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Archive for novembre 2013

Il 29 novembre 2001 moriva a Los Angeles George Harrison, il più “mistico” dei Beatles.

In questo concerto gli amici lo ricordano a un anno dalla scomparsa.

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Non si può rinunciare alla lotta per cambiare ciò che non va. Il difficile, certo, è stare in mezzo alla mischia mantenendo fermo un ideale e non lasciandosi invischiare negli aspetti più o meno deteriori che vi sono in ogni battaglia. Ma alternative non ne esistono.

Enrico Berlinguer

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“A volte è meglio tacere e sembrare stupidi che aprir bocca e togliere ogni dubbio”.

Oscar Wilde

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La situazione di agitazione, palese o latente, dei lavoratori del pubblico impiego e delle aziende partecipate pubbliche è anche, forse soprattutto, figlia un trattamento “punitivo” da parte della classe politica, che in maniera molto demagogica ha puntato il dito contro questa categoria, addossandole la colpa di tutti i mali. Oggi li caso eclatante è quello dei lavoratori di AMT, AMIU e ASTER che hanno occupato la sala del Consiglio comunale di Genova, ma credo di essere nel vero se dico che il malessere è più profondo e diffuso.

La sala rossa occupata

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Dedicato al popolo sardo alluvionato.

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Il fatto che Anna Maria Cancellieri continui ad occupare la poltrona di ministro di Grazia e Giustizia richiede alcune riflessioni. Riflessioni di ordine politico, dato che non ho alcuna competenza per entrare nel merito giuridico dell’accaduto.

Punto primo. L’atteggiamento del ministro sulla questione Ligresti è stato di estrema superficialità e non regge la scusa presentata in Parlamento di “atto di solidarietà umana”. Se le parole hanno un significato – e lo hanno – lo hanno perché vengono pronunciate in un determinato contesto. Un normale cittadino che dice a un amico in difficoltà “se hai bisogno conta su di me, vedrò quello che posso fare” sta affermando la propria vicinanza di intenti e al massimo mette a disposizione le poche cose che possiede. Un ministro che pronuncia la stessa frase dovrebbe come minimo aspettarsi che dall’altra parte si crei l’aspettativa di vedere la macchina dello Stato, o almeno una parte di essa, mobilitarsi in proprio favore. E questo è stato proprio l’atteggiamento della famiglia Ligresti, a giudicare dalle intercettazioni telefoniche. Non importa quali fossero le reali intenzioni di Anna Maria Cancellieri, né se stesse parlando a titolo personale o ufficiale.

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L’arroganza mista a tracotanza, generalmente porta a non ascoltare gli altri. Sentite questo dialogo, fra uno spagnolo e il capitano di una nave della Marina militare americana, su chi deve lasciare la rotta a chi. Il dialogo è da manuale del fraintendimento.

Non so se la storia sia vera, ma tant’è… è verosimile.

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Nell’ambito dell’economia di mercato, nella sua variante liberista, vi sono tre principi generali, accettati acriticamente come dogmi, e quindi come tali non discussi né discutibili. Vengono ripetuti come un mantra, da economisti, dirigenti di grandi multinazionali, ma anche da giovani lavoratori specie del settore finanziario. Eccoli:

  1. tutti credono nella bontà dell’assenza di sussidi, credono che i sussidi siano una cosa negativa:
  2. tutti considerano la concorrenza come una cosa positiva, cioè sono convinti che sia la forza della concorrenza a far sì che i mercati funzionino meravigliosamente;
  3. trasparenza e apertura sono una cosa buona.

Questi tre principi vengono ripetuti ossessivamente, con forza, sono uno scudo dietro il quale giustificare il proprio operato. Ma c’è una postilla: fra chi enuncia questi principi, coloro i quali sono impegnati operativamente sul mercato – imprenditori, manager – aggiungono, più sommessamente una frase, “tranne che nel mio settore“. Ovvero, tutte queste belle parole valgono per gli altri, ma non per me. Ogni settore presenta delle particolarità specifiche, sta affrontando una congiuntura internazionale particolare, sta affrontando riforme strutturali, ecc. ecc.

Per illustrare meglio il concetto, prendo due esempi dal libro Globalizzazione di Joseph Stiglitz (tanto per far vedere a Beppe Grillo che, al di fuori dell’ambiente accademico, a Genova siamo almeno in due a conoscere l’opera del premio Nobel per l’economia 2001…), Donzelli 2011.

Stiglitz è un economista neo-keynesiano. Ritiene che lo Stato debba avere un ruolo di redistribuzione dei redditi e di garanzia della piena occupazione; in sostanza è favorevole a un economia regolamentata. In America, dove le classificazioni sono assai diverse rispetto alle nostre, si colloca a sinistra in un contesto nel quale il ruolo della destra estrema è rappresentato dai conservatori ultra-liberisti che fanno capo al cosiddetto Tea Party. A grandi linee i neo-keynesiani si dichiarano vicini ai democratuci, mentre i conservatori neo-liberisti sono sostenitori del Partito repubblicano.

[…] Sulla questione della concorrenza, posso ricorrere a un episodio che coinvolse il futuro ministro del Tesoro dell’amministrazione Bush, Paul O’Neill. Paul O’Neill proveniva dalla comunità degli affari – allora era presidente e amministratore delegato di Alcoa, un’azienda leader nella produzione dell’alluminio e dei suoi prodotti derivati, e come tutti gli altri membri della comunità degli affari credeva nei mercati e nella concorrenza. Nel 1993 il prezzo dell’alluminio aveva cominciato a precipitare. Questo crollo era stato determinato da tre ragioni. Innanzitutto, vi era stato un rallentamento nell’economia globale: i prezzi delle materie prime tendono a essere molto sensibili in questi casi, e quasi sempre i prezzi di beni come l’alluminio scendono. La seconda ragione era legata alla Coca-Cola, più in generale a tutte le bevande in lattina. Una nuova tecnologia consentiva di produrre lattine con il 10% in meno di alluminio. Uno degli usi principali dell’alluminio è proprio quello delle lattine per bevande. Negli Stati Uniti, tra i ragazzi, c’è la tradizione, quando si finisce di bere una Coca-Cola, di schiacciare la lattina per mostrare la propria forza. Nel 1993 c’è stato un grande incremento nella forza dei maschi americani. Potevano schiacciare le lattine molto più vigorosamente. Quello che non sapevano era che le lattine erano in effetti molto più sottili. Ciò che li faceva stare meglio, e che può aver contribuito alla loro fiducia nell’economia americana, contribuì contemporaneamente alla caduta del prezzo dell’alluminio. La terza ragione era la fine dell’impero sovietico che aveva portato a tagli nelle spese per la difesa: uno degli altri grandi usi dell’alluminio è nella costruzione degli aeroplani. Fu una grande notizia per l’Occidente sapere che la Russia aveva interrotto la produzione di aeroplani che potevano essere usati per sganciare bombe sull’Occidente medesimo. Ma fu una brutta notizia per Alcoa, perché significava che una maggiore quantità di alluminio sarebbe arrivata nei nei mercati occidentali. Tutti concordavano sul fatto che la Russia sarebbe dovuta divenire un’economia di mercato. I russi non sarebbero stati in grado di vendere le loto macchine in America o in Europa – le loro automobili non avrebbero potuto competere con quelle prodotte in Giappone, in Germania o negli Usa. La sola cosa che potevano produrre, e che si poteva facilmente vendere sul mercato, era l’alluminio. Provarono a venderlo in Occidente.

Quando ho visto li prezzo dell’alluminio scendere, ho pensato che nel giro di pochi mesi qualche rappresentante dell’Alcoa sarebbe immancabilmente arrivato alla Casa Bianca (Stiglitz è stato  fra i consiglieri economici dell’amministrazione Clintom, ndr) per chiedere qualcosa. Arrivarono persino più velocemente di quanto pensassi. Paul O’Neill era alla nostra porta con una proposta semplice ma audace: un cartello globale per l’alluminio, capace di tenere quello russo fuori dagli Stati Uniti. […]

L’America predicava che sarebbe stato bene che la Russia diventasse un’economia di mercato, ma non appena quest’ultima riusciva a produrre qualcosa che era in grado di competere, il governo americano era indotto a schiacciarla mettendola fuori mercato. […]

Un altro esempio che illustra il secondo dei due principi enunciati in precedenza (concorrenza in ogni settore tranne nel proprio, nessun sussidio in ogni settore, tranne nel proprio) : Wall Street è stata tra i fautori più devoti di questi due principi. In pieno dibattito sulla riforma del welfare negli Stati Uniti, alcuni di noi dissero che bisognava intervenire sul welfare aziendale. Come potevamo tagliare il welfare per i poveri, senza tagliare anche il welfare per i ricchi, per le grandi imprese? Ma i tagli nel welfare aziendale toccavano molto di più gli interessi del Tesoro americano. In effetti, i dirigenti del Tesoro si irritarono molto quando parlammo di questo settore del welfare. Pensarono che quei discorsi fossero «anti-business», che rappresentassero un residuo del linguaggio della lotta di classe. Io vedevo queste questioni semplicemente come il riflesso dei principi dell’equità e dell’economia: nel corso degli anni passati abbiamo utilizzato miliardi e miliardi di dollari in ripianamenti (inclusi i massicci soccorsi ai risparmi e ai consorzi di credito), cifre che sono un multiplo di quelle destinate al welfare per i poveri. Lo stesso Tesoro degli Stati Uniti, che ha sborsato miliardi per salvataggi di imprese nel Sud-est asiatico – salvataggi che si sono mostrati inefficaci nello stabilizzare i tassi di cambio o nel risuscitare quelle economie -, ha stanziato fondi irrisori per ristrutturare le decrepite scuole della provincia americana.

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Articolo non firmato, Avanti!, ediz. Piemontese, 10 ottobre 1917, nella rubrica «Sotto la Mole».

Demagogico e demagogia sono le due parole più in voga presso le persone ben pensanti e i pietisti in pantofole per dare il colpo di grazia all’attività dei «caporioni», dei «sobillatori» socialisti. Demagogia, per lo squisito senso linguistico di Tartufo, ha solo questo preciso significato: attività, propaganda socialista in quanto volta a scuotere i dormienti, a organizzare gli indifferenti, a dare stimoli di ricerca, di libertà a quanti finora si sono tenuti in disparte dalla vita e dalle lotte sociali.

La demagogia non è insomma, un modo di fare la propaganda, ma è tutta una certa propaganda, la propaganda socialista. Demagogia non è il giudizio morale che si può dare della leggerezza, della superficialità, dell’avventatezza con cui si cerca di formare una qualsiasi convinzione, ma è un fatto storico, il movimento ideale che è la faccia più appariscente dell’azione educativa del Partito socialista. Tartufo così modifica il vocabolario, determina una certa fortuna alle parole. Ha riabilitato la parola teppista, sta nobilitando la parola demagogia. Tra qualche tempo, quando il movimento socialista avrà tanta forza da imprimere anche alla lingua il suo sigillo di bontà e di libero corso, teppista prenderà definitivamente il significato di galantuomo, e viceversa, e demagogia vorrà dire metodo di politica e di propaganda serio, fondato sulla realtà dei fatti, e non sulle apparenze più vistose, e perciò più fallaci.

Aspettando quel giorno noi continuiamo a dare alla parola il suo vecchio significato, e continuiamo ad applicarla ai demagoghi, cioè a quelli che si servono di sgambetti logici per apparire nel vero, che falsano scientemente i fatti per apparire i trionfatori, che per ubriacarsi della vittoria di un istante sono insinceri o affrettati.

Ci hanno chiamato demagoghi perché ci piace chiamare «pescicani» i fornitori militari. E ci hanno fatto osservare che alcuni di questi pescicani pagano duemila lire la loro inserzione nel nostro giornale. Siamo «demagoghi» perché non ci lasciamo guidare nelle nostre valutazioni dal criterio dell’utile, evviva dunque la demagogia. Siamo demagoghi perché non siamo imbecilli, perché non vogliamo confondere l’inconfondibile. Perché non ci vergogniamo che il nostro giornale prenda duemila lire per un contratto di pubblicità liberamente accettato, perché in libera concorrenza con gli altri datori di pubblicità, mentre siamo persuasi che debbono vergognarsi dei loro guadagni, che possono essere chiamati «pescicani» quelli che abusano della loro indispensabilità, della mancanza di concorrenza per svaligiare l’erario pubblico, per imporre i prezzi che permettano gli arricchimenti subitanei e il ritiro in pensione dei fortunati che hanno approfittato del momento buono. Perché non muoviamo dalle apparenze fallaci, perché non giudichiamo dal criterio dell’utile immediato, siamo demagoghi, e gli altri sono persone serie, maestri di bel vivere. Con questi capovolgimenti di senso comune si dimostra la nostra disonestà, la nostra demagogia. E si contribuisce niente altro che a una trasformazione dei significati delle parole del vocabolario italiano.

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Oggi il Cile va alle urne per rinnovare il Parlamento e per scegliere il Presidente della Repubblica. Si tratta di elezioni che, pur riguardando un paese lontano, offrono molti spunti di riflessione per le molte analogie con la situazione italiana.

Camila Vallejo con Fidel Castro, padre nobile di tutte le forze del cambiamento in America Latina

Sarà che in Italia siamo piuttosto sensibili all’argomento, ma balza subito all’occhio il sistema elettorale cileno, se possibile peggiore del nostro. Il sistema – che viene definito binominale e viene applicato da quando il Cile è tornato alla democrazia dopo la dittatura di Pinochet – causa il più totale immobilismo. Una vera e propria garanzia di sopravvivenza del sistema economico radicalmente liberista instaurato dopo il golpe contro Allende, con banche, assicurazioni e istituzioni finanziarie a farla da padrone. Il paese è infatti diviso in sessanta collegi elettorali e ognuno di questi elegge due deputati, fra le liste – singole o di coalizione – che si presentano. Da sempre, cioè da quando si è ripreso a votare, in ogni distretto vengono eletti un deputato della coalizione di centro sinistra e un deputato della coalizione di destra, dato che tutti gli altri si presentano isolati e raccolgono una manciata di voti: un perfetto pareggio che impedisce al Parlamento di approvare qualsiasi riforma, in un senso o nell’altro, compresa quella della riforma elettorale.

Non sto nemmeno a enumerare le evidenti similitudini con la situazione italiana. Anche se i sistemi elettorali sono diversi il risultato è simile: una formale stabilità di governo, ma una sostanziale impossibilità di gestione della cosa pubblica.

Una seconda considerazione è quella che la classe politica ha poco o quasi nullo rinnovamento. Quest’anno il 90% dei parlamentari in carica si ricandiderà, e molti per la terza o la quarta volta consecutiva. La stessa favorita per l’elezione a Presidente, è una vecchia conoscenza, Michelle Bachelet, che ricoprì la carica dal 2006 al 2010 e che guida il centro sinistra. La Bachelet spera di vincere al primo turno, evitando così il ballottaggio con la principale candidata della destra, Evelyn Matthei. La storia delle due candidate si incrocia fin dall’infanzia. Entrambe figlie di militari di stanza nella medesima caserma dell’aeronautica, sono figlie di scelte diametralmente opposte dei loro padri. Il padre della Bachelet fu da subito un oppositore di Pinochet; e per questo venne imprigionato e torturato. Matthei senior, invece, divenne ministro nella Giunta militare.

E allora? Come a scopone, bisogna in qualche modo “sparigliare” e ci prova il partito comunista cileno, che aderisce a Nueva Mayoria, la coalizione del centro sinistra. E, visto che l’unico modo per ottenere una sia pur risicata maggioranza parlamentare è quello di riuscire, in almeno un collegio, a ottenere il doppio del principale avversario, viene candidata Camila Vallejo, la popolarissima leader dell’ultima rivolta studentesca. Si spera infatti che la sua popolarità possa convincere un gran numero di giovani ad andare a votare – avere un sistema politico bloccato è un forte incentivo all’astensionismo, come stiamo scoprendo anche in Italia – e far sì che, almeno in un collegio il centro sinistra riesca a prendere il doppio dei voti della coalizione avversaria ed eleggere, così, due deputati. Solo in questo modo sarà possibile iniziare quel percorso di riforme necessarie per smantellare il sistema nato dal golpe di Pinochet che sta paralizzando lo sviluppo del paese.

Naturalmente, la sinistra cilena si presenta spaccata. Gran parte degli studenti più radicali, mal ha digerito la scelta del partito comunista di entrare nella coalizione, nonostante ci sia molto da innovare e rinnovare, a partire da quello che è un nervo scoperto della società locale: le spese per l’istruzione. Un giovane della classe operaia o media che vuole laurearsi deve contrarre un debito con una banca che gli finanzi le spese di iscrizione. Si tratta di un debito (circa 10-12.000 dollari per l’intero corso di studi) che rappresenta una cifra rilevante in un paese nel quale gli stipendi medi si aggirano sui 500 dollari mensili e un’ipoteca sul futuro di un’intera generazione. Lo stesso avviene – in applicazione delle dottrine di Friedman per il quale Cile e Argentina negli anni Settanta e Ottanta sono stati un vero e proprio laboratorio sperimentale, per la salute, per i trasporti, per tutto quello che altrove fa parte del welfare state. La stessa Costituzione è ancora quella voluta dalla Giunta militare e in vigore nel periodo della dittatura e finora l’aritmetica ha impedito di modificarla.

*****

La mia generazione, almeno quella della parte politica cui appartengo, ha sempre guardato al Sud America, e in particolare al Cile e alla vicina Argentina, con molto rispetto e affetto. L’uccisione di Salvador Allende ci colpì molto e le torture, le uccisioni, le sparizioni, l’esilio di molti artisti, scrittori dissenzienti contribuirono alla formazione delle nostre coscienze politiche. Anche oggi i grandi cambiamenti in atto nel sub-continente americano sono continua fonte di ispirazione e dibattito per chi è attento agli sviluppi del cosiddetto socialismo del ventunesimo secolo.

Nei primi anni Ottanta era quasi obbligatorio partecipare ai concerti degli Inti Illimani, comprare i loro dischi e, in questo modo, sentirsi partecipi (molto marginali) della lotta di un popolo contro l’oppressione. Che “Venceremos” possa essere di augurio per questa avventura di Nueva Mayoria e del Partito Comunista Cileno.

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Con Kate Bush

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Generale, il tuo carro armato è una macchina potente.
Spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido di una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.

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Credo che i nostri governanti, ogni volta che si appellano alla frase “paravento”: «È l’Europa che ce lo chiede», dovrebbero ricordare una frase di Enrico Berlinguer:

Il rispetto delle alleanze non significa che l’Italia debba tenere il capo chino.

Finché non lo faranno, dovremo solidarizzare con l’operatore cimiteriale raffigurato nella vignetta “cult” di Vauro.

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“Il patriottismo è il vizio delle nazioni”.

Oscar Wilde

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Passano l’ore e più non si discioglie
l’amore mio, brancato sì in catene.
Vorrebbe correre, libero ebbro franco
come massa di puledri nella nebbia fina
della prateria, fin verso il mare
ma altro lo distoglie dalla corsa
coscienza del futuro incerto e rio?
diresti, Tristano mio, nel tuo lamento
ma no, futuro non temo, né
incertezza distoglie il mio volere
ricordo gli occhi suoi
tremendi come branco di puledri
e loro corrono nella mia mente
senza freni,
ad altri spazi aprendo il mio pensiero
che nell’attesa trema
non di paura, ma di desiderio antico.

Wikonius Petrus, poeta minore provenzale, trovatore, 1180-1245 (traduzione dal franco-provenzale, e adattamento poetico italiano di Piero Graglia)

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Dal vivo con la PFM

 

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Poesia del 1954 che Pasolini dedica a Gramsci, le cui ceneri sono in una piccola tomba del Cimitero degli Inglesi, tra Porta San Paolo e il Testaccio, non lontano dalla tomba di Shelley.

Sul cippo si leggono solo le parole “Cinera Gramsci“, con le date 1891-1937.

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