oggi, tor­nate nel tempo di ieri? E quale chiave sce­gliere per capire? Le guerre di reli­gione del sei­cento euro­peo, non più tra pro­te­stanti e cat­to­lici, ma tra sun­niti e sciiti? La poli­tica di potenza tra Ame­rica e Paesi Arabi, tra Ame­rica e Rus­sia, tra la Ger­ma­nia e gli stati-nazione dell’Unione Euro­pea, non ancora vassalli?

Oppure la chiave è nel pri­mato dell’economia che ha fal­lito nella sua pro­pen­sione a gover­nare senza la poli­tica? Il potere senza poli­tica perde pre­sto legit­ti­mità. La per­dita di legit­ti­mità porta con sé la caduta della lega­lità e torna la forza come stru­mento per il con­trollo degli uomini. La poli­tica di potenza, al momento in così buona salute, testi­mo­nia quanto fra­gile è il potere delle élite finan­zia­rie. È un potere in grado di subire attac­chi che sono impre­vi­sti per­sino dai più geniali arti­sti degli algo­ritmi, gli attuali con­si­glieri delle élite. Sono colpi che aprono sce­nari di guerra. Guerre di indi­pen­denza, guerre di classe, guerriglie.

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La vittoria del NO al referendum greco non rappresenta certo la soluzione di tutti i problemi, ma apre alcuni possibili e interessanti scenari. Non ho certo la pretesa di saperli illustrare tutti e neppure quella di essere assolutamente imparziale (vivo, sono partigiano…). Voglio però cercare di cimentarmi con quelle che potrebbero essere le future scelte e le loro implicazioni.

Il voto greco è stato un voto per l’Europa, non contro l’Europa, nonostante il tentativo di farlo passare come un plebiscito fra euro e dracma. I greci hanno sostanzialmente ribadito a gran voce di voler rimanere nell’Unione Europea e nell’area dell’euro, ma hanno contestato modi e forme di questa loro permanenza. Chi la pensasse in maniera diversa, evidentemente non ha capito nulla dello spirito referendario. Ma i greci hanno anche dichiarato, implicitamente, a quale modello di Europa vogliono appartenere: all’Europa dei popoli, non a quella delle banche e delle finanziarie.

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Dimitri Deliolanes, Il Manifesto, 21 giugno 2015

Divergenza sui 450 milioni dell’avanzo primario 2016. Difficile far saltare tutto per quella cifra

Indif­fe­rente alla nuova offen­siva con­tro il suo governo, venerdì sera Ale­xis Tsi­pras ha lan­ciato il suo mes­sag­gio durante la con­fe­renza eco­no­mica orga­niz­zata da Putin a San Pie­tro­grado: «Siamo in mezzo alla tem­pe­sta. Ma ci siamo abi­tuati, siamo un popolo di navi­ga­tori. Il popolo greco sa navi­gare in mari sco­no­sciuti e tro­vare nuovi porti sicuri».

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Mario Pianta, Il Manifesto, 20 giugno 2015

Ue e Fmi agitano lo spettro del default contro la democrazia. Atene col fiato sospeso. Tutti gli scenari possibili. Il rischio più grave è nessun accordo e proposta per il Consiglio europeo di lunedì

I rap­porti tra Gre­cia ed Europa sono arri­vati a una stretta deci­siva. Tra ora e lunedì pome­rig­gio, quando si riu­ni­sce a sor­presa il Con­si­glio euro­peo, pos­sono suc­ce­dere quat­tro cose.

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Alessandro Dal Lago ci ricorda come si è giunti (e chi sono i responsabili, perché hanno nome e cognome), scrive una frase che mi ha molto colpito e che sintetizza perfettamente i tempi che stiamo vivendo: l'”Europa che sa solo sbagliare“. È drammaticamente vero, in politica estera così come in politica economica. Ma perché questa Europa sa solo sbagliare? In parte per l’incapacità, tecnica e politica, dei leader che attualmente la governano e in parte perché, in un regime di concorrenza fra paesi, ciascun capo di Stato vuol dimostrare di essere il migliore, quello con la capacità di analizzare meglio degli altri la situazione internazionale, il più europeista, il migliore strategica.

Insomma, ognuno di lor signori desidera passare alla storia. E devo di re che, se continuano così, ci riusciranno. Ma non si tratterà di sicuro delle pagine per noi più belle. Comunque, grazie a Dal Lago per l’estrema chiarezza.

Alessandro Dal Lago, Il Manifesto, 16 febbraio 2015

Il vento s’è por­tato via tutte le scioc­chezze dette e scritte per moti­vare, quat­tro anni fa, l’intervento Nato in Libia. La disin­for­ma­zione, le chiac­chiere anti-pacifiste dei guer­rieri da salotto, l’enfasi nazio­na­li­stica e pseudo-umanitaria che spin­geva l’allora oppo­si­zione di centro-sinistra a pre­mere su Ber­lu­sconi per far la guerra al suo ex-amico Ghed­dafi. E oggi la stessa reto­rica bel­li­ci­sta pro­rompe dalle parole di due mini­stri come Gen­ti­loni e Pinotti. Con la dif­fe­renza che il ber­sa­glio non è più un dit­ta­tore inde­bo­lito e desti­nato pre­ve­di­bil­mente a fare una fine orrenda, ma un nemico in larga parte sco­no­sciuto e che appare ubi­quo e capace di mobi­li­tare alleati in mezzo mondo, dal Magh­reb all’Iraq.

Natu­ral­mente, per quanto le parole dei due mini­stri siano state avven­tate, è impos­si­bile che si siano inven­tate di sana pianta. È quindi pro­ba­bile che il nostro governo stia già lavo­rando per un inter­vento armato che allon­tani i taglia­gole dalle coste della Libia. Que­sta volta a sof­fiare sul fuoco c’è anche Ber­lu­sconi, che mira, con la scusa dell’interesse nazio­nale, a met­tere in dif­fi­coltà Renzi e a far dimen­ti­care le sue respon­sa­bi­lità nel 2011.

E allora è neces­sa­rio ricor­dare ai nostri mini­stri con l’elmetto alcune ovvietà. L’Isis è in un’invenzione dell’Arabia sau­dita e della Tur­chia, in fun­zione anti-Assad, e degli Stati Uniti, che ini­zial­mente l’hanno appog­giato, per accor­gersi poi che era infi­ni­ta­mente più peri­co­loso del dit­ta­tore siriano. Le armi desti­nate a un’imbelle oppo­si­zione laica e filo-occidentale fini­vano nelle mani dei qae­di­sti e soprat­tutto dell’Isis che li ha sop­pian­tati. Lo stesso è suc­cesso in Iraq dove il Calif­fato è ormai la prin­ci­pale espres­sione della rivolta sun­nita con­tro il governo cor­rotto e inetto soste­nuto dagli occi­den­tali. E qual­cosa del genere avviene nella Libia attuale, risul­tato dell’intervento Nato. Dei due governi atte­stati a Tri­poli e Tobruk, il primo è vicino alle posi­zioni dell’Isis e il secondo resi­ste solo per­ché soste­nuto dall’Egitto.

In altri ter­mini, la Libia è già nelle mani del Califfo. Que­sto è il risul­tato del genio stra­te­gico di Sar­kozy e Came­ron, per non par­lare di Obama, e da noi dell’ignavia di Ber­lu­sconi e dell’incompetenza del Pd. Ma il punto è che una guerra in Libia è insen­sata e con­dur­rebbe a disa­stri inim­ma­gi­na­bili. I bom­bar­da­menti coin­vol­ge­reb­bero ine­vi­ta­bil­mente i civili, aumen­tando il risen­ti­mento con­tro gli occi­den­tali, men­tre un inter­vento a terra espor­rebbe le truppe Nato a rischi che nes­sun governo oggi vuol cor­rere. Ecco allora la geniale pro­po­sta di affi­darsi ad Alge­ria ed Egitto, o magari al Ciad o al Niger, cioè a far com­bat­tere quelli lì, arabi e afri­cani, in nostro nome. Un’idea vera­mente bril­lante che, oltre al suo signi­fi­cato neo-colonialista, ha il deci­sivo difetto di esporre i paesi con­fi­nanti con la Libia, con tutte le loro gatte da pelare, a con­trac­colpi interni impre­ve­di­bili e letali.

E allora? Ebbene, i disa­stri in Siria, Iraq e Libia sono il risul­tato di stra­te­gie neo-coloniali di lungo periodo, avviate subito dopo il 1989 e per­se­guite con sto­lido acca­ni­mento dai neo-cons ame­ri­cani e dai loro emuli euro­pei. Pen­sare di capo­vol­gere il qua­dro con qual­che bom­bar­da­mento sotto il para­sole Onu è pro­prio degno del nostro governo. Ma è l’intera Europa che sa solo sba­gliare, acca­nen­dosi con­tro la Gre­cia e aprendo un fronte con­tro Putin, come è già avve­nuto con l’Iran e poi, la Siria e la Libia.

La strada per libe­rare Tri­poli e le altre città costiere dall’Isis non passa da Sigo­nella, ma da un ripen­sa­mento stra­te­gico di cui però le can­cel­le­rie occi­den­tali sem­brano pro­prio incapaci.

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Ennio Remondino, sul sito RemoContro, scrive questo breve reportage sull’intervento di Giorgio Napolitano alle Commissioni Esteri congiunte di Camera e Senato. Si tratta dell’ennesima conferma di quanto già si sapeva. I fatti di Maidan avvennero a causa della forzatura pretesa da Polonia e Pasei baltici (in particolare dalla Lituania) per arrivare in tempi rapidi a un accordo partnership con l’Ucraina.

Indipendentemente dalle diverse valutazioni che si possono dare sul merito della vicenda ucraina, il nodo politico irrisolto rimane comunque quello dell’incapacità dell’Unione Europea di avere una posizione comune in politica estera. L’intervento di Angela Merkel e François Hollande nei giorni scorsi, vista l’assenza di Federica Mogherini dal tavolo delle trattative, mi è sembrato abbia colto di sorpresa molti governi dell’Ue. La tregua che, secondo gli accordi presi a Minsk, scatterà alla mezzanotte di oggi non è sicuramente risolutiva della crisi.

Rimane la preoccupazione.

Ennio Remondino

IL SENATORE NAPOLITANO: I RETROSCENA SULL’UCRAINA E LE PRESSIONI SULL’EUROPA

Ennio Remondino, RemoContro, 13 febbraio 2015

Il senatore a vita Giorgio Napolitano torna a far politica almeno per la storia e in parte svela e in parte legge con occhio acuto vicende sino ad oggi o nascoste o sottovalutate sulla grave crisi internazionale sull’Ucraina e soprattutto nei rapporti tra Stati Uniti, Nato, Europa Ue e Russia

Il breve intervento del senatore Napolitano, l’ex presidente della Repubblica, alle Commissioni Esteri congiunte di Senato e Camera dopo le comunicazioni del governo sulla crisi in Ucraina. Lezioni di geopolitica, di chiarezza e di lettura critica dei fatti in gran parte noti anche agli attuali esponenti politici dei governi Ue.

Piccole verità per la storia

Aston Hillary

Hillary Clinton, all’epoca Segretario di Stato americano e Catherine Ashton, all’epoca Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza

Molto prima della Crimea

«La crisi acuta in Ucraina che stava portando a conseguenze imprevedibili e stava per sfuggire di mano a entrambi i protagonisti non è nata con il fatto gravissimo e inammissibile dell’annessione della Crimea, ma dal contrasto sulla firma dell’accordo tra l’Unione Europea e l’Ucraina, un accordo di partnership generale».

Forzature 2013 prima di Maidan

«Ho avuto occasione di partecipare a una riunione di capi di stato che si tenne nell’ottobre 2013 a Cracovia, sotto presidenza polacca, e in quella sede mi resi conto di come ci fosse una forte pressione da parte di esponenti dell’Ue (Polonia e Paesi Baltici, Ndr) per una conclusione anche frettolosa di quell’accordo da cui era stata esclusa ogni consultazione con la Russia sulle ricadute che poteva avere quell’accordo, che comprendeva perfino un accordo di libero scambio tra l’Ucraina e l’Ue indipendentemente dal fatto che poi c’era un sistema di rapporti tra Ucraina e Russia che in quel modo veniva messo in mora».

Errori dell’Unione e troppa fretta

«Queste questioni sono state affrontate all’epoca, ma io ritengo che non c’è dubbio che da parte dell’Unione e della Commissione che gestiva il negoziato sull’accordo, si commise un errore di notevole portata non considerando l’esigenza allora di una consultazione trilaterale. Sono cose che ho avuto occasione anche di poter discutere quando ci sono state le visite a Roma del presidente Obama e del presidente Putin. In effetti adesso viene recuperata questa necessità che venne ignorata dagli organismi europei».

Quando Putin era amico

«Non possiamo dire che nella strategia del presidente Putin vi fosse un disegno di Eurasia che collideva con le possibilità di collaborazione con l’Ue. Non dobbiamo dimenticare che Putin ha sottoscritto accordi importantissimi anzitutto per un sistema di rapporti e incontri tra l’Ue e la Russia, tra la Nato e la Russia; mentre già si avviava la crisi nell’Ucraina, si approvava un documento comune dell’Ue e della Russia per un impegno di lotta contro il terrorismo».

Napolitano Putin stretta

 La Russia e il mondo

«Negli ultimi 15 anni si è riusciti a dare alla Russia il senso delle sue responsabilità come membro della comunità internazionale in una fase esposta a molteplici sfide e incognite».

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Marcello De Cecco, Sbilanciamo l’Europa, 10 ottobre 2014, N. 37, “MittelEuropa”

Non ci sono luci nell’orizzonte europeo. Recessione, rallentamento economico mondiale, conflitto ucraino e tensioni con Mosca affondano l’economia e rendono instabile la politica. L’«Europa tedesca» ha piegato la Francia, ma non può far funzionare l’Unione

Nelle scorse settimane c’è stato un diluvio di dati negativi sull’andamento dell’economia mondiale e, in particolare, su quella europea. I dati relativi alla zona euro sono i peggiori di tutti, ma sembra che ci siamo ormai abituati.

Il resto del mondo non se la passa meglio dei cittadini della zona euro. La Germania, il paese di maggior successo nell’area dell’euro, non può così sperare in un ragionevole tasso di crescita esportando quelle merci che non può e non vuole vendere sul mercato interno. Solo pochi mesi fa le prospettive di crescita per i paesi di maggior successo nella zona euro, in particolare per la Germania, apparivano significativamente migliori. Ed è altrettanto recente l’immagine di un euro forte nei confronti del dollaro. L’euro, tuttavia, oggi appare molto diverso: si è fortemente indebolito nei confronti del dollaro e la ragione principale di questo mutamento di prospettiva è la situazione di guerra aperta nell’est dell’Ucraina, esplosa con il pesante coinvolgimento, dietro le linee, di Russia e Unione Europea.

Una fragile tregua è stata raggiunta nelle scorse settimane, ma non è chiaro quanto sarà solida e per quanto potrà durare. Ovviamente, anche la politica monetaria europea e americana ha avuto un ruolo, ma la Federal Reserve, dal canto suo, non sembra ancora veramente decisa ad avviare una seria politica restrittiva.

Per questa ragione, penso che un’analisi dello stato dell’Unione Europea sul piano economico debba necessariamente considerare le variabili di politica internazionale come fattori esplicativi fondamentali. I fenomeni politici e militari incidono in modo particolare sulle aspettative future degli operatori economici. Quando si verifica un evento come l’attuale guerra civile in Ucraina, tendono a ridursi sia gli investimenti che i consumi nei paesi europei e, in particolare, in Germania, pesantemente coinvolta nelle vicende ucraine dai tempi degli zar e, nuovamente, da quando il paese è diventato indipendente dalla Russia. Inoltre, la Germania è oggi il cuore di una nuova versione della MittelEuropa, un’area che si è profondamente integrata con l’economia tedesca, tanto che oggi può essere considerata come un’unica area di produzione ed esportazione.

La Germania, naturalmente, è un gigante dell’export. È il principale produttore di automobili e beni d’investimento per il resto d’Europa, ma anche per altri grandi importatori come la Cina e gli Stati Uniti. Vista la caduta del Prodotto Interno Lordo (Pil) europeo causata dalla carenza di domanda interna, gli esportatori tedeschi si sono finora affidati alla domanda proveniente da Cina, Usa, Brasile e Russia.

Nessuno di questi paesi, tuttavia, sembra che potrà avere un boom di investimenti nel prossimo futuro. In Cina le prospettive di crescita sono state ridotte e il boom dell’economia brasiliana è al termine. L’economia americana continua a brillare se la si confronta con quella europea, ma a breve potrebbe essere colpita dall’inizio della fine di una fase quasi decennale di politica monetaria fortemente espansiva, anche se possiamo aspettarci che Janet Yellen, la presidente della Federal Reserve, aspetterà almeno l’esito delle elezioni americane di medio termine prima di prendere qualunque iniziativa sul fronte della politica monetaria. Il boom della Borsa americana non dev’essere fermato prima della competizione elettorale: ogni cittadino americano, attraverso il suo fondo pensione, ha un interesse perché questo non avvenga.

Se le elezioni americane dovessero andar male per i Democratici, com’è probabile, l’amministrazione Obama reagirà con una vigorosa politica espansiva nei due anni a venire, in modo di arrivare alle elezioni presidenziali con un’economia forte e una Borsa ancora più forte.

Tuttavia, se le relazioni tra Russia e occidente dovessero improvvisamente peggiorare in modo significativo, isolare la Borsa di New York dalle conseguenze negative della crisi internazionale potrebbe diventare molto difficile. Dovremo vedere la reazione della Federal Reserve di fronte a un crollo dell’indice Dow Jones del trenta per cento, un’ipotesi piuttosto realistica, visto che si è verificata non meno di sei volte negli ultimi decenni. La mia personale ipotesi, estrapolando i comportamenti passati, è che, così come dopo l’11 settembre 2001 e, in particolar modo dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, la Federal Reserve darà inizio a una nuova fase di denaro a bassissimo costo e la porterà avanti fino a che la fase acuta della crisi politica internazionale non sarà terminata. Tuttavia, anche con previsioni così accomodanti per la politica monetaria americana, è probabile che la recessione in Europa continui.

Se una previsione di questo tipo è ragionevole, una politica economica realistica per l’Europa dovrebbe prevedere la prosecuzione di una politica monetaria espansiva accompagnata da uno stimolo fiscale innovativo. Draghi continua a ripetere che non consentirà alla Bce di cambiare l’attuale politica espansiva, ma sottolinea che i governi, specialmente nei paesi in surplus, devono introdurre misure fiscali per stimolare consumi interni e importazioni.

Nessun effetto positivo di carattere macroeconomico sembra essere finora emerso dell’introduzione, il 4 novembre prossimo, dell’Unione Bancaria europea. Le banche quest’anno sono state assorbite dalla necessità di preparare i loro bilanci per la revisione patrimoniale che l’European Banking Authority sta realizzando sui 120 più grandi istituti del vecchio continente. I risultati di tale revisione saranno resi noti in occasione del trasferimento dei poteri di vigilanza bancaria alla Banca Centrale Europea, una vera innovazione nella politica bancaria e monetaria. La consapevolezza di avere una debole capitalizzazione ha spinto molte grandi banche a rafforzarsi, collocando nuove quote azionarie sul mercato ma, soprattutto, rientrando dalle proprie posizioni creditorie con ovvie conseguenze depressive. Inoltre, le banche, specie nei paesi più fragili, hanno preferito prestare ai propri governi piuttosto che a imprese esposte al rischio, malgrado la possibilità di dover accettare un forte “hair cut” nel valore del credito nel caso di una nuova crisi.

All’interno dell’Europa, le autorità francesi si sono costantemente collocate al fianco di quelle tedesche in tutte le decisioni, o non-decisioni, prese a livello europeo, con l’obiettivo di convincere i mercati internazionali che il loro paese avrebbe sicuramente avuto il sostegno della Germania nel caso si fosse presentata la necessità.

L’effetto di lungo periodo di questo tipo di alleanza è stata la costante pressione tedesca per rallentare l’azione della Bce e della Commissione Europea durante la crisi, risultando nel sensibile apprezzamento del tasso di cambio dell’euro. Tale apprezzamento ha avuto effetti molto negativi sull’economia francese, che è assai meno competitiva di quella tedesca.

In sintesi, lo stato economico dell’Unione Europea è deplorevole, in particolare se paragonato a quello di altri paesi come Stati Uniti o Cina. È da alcuni anni che la situazione è questa, e tale rimarrà nel prossimo futuro. Non sembrano esserci molte possibilità di vedere il surplus commerciale tedesco nei confronti del resto del mondo ridursi dai livelli patologici su cui si è attestato negli anni recenti. Il surplus tedesco nei confronti del resto d’Europa è scomparso, ma solo per il crollo della domanda nei paesi deboli, che si è tradotto in una caduta delle importazioni.

Nonostante le continue esortazioni di Mario Draghi, del Fondo Monetario Internazionale e ora anche di Jörg Asmussen, importante membro del Partito Socialdemocratico tedesco, la leadership cristiano democratica tedesca è irremovibile nel ribadire, in particolare attraverso la voce di Wolfgang Schauble – che ha il pieno sostegno della Cancelliera – i precetti dell'”economia sociale di mercato”. Si tratta delle regole imposte a tutti i membri dell’eurozona per ottenere da questi l’austerità che è stata e continua ad essere considerata necessaria perché questi paesi possano rimanere all’interno dell’area euro contando esclusivamente sulle proprie forze, senza ricorrere all’aiuto dei paesi più forti. Non ci sono possibilità, dunque, di vedere prossime emissioni di Eurobond.

L’«economia sociale di mercato» significa governare attraverso regole anziché con politiche discrezionali. Due anni fa tutti i paesi membri dell’area euro hanno accettato di introdurre nelle rispettive Costituzioni il pareggio di bilancio inizialmente introdotto dal parlamento tedesco, e perfino meccanismi che prevedono l’adozione automatica di misure deflattive da attivarsi non appena vengano superati i limiti prefissati relativamente al deficit ed al debito pubblico. Schauble ha recentemente annunciato che il bilancio pubblico tedesco raggiungerà il pareggio prima del previsto, nel corso di questo stesso anno fiscale. Altri stati membri non sembrano intenzionati a seguire la Germania su questa strada, malgrado abbiano approvato il Fiscal Compact, ma tutti i paesi in deficit sono stati obbligati ad adottare misure di austerità il cui impatto su spesa pubblica, domanda interna e occupazione non è stato compensato dalla crescita delle esportazioni. L’austerità in questo senso coincide con una visione del mondo che è il contrario di ciò che ispira la moderna politica economica e la macroeconomia.

L’austerità, che è un applicazione pratica dell'”economia sociale di mercato”, vede nei surplus commerciali esterni il risultato naturale del processo competitivo. Il surplus di un’economia molto competitiva è dunque visto come una situazione che non richiede alcun intervento correttivo da parte del paese in surplus. I deficit esteri, al contrario, sono interpretati come manifestazioni patologiche di scarsa competitività che dipendono dal mancato allineamento di salari e rendite con quelli dei paesi in surplus. I paesi in deficit sono dunque chiamati a realizzare politiche deflazionistiche e riforme strutturali capaci di riportare in linea salari e rendite.

Questo può sembrare nuovo, ma gli studiosi di storia economica sanno che questo è sempre stato l’atteggiamento delle nazioni in surplus. A Bretton Woods, furono gli Stati Uniti a impedire che si introducesse nel testo dell’accordo un meccanismo di riequilibrio che pesasse allo stesso modo sui paesi in surplus e in deficit. Gli sforzi di Keynes furono vani. Gli Stati Uniti non accettarono l’idea che l’economia mondiale non sarebbe stata caratterizzata da una tendenza naturale all’equilibrio di piena occupazione e che l’equilibrio avrebbe dovuto essere raggiunto attraverso accordi internazionali su politiche di rilancio da parte dei paesi in surplus.

Gli Stati Uniti – a loro merito – dopo aver constatato gli effetti deflazionistici dell’accordo di Bretton Woods sull’Europa, lanciarono nel 1948 il Piano Marshall, spinti anche dal nascente scontro bipolare a livello internazionale. Si trattò di un gigantesco programma di aiuti economici per evitare ai paesi europei in deficit gli effetti negativi della deflazione sull’occupazione e sugli equilibri politici. La Germania e gli altri paesi europei in surplus stanno riproponendo oggi gli argomenti che gli Stati Uniti usarono contro Keynes all’epoca di Bretton Woods. Le autorità tedesche non hanno alcuna simpatia per l’approccio keynesiano adottato da Mario Draghi, dal Fondo Monetario Internazionale e dagli Stati Uniti, i quali provano a convincere la Germania a rilanciare la domanda interna e ridurre i surplus esterni. Tuttavia, il 2 di marzo 2012, sottoscrivendo il Fiscal Compact, tutti i paesi dell’area euro hanno accettato la visione del mondo della Germania. La domanda da porsi è perché i paesi in deficit abbiano deciso di accettare volontariamente la visione del mondo tedesca introducendola nelle loro agende di politica economica e perfino nelle loro costituzioni.

La mia risposta è articolata: nulla ispira l’imitazione quanto il successo. L’economia tedesca è stata un’economia di successo se si guarda al suo tasso di crescita, al suo tasso di disoccupazione, all’equilibrio dei conti pubblici e alla drastica riduzione del debito pubblico.

La Germania attrae lavoratori qualificati da tutta Europa pagando loro alti salari mentre in altri paesi è difficile trovare lavoro perfino per un giovane ingegnere. La disoccupazione giovanile è molto bassa mentre nell’Europa del sud ha raggiunto livelli fino a poco tempo fa inimmaginabili. E i tedeschi hanno pagato la riforma del loro mercato del lavoro con il proprio sangue, attraverso la creazione di non meno di 7 milioni di lavoratori pagati meno di 400 euro al mese.

Tuttavia, ciò che ha spinto i paesi europei a sottoscrivere il Fiscal Compact è stato il rischio, grave e imminente, di una dissoluzione dell’euro per l’effetto combinato della massiccia speculazione internazionale e del rifiuto da parte dell’opinione pubblica, dei politici e della Corte Costituzionale tedesca. Sarebbe stato possibile a Mario Draghi pronunciare il 26 luglio 2012 il suo ormai celebre «difenderò l’euro a qualunque costo», che sconfisse la speculazione internazionale contro l’euro e placò i timori di una dissoluzione dell’Unione Monetaria, se pochi mesi prima non fosse stato siglato il Fiscal Compact?

Dunque, oltre all’ammirazione per il modello tedesco di crescita economica, c’era nei paesi in deficit la consapevolezza che il Fiscal Compact sarebbe stato il prezzo da pagare per rendere le loro intenzioni sul piano delle politiche deflazionistiche credibili agli occhi della Germania. E, ovviamente, quanto venne deciso durante la famosa “passeggiata di Deauville” da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy nell’ottobre 2010 fu alla radice delle perturbazioni sui mercati e di tutto quanto seguì.

Di nuovo, possiamo vedere come il governo francese sia andato a rimorchio, accettando qualsiasi cosa pur di mostrare la propria relazione speciale con la Germania e costruendo, in questo modo, le basi per ottenere la tripla A per i propri titoli di Stato. Non esiste in Francia la tradizione di legare le decisioni del governo agli interessi dell’alta finanza come accade, ad esempio, nel Regno Unito con la City di Londra. In molte occasioni, tuttavia, abbiamo avuto la netta impressione che l’azione del governo francese in ambito europeo fosse spinta dalla necessità per le grandi banche francesi di mantenere un buon rating sul debito pubblico nazionale, da usare come base per le loro operazioni internazionali.

Qualcuno sostenne che questo stato di cose sarebbe cambiato una volta arrivato un socialista all’Eliseo. Gli stessi intravedono l’alba di una relazione speciale tra Francia ed Italia, capace di produrre una posizione politica nuova, opposta a quella tedesca. Quest’interpretazione, tuttavia, non è fondata. Ignora la nuova storia d’amore tra la Germania e la Spagna conservatrice. Dimentica anche che Matteo Renzi era un protetto della Cancelliera Merkel molto prima di essere nominato Presidente del consiglio e che il premier italiano ribadisce costantemente che la Germania rappresenta il suo modello di politica economica. Fino a quando l’opinione pubblica tedesca non inizierà a vedere gli effetti negativi della deflazione sul proprio benessere resterà ostile perfino a critiche moderate, come quella di Jörg Asmussen alle dure politiche di Schauble. Dopo che il recente deprezzamento dell’euro ha dato nuovo vigore alle esportazioni tedesche, le speranze di un cambiamento nella politica economica della Germania restano esclusivamente legate all’eventualità che l’acuirsi della crisi in Ucraina peggiori le previsioni per l’economia tedesca, in particolare per quel che riguarda investimenti e consumi. Le recenti dichiarazioni del presidente degli industriali tedeschi potrebbero rappresentare un segnale in questa direzione.

Si tratta, in ogni caso, di uno scenario da «ultima spiaggia». Vogliamo davvero che sia uno scenario di guerra indiretta tra Russia e Unione Europea nell’est dell’Ucraina quello che ammorbidisce la politica economica tedesca? Ricordiamoci che, se una situazione del genere avvenisse davvero, la reazione della Germania potrebbe essere opposta, con una crescita dei consensi al nuovo partito anti-euro Alternative fur Deutschland, e un atteggiamento ancora più rigido sul rispetto dei vincoli del Fiscal Compact.

Mi spiace di non vedere per l’Europa un orizzonte molto luminoso. E non credo che le sanzioni renderanno Putin più ragionevole. La sua popolarità in Russia aumenta di pari passo con il nazionalismo delle sue posizioni. Può essere preso per fame, facendo salire alle stelle il prezzo dei generi alimentari in Russia, moltissimi dei quali sono importati dall’Europa e sono stati bloccati per ritorsione da Putin? Tradizionalmente, questo non è mai accaduto. Ma la Russia non era mai stata così dipendente dall’estero per beni essenziali come il cibo. Solo un enorme raccolto di grano ha consentito di allontanare il rischio di una crisi alimentare, ma il calo dei prezzi del petrolio ha lavorato nella direzione opposta riducendo gli introiti russi legati all’esportazione di materie prime.

L’AUTORE

Marcello de Cecco è uno dei maggiori esperti di italiani di politica monetaria e finanza. È professore emerito di Storia della moneta e della finanza alla Scuola Normale Superiore di Pisa e docente alla Luiss di Roma. Il suo ultimo libro sulla politica economica italiana e internazionale è «Ma che cos’è questa crisi. L’Italia, l’Europa e la seconda globalizzazione (2007-2013)», Donzelli, Roma, 2013. Questo testo riprende la sua relazione su «Lo stato dell’Unione europea» che ha aperto il convegno di EuroMemorandum tenuto a Roma il 25 settembre 2014 (www.euromemo.eu).

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Giulio Marcon, www.sbilanciamoci.info, 6 maggio 2014

Il conflitto ucraino non ha bisogno oggi di “prove muscolari” e di finte missioni di ”pace” ma di riannodare il bandolo delle trattative e di una soluzione diplomatica, che è l’unica possibile

8 settembre 1855: la battaglia per il bastione di Malachov, fase finale dell’assedio di Sebastopoli e del conflitto

160 anni fa il conte di Cavour decise di mandare dei soldati del Regno di Sardegna a combattere in Crimea. Si trattava di una scelta estemporanea e scaltra per conquistarsi un posto nel gioco diplomatico europeo. Erano stati gli inglesi, formalmente, a chiedergli di mandare delle truppe sabaude. La ministra della difesa Roberta Pinotti, che di Cavour ha solo una portarei che porta il suo nome, ha solertemente offerto delle truppe italiane per una “missione di pace” in Ucraina (la Repubblica del 4 maggio). Ma non gliel’ha chiesto nessuno, e meno male. Non gliel’hanno chiesto le Nazioni Unite, né la Nato, né i russi, né gli americani. Con un azzardato paragone con la situazione in Libano (che niente c’entra con quello che sta succedendo in Ucraina), la ministra della difesa italiana dimostra di avere un’approssimativa consapevolezza di quello che sta succedendo in Ucraina e un’eccessiva considerazione del ruolo di pacificazione delle nostre truppe. Tra l’altro in Afghanistan non è andata proprio così.

In realtà – come evidenziato da molti – il conflitto ucraino non ha bisogno oggi di “prove muscolari” e di finte missioni di ”pace” – che non hanno alcuna possibilità di essere decise ed inviate – ma di riannodare il bandolo delle trattative e di una soluzione diplomatica, che è l’unica possibile. Se invece si continua ad andare verso una prova di forza allora la guerra è assicurata. In questo momento, la causa dell’incendio è l’offensiva militare dell’esercito ucraino contro i separatisti. Questa offensiva andrebbe fermata, perché – oltre a provocare una guerra su più vasta scala – sta minando gli accordi di Ginevra (pure osteggiati da una parte dei separatisti) e la possibilità di una soluzione concertata della crisi nella regione. La responsabilità dell’autocrate Putin (con cui si sono intrattenuti in questi anni tutti i leader delle democrazie occidentali) prima nel sostenere un leader corrotto e autoritario come Yanucovich e poi nel soffiare sul fuoco dei separatismi locali è evidente, come è altrettanto chiaro che c’è un problema reale delle minoranze russofone che si sentono minacciate dalle forze nazionaliste fasciste e antisemite ucraine. Non è solo farina del sacco di Putin; ci sono paure ed angosce reali della minoranza russa di quel paese (strumentalizzate dal leader di Mosca), cui gli “occidentali” meglio farebbero a dare risposte più rassicuranti che appoggiare i carriarmati di Kiev. Dopo la fuga di Yanucovich nel febbraio scorso, uno dei primi atti del parlamento ucraino – poi bloccato dal veto del presidente Turcinov – è stato quello di abolire il russo come lingua ufficiale. È uno scenario “jugoslavo”: e non è bastata la lezione degli anni ’90 a far capire agli europei che è necessario affrontare un conflitto di questo genere con strumenti diversi dall’interventismo armato e dall’arroganza della Nato.

Ed è proprio l’espansione della Nato ad est – e la pervicace intenzione di fare dell’Ucraina un suo prossimo avamposto – ad essere una delle cause principali di quello che sta succedendo in quel paese. “Ma che c’entrano gli americani con l’Ucraina?” si è chiesto Romano Prodi, invitando implicitamente gli europei a lasciarli fuori dalla porta e ad essere loro i protagonisti di una soluzione del conflitto che stiamo attraversando. Ma il problema è proprio questo: gli americani – in un modo o nell’altro – in Ucraina ci vogliono entrare e rimanerci per due motivi: stare a ridosso, magari con la Nato, alla potenza russa ed entrare nel gioco del controllo delle risorse e delle vie di comunicazione che attraversano il paese.

Quando si pensa ad una “missione di pace” in Ucraina bisogna essere chiari. Non basta dire “pacificazione”. È una missione (della Nato) a sostegno del governo di Kiev? È una forza di interposizione (anche con truppe russe) tra le forze separatiste e quelle del governo ucraino? In mancanza di chiarimenti dire come fa la nostra ministra difesa che l’Italia è disponibile a mandare delle proprie truppe – anche “attraverso la Nato” – non significa nemmeno lontanamente emulare Cavour (che aveva comunque una sua visione e degli obiettivi ben precisi), bensì semplicemente mettersi al servizio. Ma non certo della pace.

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Riporto questo interessante contributo di Olivier Zajec (ricercatore presso l’Institut de strategie comparée), da Le Monde Diplomatique di aprile 2014.

L’ossessione antirussa
di Olivier Zajec
(traduzione di M.C.)

Con l’annessione della Crimea al territorio russo, approvata il 18 marzo da Vladimir Putin, e le sanzioni decise contro il Cremlino, la crisi ucraina ha assunto le dimensioni di un terremoto geopolitico. Capire questo conflitto implica prendere in considerazione i punti di vista concorrenti di tutti gli attori. Ma, nelle cancellerie occidentali, sovente i proclami morali soppiantano l’analisi politica.

In queste ultime settimane, il modo di trattare le vicende ucraine da parte dei media lo ha confermato: per una parte della diplomazia occidentale, le crisi non tradiscono più un’asimmetria fra interessi e percezioni da parte di attori dotati di ragione, ma sono scontri finali tra il bene e il Male, nei quali si gioca il senso della storia.

la Russia si presta a meraviglia a questa rappresentazione, che ha il merito della semplicità. Per molti commentatori, quello Stato barbaro governato dai cosacchi ha le sembianze di un altrove semi-mongolo retto dagli epigoni del Kgb, che ordiscono oscuri complotti al servizio di zar nevrotici i quali sguazzano nelle gelide acque del calcolo egoista [Bernard-Henri Lévy, «L’honneur des Ukrainiens», Le Point, Parigi, 27 febbraio 2014]. Reclusi, tagliati fuori dalla loro epoca, questi autocrati spostano lentamente i pedoni sulle scacchiere d’avorio invece di leggere The Economist. Di tanto in tanto, affondano un sottomarino nucleare per il piacere di inquinare il mar di Barents, in attesa di provocare un referendum illegale nel loro «straniero vicino» per ricostruire l’Urss.

A tentare una sintesi dei luoghi comuni apparsi sui giornali occidentali – non solo dall’inizio della crisi ucraina ma da 15 anni a questa parte -, questa Chromo folcloristica è più o meno quello che ricava il lettore normale a proposito della politica dell’attuale Federazione russa. Questa percezione globalmente negativa, che degenera in caricatura, risale a una tradizione ben radicata.

Essa si fonda su analisi che sottolineano la compulsione totalitaria e «menzogniera» della cultura russa [Alain Besançon, Sainte Russie, Editions de Fallois, Parigi, 2014], e sulla presunta continuità tra Joseph Stalin e Vladimir Putin – tema prediletto dagli editorialisti francesi e dai think-tank conservatori statunitensi [Steven P. Bucci, Nile Gardiner, Luke Coffey, «Russia, the West, and Ucraine: Time for a strategy – not hope», Issue brief, no° 4159, The Heritage Foundation, Washington DC, 4 marzo 2014]. Le sue origini risalgono ai racconti dei viaggiatori europei del Rinascimento, che facevano già un accostamento fra i russi “barbari” e i feroci Sciti dell’antichità [Cfr. Stephane Mund, Orbis Russiarum, Droz, Ginevra, 2003].

Gli avvenimenti di piazza Maidan a Kiev sono un esempio degli inconvenienti analitici prodotti da questa demonologia persistente. Divisa dal punto di vista linguistico e culturale fra Est e Ovest, l’Ucraina può garantire le sue attuali frontiere soltanto mantenendo un eterno equilibrio fra Lviv e Donetsk, simboli rispettivamente del suo polo europeo e del suo polo russo.

Sposare l’uno o l’altro equivarrebbe a negare quel che la fonda, e dunque a sancire il meccanismo senza ritorno di una partizione alla cecoslovacca [La «rivoluzione di velluto» del 1989 portò nel 1992 alla scissione dello Stato in due entità, su base etnolinguistica]. Kiev è un’eterna fidanzata geopolitica.

L’Ucraina non può «scegliere». Così, si limita a farsi regalare costosi anelli: 15 miliardi di dollari promessi dalla Russia nel dicembre 2013, e contemporaneamente 3 miliardi dall’Unione europea per accompagnare l’accordo di associazione abortito. A ogni pretendente, dà assicurazioni revocabili: gli accordi di Kharkhov che, nel 2010, prolungavano fino al 2042 l’affitto della base navale di Sebastopoli alla Russia, e la concessione di terre coltivabili ai magnati dell’agricoltura europea. Riducendo questo Mènage a trois geo-culturale a un matrimonio forzato con Mosca, gli esperti vittime di quella che bisogna pur chiamare ossessione antirussa rivelano una grave insufficienza analitica. Mentre rimproverano a Putin di limitarsi al campo ristretto della politica di potenza, danno prova di un’emiplegia non meno condannabile, limitando il proprio orizzonte narrativo all’assorbimento liberatore dell’Ucraina nella comunità euro-atlanitica.

Contrariamente a quanto è stato scritto, la rottura degli equilibri interni di questa nazione fragile non si è verificata il 27 febbraio 2014, quando uomini armati hanno assunto il controllo del Parlamento e del governo della Crimea – un colpo di scena che sarebbe la risposta di Putin alla fuga del presidente ucraino Viktor Yanikovich il 22 febbraio. In realtà il cambiamento si è verificato fra l’uno e l’altro di questi due eventi, e precisamente il 23 febbraio, con l’assurda decisione dei nuovi dirigenti ucraini di abolire lo status del russo come seconda lingua ufficiale nelle regioni dell’est del paese – un atto che il presidente a interim ha finora rifiutato di firmare. Si è mai visto un condannato allo squartamento frustare i cavalli per incitarli?

Putin non poteva sognare di meglio che questa sciocchezza per avviare la sua manovra in Crimea. La rivoluzione che ha portato alla caduta di Yanukovich (eletto nel 2010), e poi all’uscita della Crimea russofona dall’orbita di Kiev è dunque solo l’ultima manifestazione in ordine di tempo della tragedia culturale consustanziale a questo Belgio d’oriente chiamato Ucraina.

Fantasmi bipolari e romanzi di spionaggio

A Donetsk come a Sinferopoli, gli ucraini russofoni sono generalmente meno sensibili di quanto non si creda alla propaganda del grande fratello russo: decifrare con ironia fatalista è ormai quasi una seconda natura. La loro aspirazione a un vero Stato di diritto e alla fine della corruzione è la stessa di quella dei loro concittadini di Galizia. Putin lo sa. Ma sa anche che quelle popolazioni, che tengono alla propria lingua, non baratteranno Pushkin e i ricordi della «grande guerra patriottica» – il nome sovietico della seconda guerra mondiale – con un abbonamento alla La Règle du Jeu, la rivista di Bernard-Henri Lévy. Nel 2011, il 38% degli ucraini parlava russo in famiglia. La decisione azzardata e vendicativa del 23 febbraio ha di colpo reso veritiero il discorso di Mosca: per l’Est ucraino, il problema non è che il nuovo governo del paese sia arrivato al potere rovesciando un presidente eletto, ma che la sua prima decisione sia stata quella di far chinare la testa a quasi la metà dei suoi cittadini.

È allora che Maidan ha perduto la Crimea: nessuno dimentica che essa fu «offerta» da Nikita Kruscev all’Ucraina nel 1954. Per questo, il 17 marzo, dopo il plebiscito con il quale la popolazione della Crimea ha deciso per la riunificazione con la Russia, Mikhail Gorbacev ha affermato: «Allora la Crimea fu unita all’Ucraina sulla base delle leggi sovietiche (…), senza chiedere il consenso del popolo, oggi quel popolo ha deciso di correggere l’errore. Bisogna approvare, non annunciare sanzioni[Dichiarazione all’agenzia Interfax, 17 marzo 2014]». Queste affermazioni sono arrivate come una doccia fredda a Bruxelles, dove si stavano preparando, in coordinamento con Washington, una serie di misure di ritorsione contro Mosca (restrizione del diritto di viaggiare e congelamento dei beni per responsabili ucraini e russi).

Se quel che vuole la Russia è ingiustificabile, sarebbe interessante capirne le ragioni, prima di eventualmente condannare. Tanto più che l’Ucraina potrebbe perdere altro oltre alla Crimea, se la frequentazione prolungata con la cortesissima Victoria Nuland [Durante una conversazione telefonica con l’ambasciatore statunitense in Ucraina resa pubblica in febbraio, la sottosegretaria al dipartmento di Stato incaricato dell’Europa ha esclamato: «L’Unione europea vada a farsi f…»] la spingesse ad aderire all’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico (Nato). Alcuni uomini forti del nuovo governo, che registra quattro ministri del partito nazionalista Svoboda [Si legga Emmanuel Dreyfus, «In Ucraina, gli ultrà del nazionalismo», Le monde diplomatique/il manifesto, marzo 2014], condividono il progetto.

Sarebbe forse il caso di bandire l’espressione «guerra fredda» dagli articoli dedicati alla Russia. Storicamente inoperante, questa scorciatoia serve soprattutto a giustificare l’espressione pavloviana di fantasmi bipolari triti e ritriti. John MaCain, ex candidato repubblicano alla Casa Bianca e noto esperto internazionale dell’Arizona, ne ha dato un esempio significativo fustigando dalle colonne del New York Times Putin, «imperialista russo e apparatčik del Kgb» ringalluzzito dalla «debolezza» di Barack Obama. Il quale, senza dubbio troppo occupato dalla riforma della sanità in patria, non realizza che «l’aggressione in Crimea (…) rende più audaci altri aggressori, dai nazionalisti cinesi ai terroristi di Al Quaeda, ai teocrati iraniani [John McCain, «Obama has made America look weak», The New York Times, 14 marzo 2014]». Che fare? «Dobbiamo riarmarci moralmente e intellettualmente, risponde l’ex avversario di Sarah Palin, per impedire che le tenebre del mondo di Putin si abbattano ancor di più sull’umanità». Un discorso che, per denunciare dei teocrati, si avvale di un registro teologico.

A Washington e a Bruxelles, con uno stile analogo, sembra che ci si sia messi d’accordo per soffiare continuamente sul fuoco della crisi ucraina invece di spegnerlo. Lontano da questi eccessi, l’impavida Angela Merkel telefona (in russo) a Putin. Quei due non si ascoltano soltanto: si capiscono. Le loro posizioni sono su linee opposte? Lo vedono come l’occasione non per insultarsi, ma per dialogare e negoziare, su un piede di parità.

A Londra, Parigi o Washington, rileggono i romanzi di spionaggio di Tom Clancy. A Berlino e Mosca, capitali «fredde» legate dall’economia, dall’energia (il 40% del gas tedesco è di origine russa) e dal ricordo dell’ordalia militare del fronte orientale, i rispettivi governi consultano le carte di una Mitteleuropa della quale solo loro, oggi, padroneggiano davvero le linee di forza. Le parole dure della cancelliera verso Mosca non le impediscono di percepire da una parte le ragioni obiettive del nervosismo di Putin e dall’altra la realtà delle sue capacità di manovra.

In questo Merkel è diversa da Yanukovich, il quale non ha capito granché della psicologia del suo «protettore»: «La Russia deve agire, tuonava il 28 febbraio dal suo esilio. E, conoscendo il carattere di Vladimir Putin, mi chiedo perché egli sia così riservato e stia in silenzio». Ecco il fondo del problema: il deposto presidente ucraino agisce e parla senza troppo informarsi, senza tener conto del lungo periodo né chiedersi che cosa pensino i cittadini del suo paese. Così arriva a tirare in ballo Putin, il cui carattere distintivo, sotto apparenze rudi, è essere capace di non spingersi troppo in là – al contrario di Yanukovich, ma anche dei sostenitori dell’espansione infinita della Nato e dell’Unione europea.

Il presidente russo ha giocato la carta militare solo indirettamente, infiltrando in Crimea truppe russe senza uniforme a scopo di dissuasione, insieme alle manovre lungo la frontiera, per poi meglio spostare la controffensiva sul terreno della controversia giuridica. Con il referendum del 16 marzo, la questione del separatismo della penisola è ormai una faccenda di diritto internazionale sulla quale pesa l’ombra giurisprudenziale del Kosovo, peccato originale che pone gli occidentali di fronte alle proprie contraddizioni [Si legga Jean-Arnault Dèrens, «Indipendenza del Kosovo, una bomba a scoppio ritardato», Le monde diplomatique/il manifesto, marzo 2007].

Due pesi, due misure

È urgente calcolare gli equilibri geopolitici di lungo periodo per gestire gli «effetti di cambiamento». Detto in altro modo, si tratta di accettare di pensare alla nozione di interazione (wechselwirkung) che, secondo l’esperto di strategia Carl von Clausewitz, era alla base di tutti i duelli logici che si regolano con la forza o la minaccia del ricorso alla forza. Nella logomachia occidentale c’è un rifiuto panico delle «variabili instabili» [Cfr. i lavori di Robert Kehoane sull’importanza delle percezioni nella teoria delle relazioni internazionali] che denota una pratica della diplomazia oggi ridotta allo stato di riflesso spasmodico. La Russia giudica che nelle relazioni internazionali si stiano usando due pesi due misure. La Cina fa un’analisi simile e il 16 marzo si è astenuta, in occasione del voto al Consiglio di sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu) di una risoluzione che condannava la politica russa in Crimea.

L’Afghanistan nel 2001, l’Iraq nel 2003, la Libia nel 2011 sarebbero l’opera altruista di potenze visionarie nelle quali si potrebbe al massimo rimproverare una foga liberatrice un po’ maldestra. Al contrario, gli altri attori difenderebbero solo i propri interessi a prezzo di aggressioni riprovevoli. Per François Hollande, il referendum del 16 marzo è una «pseudo-consultazione, perché non conforme al diritto interno ucraino e al diritto internazionale» (dichiarazione del 17 marzo). Il 17 febbraio 2008, nove anni dopo un’operazione militare decisa senza l’avallo dell’Onu, il Parlamento kosovaro albanese votava l’indipendenza della provincia autonoma serba del Kosovo, contro la volontà di Belgrado, con il sostegno della Francia e degli Stati Uniti. La Russia, ma anche la Spagna, hanno rifiutato – e tuttora rifiutano – di riconoscere questa struttura rispetto al diritto internazionale. Proprio come… l’Ucraina.

Tre sfide prioritarie attendono gli ucraini: l’equilibrio geopolitico fra Russia ed Europa; l’eguaglianza culturale e linguistica fra cittadini dell’Est e dell’Ovest; la fine della corruzione delle élites. Che fossero «democratiche» o «pro-russe», esse hanno attinto dalle stesse casse, rivolgendosi perfino agli stessi consiglieri della comunicazione [Lo statunitense Paul Manafort è stato consigliere di Yanukovich dal 2004 al 2013. In precedenza aveva lavorato con Ronald Reagan, George W. Bush e… McCain. Cfr. Alexander Burns, Maggie Haberman, «Mistery Man: Ukrain’s Us political fixer», Politico, 5 marzo 2014]. Solo a questo patto diventerà «intangibile» un’integrità territoriale che, malgrado le affermazioni dei diplomatici dalla memoria corta, non lo è oggi più di quella della Serbia del 1999, della Cecoslovacchia nel 1992 e del Sudan nel 2011.

La sfida ucraina non è esterna ma interna. Come ha fatto notare il sociologo Georg Simmel, «la frontiera non è un fatto spaziale che implica conseguenze sociologiche, ma un fatto sociologico che si esprime sotto forma spaziale [Cfr. Georg Simmel, «Soziologie des Raumes», in Jahrbuch für Gesetzbung, Verwaltung und Volkswirtschaff, XXVII, Lipsia 1903]». La questione non è sapere se Putin sia la reincarnazione di Ivan il Terribile, ma se le «élite» ucraine si mostreranno all’altezza del loro compito e saranno in grado di compiere un’opera di ingegneria sociale per ristabilire l’unità in un paese plurale. Quel giorno, auspicabile, l’Ucraina meriterà davvero le sue frontiere.

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