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Posts Tagged ‘xenofobia’

Thomas Piketty, Diritti Globali, 19 settembre 2015

Thomas Piketty

Lo slancio di solidarietà in favore dei rifugiati osservato in queste ultime settimane è stato tardivo

Ma quantomeno ha avuto il merito di ricordare agli europei e al mondo una realtà fondamentale. Il nostro continente, nel XXI secolo, può e deve diventare una grande terra di immigrazione. Tutto concorre in tal senso: il nostro invecchiamento autodistruttivo lo impone, il nostro modello sociale lo consente e l’esplosione demografica dell’Africa abbinata al riscaldamento globale lo esigerà sempre di più. Tutte queste cose sono largamente note. Un po’ meno noto, forse, è che prima della crisi finanziaria l’Europa si avviava a diventare la regione più aperta del mondo in termini di flussi migratori. È la crisi, scatenatasi nel 2007-2008 negli Stati Uniti, ma da cui l’Europa non è mai riuscita a uscire per colpa di politiche sbagliate, che ha condotto all’aumento della disoccupazione e della xenofobia, e a una chiusura brutale delle frontiere. Il tutto in un momento in cui il contesto internazionale (Primavera Araba, afflusso di profughi) avrebbe giustificato, al contrario, una maggiore apertura.

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Etienne Balibar, Sandro Mezzadra e Frieder Otto Wolf, Il Manifesto, 21 luglio 2015

Tsipras ha detto la verità dicendo che l’accordo con l’Unione Europea è pessimo. Per questo bisogna continuare a battersi

Gli «accordi» del 13 luglio a Bru­xel­les tra l’unione euro­pea e la Gre­cia segnano la fine di un’epoca? Sì, ma cer­ta­mente non nel senso indi­cato dal comu­ni­cato con­clu­sivo del «ver­tice». In effetti gli «accordi» sono fon­da­men­tal­mente inap­pli­ca­bili e tut­ta­via costi­tui­scono una for­za­tura altret­tanto vio­lenta, e ancor più con­flit­tuale, di quanto è già avve­nuto negli ultimi cin­que anni. Si è par­lato di dik­tat e que­sta dram­ma­tiz­za­zione è basata su fatti concreti.

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MicroMega, 16 luglio 2015

Per l’economista la debacle greca insegna che bisogna mettere da parte la retorica europeista e globalista e predisporre una visione alternativa, un “nuovo internazionalismo del lavoro”. E sulla Grexit replica al premier ellenico che ha denunciato il mancato aiuto di Stati Uniti, Russia e Cina: “Se vero, significa che i grandi attori del mondo hanno scelto di non interferire più di tanto negli affari europei, lasceranno che l’Unione monetaria imploda per le sue contraddizioni interne”.

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena
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Stefano Cardini, Scenari, 12 dicembre 2014

È probabilmente un caso. Colpisce, tuttavia, che mentre in molti Paesi europei cresce il consenso attorno a formazioni politiche nazionaliste e xenofobe, mentre l’antisemitismo torna a colpire centri di cultura ebraici e sinagoghe e, lungo il confine che un secolo fa vide la dissoluzione dei tre grandi Imperi centrali euroasiatici, gruppi paramilitari neonazisti presidiano sia le piazze “antieuropeiste” della Grecia sia quelle “europeiste” dell’Ucraina, si assista a un riaccendersi dell’interesse e del dibattito attorno alle filosofie “nere” del Novecento: da Oswald Spengler, a Ernst Jünger, a Carl Schmitt fino a Martin Heidegger. Parlo di filosofie “nere” e credo di poterlo fare con qualche buona ragione. Nonostante questi Autori abbiano goduto dell’interesse e dell’apprezzamento anche di ambienti culturali e intellettuali liberaldemocratici, socialdemocratici e financo marxisti, essi sono sempre tradizionalmente appartenuti a un ideale Olimpo di destra, anche estrema, intrecciando generalmente nelle loro opere motivi antimoderni, antiliberali, antidemocratici e, non di rado, nazionalisti, razzisti e antisemiti. Al centro dello Streit è finito di recente ed una volta di più Martin Heidegger, in seguito alla pubblicazione in Germania, lo scorso marzo, dei Quaderni neri (Schwarze Hefte), attualmente in traduzione anche in Italia da Bompiani. In questa sorta di “zibaldone” heideggeriano, come ha scritto Donatella Di Cesare nel suo recente volume Heidegger e gli ebrei (Bollati-Boringhieri) vi sarebbe «quel non-detto che molti supponevano, o speravano, fosse anche non-pensato», ovvero, l’antisemitismo di Heidegger: un antisemitismo meditato proprio nel quadro filosofico del pensiero della storia dell’Essere. Non avendo ancora studiato gli Schwarze Hefte non entro nel merito più che tanto su una questione che, dalla Frankfurter Allgemeine a Le Monde al New York Times, ha suscitato un così grande dibattito. Mi limiterò a riassumere per sommi capi i termini della contesa. E a esprimere una sorta di auspicio.

Il caso Heidegger non è nuovo, naturalmente. Semplificando molto, negli anni abbiamo assistito al fronteggiarsi di due atteggiamenti estremi di fondo. Il primo riguarda quelli che chiamerò i minimizzatori, ovvero, quanti sostanzialmente non rilevando nell’opera più nota ed edita di Heidegger significativi elementi a suffragio della sua adesione al nazismo, salvo forse un motivo “attualistico” rinvenibile nella sua concezione dell’esistere autentico come Essere-per-la-morte, hanno teso a confinare quell’accadimento a episodio biografico, frutto o di piccine ambizioni accademiche o dell’insipienza politica del filosofo, la cui luna di miele con il regime, d’altronde, non sarebbe durata che qualche anno. Il partito opposto, invece, che chiamerò dei liquidatori, ha sempre teso a rintracciare e a enfatizzare il ruolo che la riflessione di Heidegger avrebbe svolto nel gettare le premesse della sua decisione politica, in particolare in forza di una aperta, marcata ed esibita svalutazione di ogni forma fondata di conoscenza morale, in favore dell’idea di una comunità di destino basata su un rinnovato radicamento del popolo tedesco nella terra e nel sangue sotto la guida di Adolf Hitler. Le difficoltà più rilevanti i minimizzatori le incontravano quando erano chiamati a giustificare non soltanto appunti o corrispondenze, di natura privata o accademica che tradivano, oltreché l’iniziale, entusiastica adesione al regime, anche una chiara avversione verso gli ebrei, ma soprattutto il silenzio degli anni seguenti, privi di un serio ripensamento da parte del filosofo. Per i liquidatori, invece, risultò sempre difficile dar conto non soltanto dell’innumerevole schiera di allievi ebrei di Heidegger, legati al maestro benché costretti dalle leggi razziali a lasciare la Germania, ma della stima e dell’amicizia che molti di loro continuarono negli anni a tributargli, da Hannah Arendt, che a Heidegger fu legata anche sentimentalmente, a Karl Löwith, che ritenne sempre Heidegger alieno, per esempio, da ogni forma di antisemitismo.

Tra questi estremi, si possono trovare una molteplicità di chiavi interpretative intermedie.

Ora, per quanto posso dire di avere letto sinora, mi pare difficile che la lettura degli Schwarze Hefte lasci semplicemente inalterati i termini del problema. Al riguardo si possono citare, riprendendoli per esempio dal libro di Di Cesare, passi heideggeriani di questo tenore: «La questione riguardante il ruolo dell’ebraismo mondiale [Weltjudentum] non è una questione razziale [rassisch], bensì la questione metafisica [metaphysisch] su quella specie di umanità che, essendo per eccellenza svincolata, potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall’essere il proprio “compito” nella storia del mondo». L’impressione, insomma, è che minimizzare il nazismo di Heidegger e ancor più il suo antisemitismo come estrinseci alla sua vicenda intellettuale sia ormai definitivamente insostenibile. Sarebbe tuttavia un gravissimo errore, e qui inizia il mio auspicio, se questo significasse “chiudere i conti” con Heidegger, quasi che compito della filosofia fosse compilare liste di proscrizione e non, anzitutto, comprendere le cose, a partire dai filosofi e dalle loro filosofie. Provo a spiegarmi meglio. Uno dei meriti del libro di Di Cesare, al di là della tesi che tende a fare dell’antisemitismo di Heidegger un componente centrale non solo delle sue scelte politiche, ma della sua stessa filosofia, è mostrare i passaggi di fase che nel corso della storia del pensiero filosofico quella che oggi chiamiamo “questione ebraica” ha assunto, non soltanto in Germania, anche se in modo particolare in Germania: da Lutero, a Kant, a Fichte, a Hegel, a Nietzsche, a Frege. Si tratta di una ricognizione storica e teorica che risponde alla “voglia di capire” prima che alla preoccupazione di giudicare, non perché non si giudichi o non si sia già giudicata moralmente la condotta di Heidegger o di altri, ma perché si ritiene che per ben giudicare si debba anzitutto ben capire e che ancora qualcosa da capire, nonostante tutto, ci sia. Il nazismo e l’antisemitismo di Heidegger, probabilmente non più contestabili o minimizzabili, non possono infatti essere semplicemente dedotti dalla sua “critica” al primato fenomenologico husserliano della soggettività trascendentale in favore di una “fondazione” ontologica più radicale. A partire di lì, infatti, molte altre strade sarebbero state percorribili. Eppure non lo furono. Perché? E perché fu invece imboccata e mai davvero ridiscussa (non “rinnegata”, giacché rinnegare sarebbe stato facile e tanti l’hanno fatto a buon mercato) una strada che oggi appare a noi tutti sconcertante, in particolare per un pensatore che dell’ebreo Husserl fu allievo e della ebrea Hannah Arendt maestro. La questione va ben oltre la vicenda biografica del filosofo di Messkirch, oltre le sue megalomanie, meschinità accademiche, velleità politiche, oltre i suoi provincialissimi pregiudizi e le sue banalità intellettuali, che pure ci furono. C’è stato un terreno, infatti, in quel torno d’anni a cavallo della prima guerra mondiale e oltre, in cui la modernità ha raggiunto il punto suo più alto di fiducia in se stessa per poi precipitare ben due volte nell’abisso, sul quale sono variamente fiorite (e naufragate) le “titaniche” imprese intellettuali – titaniche a volte fino al ridicolo – non soltanto di Heidegger, ma di Spengler, Jünger, Schmitt e molti altri. Esplorarne in profondità le ragioni è allora necessario. A partire da una notazione importante, messa in luce da Di Cesare. Che uno dei passaggi critici del rapporto tra pensiero filosofico ed ebraismo, ha riguardato in realtà l’epoca della storia d’Europa più trionfalmente moderna, razionalista e progressiva, l’Illuminismo, il cui sorgente ethos, impegnato a districarsi ed emanciparsi idealmente e realmente da ogni forma di tutela religiosa, ha incontrato non poche difficoltà nel ricavare uno spazio di legittimità civile e politica a quell’enigmatico e sempre sospetto impasto di teologia e politica, religione e sentimento nazionale che era l’ebraismo. Nacque così la famosa “questione ebraica”. Nacque sotto i Lumi della ragione, non sempre così sereni, come anche Heidegger, Spengler, Jünger, Schmitt e, prima di loro Nietzsche, in radice sostenevano.

Perché tutto questo ci riguarda? Perché non è materia soltanto di filologi, storici della filosofia, critici oziosi del pensiero? Forse perché l’Europa, che sotto i migliori auspici ha cercato di ripensare se stessa unita dopo la catastrofe bellicista innescata dalle spinte egemoniche regressive del Terzo Reich, oggi pare avere perso ogni fiducia in una propria koiné. E con la stessa disinvoltura con cui, un Paese dopo l’altro, fa a gara per riconoscere lo Stato palestinese, l’Europa si astiene dal pronunciarsi, sotto lo sguardo dell’ingombrante alleato americano, su una risoluzione russa proposta alle Nazioni Unite che condanna qualunque glorificazione di fascismo e nazismo e ogni forma di xenofobia e razzismo. Non è solamente, io credo, questione di un modello di economia sociale di mercato da superare o all’opposto da difendere o rilanciare. E neppure è solamente questione di un ruolo geopolitico smarrito nelle nebbie di un ipocrita soft power dopo una guerra, la Seconda, dalla quale in fondo a uscire vincitori furono americani e russi. È anche questione di un’incapacità di raccogliersi attorno a un’idea di Europa, che oltre che vagheggiata nei siderei spazi degli auspici e delle raccomandazioni filosofiche, abbia e sappia mettere radici nella propria storia, facendo criticamente memoria di quell’immane sconcerto, di quello sgomento, di quello smarrimento di fronte al travolgente avanzare del “moderno” da cui presero le mosse anche certe titaniche imprese filosofiche dagli esiti catastrofici. Non dovremmo, quindi, proprio ora, “liberarci” di Martin Heidegger. Così come non dovremmo “liberarci” di Spengler, Jünger, Sombart, Schmitt ecc. Non dovremmo per non rischiare di divenire incapaci di cogliere con la indispensabile profondità teorica e storica il senso di parole come Europa, Asia, Russia, Occidente, Oriente, valori europei, cristiani, occidentali, diritto di cittadinanza, diritto d’asilo, diritto internazionale, polizia internazionale, guerra totale, guerra di distruzione, guerra di sterminio, sradicamento, disumanizzazione, mercificazione, ecc. Termini, tutti, che ricorrono in modo quasi automatico nel dibattito pubblico, ma senza che se ne riesca a riflettere il significato ancora vivo, se c’è, per noi. La pubblicazione dei Quaderni neri, quindi, sarebbe auspicabile non dovesse servire a “chiudere” la questione Heidegger. Bensì a farci riaprire con più onestà, rigore e consapevolezza storica la questione Europa: della sua identità, dei suoi valori fondativi, ovvero, dei suoi limiti, oltreché geografici, ideali. In un recente libro dedicato alla Russia come frontiera dell’Europa, Vittorio Strada ha scritto: «L’Europa, al di là di banali eurocentrismi e antieurocentrismi, più che spazio è Tempo: Modernità». Da questo punto di vista, essa sembrerebbe non avere confini, proprio come la nazione “infelice” della diaspora ebraica che, guarda caso, proprio i padri del moderno ritennero un enigma, un inciampo da rimuovere. Lo spazio, tuttavia, reclama sempre, a un certo punto, le sue ragioni. E lungo la frontiera che a oriente da sempre separa e collega la penisola europea al tavoliere asiatico, lì dove storia e geografia si confondono, un limite ancora si rivela e ribolle. Come ribolle a sud, verso quel mondo islamico che, nonostante i suoi straordinari apporti, non è Europa. Sono limiti di reciproche identità, tra emulazioni e risentimenti. Ma che non sappiamo pensare. Forse dovremmo provarci.

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Mary Kaldor, Sbilanciamoci, 30 maggio 2014

A uscire vincitore dalle elezioni europee è soprattutto un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni di Bruxelles. Per ricomporre un’Europa dei popoli bisogna partire dalla costruzione di una democrazia post-nazionale, dove i processi decisionali rimettano i cittadini al centro

Il nazionalismo è un modo per dirottare lo scontento popolare su un capro espiatorio di comodo, l’«altro» – l’immigrato o l’Europa. E per guadagnare consenso politico evitando al contempo di rivolgersi alle cause profonde del malcontento. Xenofobia ed euroscetticismo non possono in alcun modo rappresentare risposte costruttive. Al contrario, quanto più si afferma la retorica nazionalista, tanto più i nostri problemi si moltiplicano e siamo portati a prendercela con l’«altro». Abbiamo alle spalle una lunga e drammatica storia sulla corruzione delle istanze democratiche tramite il ricorso ad appelli nazionalisti, e la prima guerra mondiale è forse l’esempio più calzante in merito. Più di recente, i conflitti sia in Bosnia sia in Siria sono stati e sono tuttora occasioni di risposta, e persino di soppressione, dei movimenti democratici. In Ucraina, ciò che in origine era una protesta diffusa in tutto il paese contro la corruzione e per i diritti umani, si sta rapidamente trasformando in un conflitto aperto tra russi «orientali» e ucraini «europei».

Qual è allora la causa dello scontento? Si tratta di un’enorme frustrazione e mancanza di fiducia nei confronti della classe politica. A dispetto del nostro diritto di voto e di protesta, vi è un diffuso senso di impotenza, la sensazione che qualunque cosa facciamo o diciamo non produca alcuna differenza, che i partiti politici siano tutti uguali e il voto perlopiù irrilevante. Nella teoria della democrazia si opera spesso una distinzione tra democrazia formale o procedurale e democrazia sostanziale. La democrazia formale ha a che vedere con le regole e le procedure democratiche, tra cui il suffragio universale, la regolarità delle elezioni, la libertà di associazione e di stampa, e così via.

La democrazia sostanziale è legata all’uguaglianza politica. Riguarda la capacità di influenzare le decisioni che impattano sulla nostra vita. E riguarda anche la cultura democratica – le «abitudini del cuore», per dirla con Tocqueville. Nonostante la grande diffusione delle procedure democratiche nel corso degli ultimi decenni, oggi vi è ovunque un profondo e crescente deficit di democrazia sostanziale. «La chiamano democrazia, ma non lo è», è uno degli slogan degli indignados spagnoli.

Ci sono molte ragioni che spiegano la debolezza della democrazia sostanziale. La più immediata è la globalizzazione. La democrazia procedurale è organizzata su base nazionale. Ma le decisioni che impattano direttamente sulle nostre vite sono in realtà prese a Bruxelles, Washington, nei quartieri generali delle multinazionali o da rampanti professionisti della finanza che da Londra, Hong Kong o New York operano sul mercato dagli schermi dei loro computer. Per quanto le procedure democratiche possano essere ottimali a livello nazionale, se le decisioni che riguardano le nostre vite trascendono questo livello, allora il voto non può influire su queste decisioni.

Tuttavia non è questa la sola ragione. La globalizzazione è stata un modo per fuoriuscire da ciò che potremmo definire la sclerosi dello Stato-nazione. Le istituzioni chiave dello Stato-nazione sono cresciute e si sono affermate nel secondo dopoguerra, cristallizzandosi in pratiche e consuetudini tra cui quelle, difficilmente emendabili, di controllo e sorveglianza.

I partiti politici si sono progressivamente trasformati da luoghi di dibattito sull’interesse pubblico in macchine elettorali capaci soltanto di riprodurre e rinforzare i pregiudizi esistenti raccolti in focus group che rappresentano il cosiddetto ceto medio.

Le burocrazie pubbliche – in primo luogo l’amministrazione statale e il settore militare e dell’intelligence – hanno sviluppato una propria logica di auto-riproduzione. Là dove nascono iniziative politiche volte al cambiamento, queste finiscono spesso per essere risucchiate e annichilite all’interno di questi cunicoli istituzionali.

Paradossalmente, l’inerzia statale si è combinata con venti anni di neoliberismo che, invece, avrebbe dovuto ridurre e indebolire lo Stato.

Così, se da un lato il neoliberismo ha causato un enorme aumento delle disuguaglianze e la scomparsa del welfare, dall’altro ha lasciato le istituzioni chiave dello Stato intatte oppure le ha legate a doppio filo con il capitale. Il neoliberismo ha generato una cultura di egoismo individualista e ha fortemente rinsaldato il potere del denaro e la sua influenza sulla classe politica. Ed è proprio la presa della finanza sul finanziamento dei partiti e sui media che spiega in larga misura, come sostiene Colin Crouch, il perdurare del neoliberismo nel mondo del dopo-crisi.

Ma allora come è possibile affermare o ri-affermare la democrazia sostanziale?

La risposta non sta nel riportare le decisioni nell’alveo dello Stato-nazione poiché, anche se ciò fosse possibile nell’interdipendente contesto neoliberista, il ritorno allo Stato-nazione di fatto corrisponde a un ritorno all’inerzia, al paternalismo, a logiche securitarie e di paura dell’«altro». Così come non è una risposta il miglioramento delle procedure democratiche nell’Unione europea – anche se si tratta di un evento auspicabile -, dal momento che le procedure senza la sostanza ci lascerebbero esattamente al punto in cui siamo.

Per democrazia sostanziale intendo il modo in cui la gente comune può influenzare le decisioni che riguardano le loro vite in un’Europa concepita nel suo insieme, come un tutto. Penso a una democrazia post-nazionale in Europa piuttosto che al ripristino della democrazia a livello statale o alla democratizzazione dell’Unione, anche se entrambe le formule potrebbero essere parte della soluzione. Dal mio punto di vista, per fare tutto ciò sono necessarie trasformazioni sia dal basso sia dall’alto.

La risposta dal basso consiste nell’allargamento della sfera pubblica a tutti i livelli e nello sviluppo di forme dialogico-deliberative di politica – specialmente a scala locale e transnazionale – che si fondino sulla nuova «cultura 2.0» di scrittura ed editoria, oltre che di lettura. Consiste nel delegare le decisioni che riguardano le nostre vite a comunità di interesse controllabili, sia locali sia transnazionali, e nel costruire un’infrastruttura complessa e articolata per un impegno pubblico rinnovato ed estensivo.

Per fare questo, però, serve anche una risposta dall’alto. Abbiamo bisogno di forme di governance globale che tengano questi processi al riparo dalle tempeste della globalizzazione: limiti alla speculazione finanziaria, anche per mezzo di una Tobin Tax; una maggiore regolamentazione delle imprese transnazionali, a partire dalla chiusura dei paradisi fiscali; politiche finalizzate a mitigare il cambiamento climatico, tra cui una carbon tax.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di regolamentare, limitare e tassare le attività globali dannose, e al contempo finanziare le attività globali virtuose, tra cui la stabilizzazione dell’euro, la promozione dell’occupazione, la trasparenza delle istituzioni, l’investimento nel risparmio energetico e nelle rinnovabili, e le missioni di pace. In altre parole, l’obiettivo della governance globale dovrebbe essere quello di creare una cornice istituzionale che sia in grado di civilizzare la globalizzazione e di far sì che i processi decisionali siano devoluti al livello più basso possibile, rimettendo i cittadini al centro.

Questo è il modello di cui dovrebbe dotarsi l’Unione Europea, ma per farlo avrebbe bisogno di istituzioni più visibili e democratiche.

Non basta l’anti-europeismo a spiegare il successo dei partiti populisti alle ultime elezioni europee. A questo si aggiunge il sentimento diffuso che le elezioni europee non contino.

L’Unione Europea è considerata un’entità astratta e burocratica, in cui il Parlamento Europeo ha poco potere. A peggiorare le cose, poi, c’è il fatto che le votazioni per il Parlamento Europeo vengono fatte su base nazionale. Come fa notare Anna Topalsky, questo vuol dire che i cittadini non possono votare per un partito europeo, ma sono costretti a votare per un partito nazionale. Se si esclude la Germania, negli altri paesi il dibattito sul futuro dell’Unione è stato pressoché nullo. I cittadini non usano le elezioni europee per scegliere il Parlamento che vogliono, ma per protestare contro le politiche nazionali; votare in maniera irresponsabile è considerato accettabile perché nessuno sa realmente cosa sta votando.

Ma la verità è che questo non è accettabile, perché alimenta una retorica anti-europea che potrebbe anche portare alla dissoluzione dell’Ue, con conseguenze incalcolabili. Trasformare l’Unione Europea, dunque, richiede innanzitutto un cambio procedurale. Per esempio, si potrebbe basare la cittadinanza sulla residenza piuttosto che sulla nazionalità, emancipando così gli immigrati che vivono in Europa. Invece che avvenire su base nazionale e con partiti nazionali, le elezioni dovrebbe avvenire su base transnazionale e con partiti transeuropei. Le elezioni europee, poi, dovrebbe avere luogo in una data diversa dalle elezioni locali e nazionali, in maniera da concentrare l’attenzione sulle questioni europee. E sarebbe auspicabile permettere alla gente di eleggere un presidente europeo, al fine di identificare l’Unione con una persona piuttosto che con l’apparato burocratico. Ma queste riforme procedurali avranno senso solo se saranno accompagnate da una maggiore democratizzazione del processo decisionale a tutti i livelli.

Per concludere, due parole sul mio paese, il Regno Unito. In queste ore, molti commentatori stanno facendo appello ai leader degli altri partiti politici perché colgano la sfida lanciata dall’Ukip, che è arrivato primo alle elezioni europe, e perché prendano sul serio l’euroscetticismo e le preoccupazioni dei cittadini nei confronti dell’immigrazione.

Questo è esattamente quello che non dovrebbero fare. Sdoganare queste posizioni alimenta il populismo e ci impedisce di affrontare il nodo della questione democratica. Finora i laburisti di Ed Miliband hanno resistito a queste pressioni, mantenendo l’attenzione sui problemi reali: il mercato immobiliare, i prezzi energetici, il servizio sanitario nazionale e il costo della vita. Resistere a queste pressioni è più di una semplice strategia elettorale; è una strategia per evitare di scivolare in una spirale nazionalista da incubo.

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Di Alberto Papuzzi, La Stampa, 23 maggio 2012
“Messianesimo politico, ultra-liberismo, populismo xenofobo: sono perversioni dei suoi stessi principi, nemici intimi, oggi più pericolosi del fascismo e del comunismo”

«I nemici più pericolosi della democrazia, al giorno d’oggi, non sono più quelli che ne minacciavano l’esistenza una volta, il fascismo e il comunismo, né i diversi gruppi estremisti e terroristici del nostro tempo, che possono ferirla ma non farla morire», dice il professor Tzvetan Todorov, l’intellettuale bulgaro, ma francese di elezione, che a gennaio ha pubblicato il saggio Les ennemis intimes de la démocratie (Editions Robert Laffont) e che domani terrà una lezione alla Scuola di studi superiori di Torino.

Chi sono allora, professore, i nuovi nemici della democrazia nel mondo?
«I nuovi nemici sono piuttosto figli della democrazia stessa, perversioni dei suoi principi. Nel mio libro ne considero tre: il messianesimo politico, l’ultra-liberismo e il populismo xenofobo. Li definisco “intimi” nel senso della prossimità che hanno con la democrazia. Avanzano sotto apparenze democratiche, ma ogni volta spingono un’idea democratica fino al parossismo».

Come possiamo affrontarli e combatterli?
«In quanto figli della democrazia sono difficili da combattere; spesso non sono nemmeno percepiti come nemici. Si deve prendere coscienza del pericolo che rappresentano e cercare di ridurre la loro influenza. Non sono invincibili».

Ma la democrazia che cos’è: un modello ideale di organizzazione della società o il livello minimo di regole e garanzie che rendono possibile la convivenza umana?
«La democrazia non è la sola forma di governo legittimo, altri regimi hanno anch’essi regole e garanzie. D’altra parte la democrazia non ci promette il paradiso in terra: d’emblée si presenta come un regime imperfetto fatto per esseri imperfetti, e non per degli angeli o degli eroi, che però si è dato i mezzi legali per correggere i propri errori e debolezze, cambiando i governi o modificando le leggi, e riconoscendo la libertà di criticare i potenti».

A proposito di democrazia, lei pensa che sia possibile esportarla? O invece pensa che dovremmo diffidare dalla «tentazione del Bene», come suona il titolo di uno dei suoi libri?
«L’esportazione del Bene con la forza è proprio ciò che io chiamo “messianesimo politico”. Gli esempi di Iraq, Afghanistan e Libia mostrano che non è stato coronato dal successo. Perché la violenza di cui ci serviamo per promuovere il Bene, e all’occorrenza la democrazia, lo corrompe dall’interno. Si pretende di difendere i diritti dell’uomo, ma si finisce per praticare la tortura e sbeffeggiare la legalità, come illustrano Abu Ghraib e Guantanamo».

In Francia, Italia, Germania, Inghilterra e altri Paesi, c’è una tendenza a considerare barbari gli immigrati dalle aree povere del mondo. Questo sentimento sta crescendo o lei vede anche emergere un movimento di ospitalità?
«Il mondo d’oggi conosce movimenti di popolazioni senza precedenti e nel futuro questi movimenti non potranno che accelerare. Se l’assenza di discriminazioni verso gli stranieri e gli immigrati deve venire solo dalla nostra virtù morale e da un moto di generosità, c’è da temere che non si imporrà mai: la buona volontà non è sufficiente per superare i nostri egoismi. Ma l’apertura agli altri può essere nel nostro interesse, spirituale e materiale. La ricchezza d’un Paese è creata dalla gente che lo abita e vi lavora, non è una torta di dimensioni stabilite in anticipo che bisogna ripartire tra un minimo di convitati».

Cosa pensa, lei, dell’Europa in questa fase piuttosto critica? È come un gigante dai piedi d’argilla?
«L’Unione Europea soffre del fatto che l’integrazione tra le nazioni che la compongono non procede allo stesso ritmo nei vari dominî. All’unificazione commerciale e monetaria non corrisponde una sufficiente unità sul piano economico né su quello politico. Certi pensano che si debba smantellare la Ue, io sono invece persuaso del contrario: abbiamo bisogno di più Europa, non di meno Europa. Ma deve essere rinforzata la sua funzione democratica, si deve permettere alle popolazioni di esprimere la propria volontà. L’Unione Europea non deve essere comandata dai dirigenti dei Paesi più potenti, per esempio Germania e Francia. Il suo organismo più democratico è il parlamento, ma non ha sufficiente potere. Bisognerebbe eleggere nel suo seno il presidente d’Europa, una funzione che rimpiazzerebbe il presidente della Commissione e il presidente del Consiglio».

Lei ha definito il Novecento il secolo delle tenebre. Dopo i Lager, i gulag e altri orrori alle nostre spalle, è ancora possibile creare un sistema di valori morali?
«Le manifestazioni estreme del Male, come i campi di concentramento, non impediscono di pensare ai valori morali. Di fronte all’estremo, certi esseri umani hanno coltivato ciò che io chiamo le “virtù quotidiane”, di cui noi abbiamo sempre bisogno: la dignità, la cura dell’altro, la protezione delle attività spirituali. Primo Levi, Etty Hillesum, Germaine Tillion, Vasilij Grossman sono luminosi esempi di comportamento morale in condizioni estreme».

I suoi scritti coprono un largo spettro di argomenti, dai formalisti russi alla conquista dell’America alla memoria del Male: quale forza li tiene insieme?
«È vero che mi sono interessato a molteplici argomenti, ma il tema al quale ho consacrato il mio lavoro ritorna costantemente: si tratta dei rapporti tra individuo e società, tra etica e estetica, tra politica e morale. Ho l’impressione di essere impegnato, attraverso differenti esempi, nello stesso combattimento per un po’ più d’umanità».

Tzvetan TOdorov
Filosofo, storico, antropologo, letterato, autore di una trentina di libri, dagli Anni 60 in poi, Tzvetan Todorov  è un caso quasi unico nella storia della cultura europea, per la ricchezza di orizzonti del suo eclettismo. Nato a Sofia 73 anni fa, residente a Parigi (dove dirige il Centro di ricerche su arti e linguaggio), si è occupato, fra l’altro, di Michail Bachtin, della conquista dell’America, di Lager e gulag, dei movimenti di migrazione, del nuovo disordine morale mondiale. 

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Di Alberto Burgio, da Il Circolo de Il Manifesto di Bologna, 7 maggio 2014

Esi­stono legami sot­ter­ra­nei tra quanto di più sini­stro accade sotto i nostri occhi in que­ste ore sulla scena poli­tica mon­diale, dalla bru­tale stretta repres­siva in Egitto ai venti di guerra sull’Ucraina, alla pro­li­fe­ra­zione di ultra­na­zio­na­li­smi fasci­sti in tutta Europa?

Rispon­dere non è sem­plice, forse è azzar­dato. Una pro­spet­tiva che con­si­deri uni­ta­ria­mente feno­meni radi­cati in con­te­sti dif­fe­renti non è fal­si­fi­ca­bile: siamo quindi nel regno dell’opinabile, se non delle impres­sioni. Inol­tre, molto, se non tutto, dipende dalle dimen­sioni del qua­dro sto­rico di rife­ri­mento, defi­nite con qual­che rischio di arbi­tra­rietà. Resta il fatto. Minac­ciosi segnali di ten­sione inve­stono non sol­tanto quelli che nella guerra fredda erano bloc­chi con­trap­po­sti, ma anche (si pensi al dif­fon­dersi nell’eurozona di un sordo ran­core anti-tedesco) gli stessi stati euro­pei che hanno vis­suto que­sti sessant’anni in pace.

E a tali segnali si accom­pa­gna la ricom­parsa dei più cupi fan­ta­smi (nazio­na­li­smo e popu­li­smo, xeno­fo­bia e raz­zi­smo) della moder­nità «avan­zata». La sto­ria del Nove­cento sem­bra ripre­sen­tarsi in blocco sulla scena, come per un bru­sco ritorno del rimosso. E se è natu­ral­mente un caso che ciò avvenga a cent’anni esatti dallo scop­pio della prima guerra mon­diale, è vero anche che gli anni­ver­sari offrono spesso spunti istrut­tivi. Pro­viamo a vedere che cosa sug­ge­ri­sce que­sta non fau­sta ricorrenza.

Il Nove­cento è stato il secolo delle guerre mon­diali. Si suole dire per­sino che, tra il 1914 e il ’45, il mondo ha vis­suto una nuova guerra dei trent’anni. C’è del vero. L’imperialismo fu il deno­mi­na­tore comune dei due con­flitti: il primo fu uno scon­tro tra impe­ria­li­smi vec­chi e nuovi (o poten­ziali) a ridosso della prima crisi glo­bale del capi­ta­li­smo; l’imperialismo costi­tuì un fat­tore cru­ciale anche nella seconda guerra mon­diale, che la Ger­ma­nia nazi­sta sca­tenò nell’intento di dotarsi di un impero colo­niale sfon­dando prin­ci­pal­mente a est (e il colo­nia­li­smo fu un movente essen­ziale della stessa alleanza con l’Italia fasci­sta, mossa a sua volta dalla spinta all’espansione colo­niale in Africa).

D’altra parte que­sta ana­lo­gia tra­scura una dif­fe­renza essen­ziale. Nel corso della grande guerra, la prima rivo­lu­zione pro­le­ta­ria vin­cente della sto­ria tra­sforma la scena poli­tica mon­diale. Defi­ni­ti­va­mente.

Oggi non abbiamo memo­ria dell’ondata di panico che l’ottobre bol­sce­vico pro­ietta sull’occidente capi­ta­li­stico. Basti un dato, che rara­mente si ricorda: Gran Bre­ta­gna, Stati Uniti, Fran­cia e Ita­lia con­tri­bui­rono all’Armata bianca con­tro­ri­vo­lu­zio­na­ria inviando in Rus­sia oltre 600mila uomini, al fianco dei cosacchi.

Il mondo, entrato in guerra nel 1914, ne esce tra­sfi­gu­rato nel ’18. Non solo sul piano «geo­po­li­tico» ma anche all’interno dei sin­goli paesi, tea­tro, tra le due guerre, di con­flitti sociali che paiono met­tere all’ordine del giorno, in gran parte dell’Europa, la pro­spet­tiva della rivo­lu­zione ope­raia. In que­sto senso la seconda guerra mon­diale tiene a bat­te­simo il mondo con­tem­po­ra­neo, e per ciò essa è ancora un «pas­sato che non passa». Fu un con­flitto ben più com­plesso del pre­ce­dente: non sol­tanto uno scon­tro tra stati e imperi, ma anche, espli­ci­ta­mente, un urto armato tra classi sociali. La prima guerra totale della bor­ghe­sia con­tro il pro­le­ta­riato, del capi­ta­li­smo con­tro il comu­ni­smo. Il che spiega tanto l’iniziale indul­genza delle «demo­cra­zie occi­den­tali» nei con­fronti dei fasci­smi (a comin­ciare dalla guerra civile spa­gnola), quanto la reni­tenza ad allearsi con l’Urss con­tro Hitler; le bombe ato­mi­che ame­ri­cane sul Giap­pone; la man­cata discon­ti­nuità post­bel­lica nella costru­zione delle éli­tes poli­ti­che e degli appa­rati buro­cra­tici dei paesi sconfitti.

Pro­prio que­sta com­ples­sità – l’intreccio orga­nico tra fat­tore mili­tare e con­flitto sociale – è la cifra del secondo dopo­guerra. Che si svolge all’insegna dello scon­tro tra il «mondo libero» (l’economia-mondo capi­ta­li­stica) e il varie­gato blocco socia­li­sta, inter­fe­rendo pesan­te­mente nel pro­cesso di de-colonizzazione. Più che la nuova guerra dei Trent’anni (1915-45), è dun­que il ses­san­ten­nio 1939-89 la fase costi­tuente del nostro mondo. Sorto all’insegna del con­ti­nuum tra con­flitti mili­tari e sociali. O, se si pre­fe­ri­sce, sulla base dell’aperto rico­no­sci­mento della natura bel­lica – di guerra civile, direbbe Marx – della lotta di classe.

Poi cos’è suc­cesso? È cam­biato tutto? Lo si è voluto pen­sare. Nelle uto­pie «demo­cra­ti­che» che pren­dono piede a ridosso della caduta del Muro di Ber­lino (e che in Ita­lia accom­pa­gnano la liqui­da­zione del Pci) l’89-91 doveva segnare l’avvio di un’«era glo­bale di pace e di demo­cra­zia». Que­sta spe­ranza sot­tende anche l’immagine hob­sba­w­miana del «secolo breve», ma la sto­ria degli ultimi 25 anni la con­futa, e impone di leg­gere anche il nostro pre­sente in un qua­dro di lungo periodo. Non per­ché oggi il mondo sia uguale a prima. La Rus­sia post-sovietica non ha più, nem­meno di nome, un con­no­tato rivo­lu­zio­na­rio. La Cina intrat­tiene stretti rap­porti col mondo capi­ta­li­stico, di cui per diversi aspetti (com­mer­cio e finanza) è parte sem­pre più rile­vante. Il «blocco socia­li­sta» non esi­ste più, assor­bito dalla Ue o imme­dia­ta­mente sus­sunto, attra­verso la Nato, nell’orbita ame­ri­cana. Eppure il con­fine (poli­tico, eco­no­mico, per­sino sim­bo­lico) tra est e ovest resta cru­ciale. È ancora la linea lungo la quale corre più alta la ten­sione inter­na­zio­nale.

Per­ché le cose stiano in que­sti ter­mini, nono­stante la crisi del pro­getto rivo­lu­zio­na­rio nei paesi del «socia­li­smo reale», non è certo un mistero. Implosa l’Urss, l’Occidente tenta un salto di qua­lità nelle pra­ti­che del domi­nio. Teso a supe­rare la crisi strut­tu­rale del capi­ta­li­smo che ancora imper­versa (è di pochi giorni fa la noti­zia del pil Usa a cre­scita zero nel tri­me­stre), il neo­li­be­ri­smo a cen­tra­lità ame­ri­cana uni­fica i mer­cati finan­ziari con­tro le Costi­tu­zioni; rilan­cia la spesa mili­tare; esa­spera lo sfrut­ta­mento del lavoro vivo; sman­tella i sistemi pub­blici di wel­fare, frutto della com­pe­ti­zione col sistema socia­li­sta. Di qui l’esplosione delle spe­re­qua­zioni. Di qui la deriva auto­ri­ta­ria, post-costituzionale. Di qui anche l’architettura tecno-oligarchica della Ue, fun­zio­nale all’instaurarsi di gerar­chie con­ti­nen­tali coin­ci­denti con quelle vagheg­giate, nella prima metà del Nove­cento, dai teo­rici della Mit­te­leu­ropa e dagli archi­tetti del Nuovo ordine europeo.

Ma non si tratta sol­tanto del soft power del «libero mer­cato». Ancora prima della fine uffi­ciale dell’Urss la guerra guer­reg­giata torna al cen­tro della scena inter­na­zio­nale, a seguito della rin­no­vata spinta impe­ria­li­stica dell’occidente (degli Stati Uniti anche con­tro una parte dell’Europa) in Medio Oriente (Iraq) e in Asia cen­trale (Afgha­ni­stan), sino alle porte dell’ex-Urss (Geor­gia e paesi bal­tici) e della vec­chia Europa (le guerre nei Bal­cani degli anni Novanta). È così che il mondo oggi offre un pano­rama per tanti aspetti simile a quello che l’ha visto nascere. Con una miscela esplo­siva tra ele­menti del qua­dro 1914-38 (nazio­na­li­smi, irre­den­ti­smi e popu­li­smi, soprat­tutto nell’Europa fla­gel­lata dalla nuova grande depres­sione) ed ele­menti del qua­dro 1939-89 (con­flitto est-ovest, tra «occi­dente» capi­ta­li­stico e «oriente» post-rivoluzionario). Per dirla con un para­dosso, e con buona pace dei nuo­vi­smi ricor­renti, assi­stiamo alla lunga durata del secolo breve. Sulla base della regres­sione auto­ri­ta­ria degli Stati «demo­cra­tici» e della rin­no­vata cen­tra­lità del tema impe­riale e coloniale.

Se que­sto è vero, non è con­si­glia­bile sot­to­va­lu­tare la gra­vità degli acca­di­menti ai quali assi­stiamo in que­ste set­ti­mane. L’esplosione di revan­sci­smi raz­zi­sti e neo­fa­sci­sti in tutta Europa – dall’Ungheria alla Fran­cia pas­sando per Gre­cia, Fin­lan­dia e Olanda, Sve­zia, Austria e Polo­nia, per i paesi bal­tici e l’Italia – rivela il volto arcaico del capi­ta­li­smo sfi­dato dalla crisi orga­nica. La repres­sione delle pri­ma­vere arabe, la bal­ca­niz­za­zione della Libia e la restau­ra­zione del potere mili­tare in Egitto par­lano di nuovo impulso impe­ria­li­stico alla rico­lo­niz­za­zione del Medio Oriente. Il dramma dell’Ucraina rias­sume in sé e sem­bra ripro­porre tutti i motivi della tra­ge­dia nove­cen­te­sca, dallo scon­tro tra nazio­na­li­smi etnici all’urto tra bloc­chi «geo­po­li­tici», ali­men­tato in larga misura pro­prio dalla poli­tica di allar­ga­mento della Nato a est. Non è con­si­glia­bile sot­to­va­lu­tare, e non è nem­meno ragio­ne­vole scin­dere pro­cessi che, pur diversi, si col­le­gano tra loro nel con­te­sto poli­tico mondiale.

Due ultime con­si­de­ra­zioni, infine, ci riguar­dano da vicino. Fati­chiamo a vedere tutto que­sto per­ché abbiamo sacri­fi­cato gli stru­menti dell’analisi storico-materialistica a una futile – e scia­gu­rata – «moder­niz­za­zione» ideo­lo­gica. A mag­gior ragione, non sap­piamo che fare con­tro que­sta nuova corsa verso il precipizio.

Ripie­gati sulle nostre cure quo­ti­diane, siamo privi di antenne, oltre che di una dire­zione poli­tica degna di que­sto nome. Non per que­sto ripe­te­remo quanto ebbe a dire – «ormai solo un dio ci può sal­vare» – un filo­sofo com­pro­messo con il cuore di tene­bra del secolo scorso. Ma vedere una luce alla quale fare affi­da­mento sarà dif­fi­cile fin­ché, in Ita­lia e in Europa, non rina­scerà una seria forza di oppo­si­zione al capi­ta­li­smo. Capace final­mente di pre­pa­rare una tran­si­zione sto­rica già da tempo matura.

Questo articolo è stato pubblicato dal Manifesto il 2 maggio 2014 e dalla Fondazione Luigi Pintor

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