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Posts Tagged ‘Prima guerra mondiale’

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato

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Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

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Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrigata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

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Leonardo Paggi, Il Manifesto, 23 ottobre 2015

L’eredità del teorico e dirigente politico comunista in un recente convegno. Populismo, crisi della democrazia, la comunicazione su Facebook. I temi dell’incontro. La polemica sull’uso di Gramsci a sostegno della necessaria disciplina imposta dai mercati alla politica

È un luogo comune sot­to­li­neare con stu­pore il con­tra­sto tra la caduta degli inte­ressi per l’opera di Anto­nio Gram­sci in Italia (anche se fa ecce­zione un vero boom di pub­bli­ca­zioni sulle vicende car­ce­ra­rie) e il fio­rire degli studi nel mondo. Si finge così di dimen­ti­care, con un po’ di fili­stei­smo, che c’è di mezzo la scon­fitta subita dallo schie­ra­mento poli­tico che nella sua opera si era rico­no­sciuto. Gram­sci potrà tor­nare ad essere parte della cul­tura ita­liana solo se riu­scirà ad essere nuo­va­mente intrec­ciato con una let­tura del presente.

Gramsci astratto

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Alberto Burgio, Il Manifesto, 9 marzo 2015

L’austerity non è solo un modello viziato, un errore o una follia. È una distruzione creatrice finalizzata al passaggio da una democrazia post-bellica a un’oligarchia post-democratica

Il recente arti­colo di Joseph Sti­glitz (il manifesto,3 marzo) ha il merito di dise­gnare un qua­dro lim­pido della situa­zione sociale ed eco­no­mica dell’Unione euro­pea dopo otto anni di crisi, e dei peri­co­losi con­trac­colpi poli­tici (crisi demo­cra­tica e impe­tuosa cre­scita della destra radi­cale) che ne con­se­guono. Sti­glitz insi­ste sulle respon­sa­bi­lità delle lea­der­ship euro­pee (scrive di un «males­sere autoin­flitto») e punta il dito sulle «pes­sime deci­sioni di poli­tica eco­no­mica» (l’austerity) ispi­rate a teo­rie fal­li­men­tari. È una base di par­tenza per una seria discus­sione, e anche un utile con­tri­buto per la rico­stru­zione di una pra­tica cri­tica che ria­pra un qua­dro poli­tico sta­gnante, impri­gio­nato (non solo in Ita­lia, ma soprat­tutto qui da noi) in una cami­cia di forza che sta rapi­da­mente sof­fo­cando la demo­cra­zia. Con gravi respon­sa­bi­lità delle sini­stre socia­li­ste, che hanno coo­pe­rato alla costru­zione dell’architettura isti­tu­zio­nale e mone­ta­ria di que­sta Europa.

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Giacomo Scotti

Ho raggruppato qui tre articoli di Giacomo Scotti, pubblicati su Il Manifesto qualche anno fa (credo nel 2005). Scotti è un giornalista e scrittore (nonché traduttore) specializzato in tutto ciò che riguarda la storia e la cultura della zona di confine fra Italia, Slovenia e Croazia. Nel 1947, antifascista e comunista, decise di trasferirsi in Istria, appena ceduta dall’Italia alla Jugoslavia di Tito. Visse prima a Pola e poi a Fiume. Per la sua produzione letteraria ha ricevuto diversi premi. Sul tema delle foibe la sua opera più conosciuta è probabilmente Dossier foibe, Manni 2006.

1 – Foibe. Così iniziò la stagione di sangue

Le stragi istriane vanno inserite nel contesto storico della guerra fascista e nazista alle popolazioni slave. Contro ogni strumentalizzazione, ma anche contro ogni rimozione

«Si ammazza troppo poco», e «Non dente per dente, ma testa per dente», raccomandavano nel 1942 i generali italiani Marco Robotti e Mario Roatta. Furono 200.000 i civili «ribelli» falciati dai plotoni di esecuzione italiani in Slovenia, «Provincia del Carnaro», Dalmazia, Bocche di Cattaro e Montenegro

Per una giusta comprensione del fenomeno delle foibe istriane – ma comprensione non significa affatto giustificazione di quei crimini – è assolutamente necessario inserire la questione nel contesto storico in cui si verificò e nel quadro più ampio del periodo tra la fine della prima e lo svolgimento della seconda guerra mondiale. Un periodo che fu particolarmente tragico per una larga parte della popolazione istriana venutasi a trovare inserita nel territorio di frontiera di un’Italia asservita al regime fascista e perciò negata a governare con giustizia territori plurietnici, plurilingui e multiculturali, spinta a realizzare un preciso programma di oppressione e snazionalizzazione dei sudditi cosiddetti allogeni e alloglotti. Ancor prima della firma del Trattato di Rapallo del 1920 che assegnò definitivamente l’Istria all’Italia, quando la regione era soggetta al regime di occupazione militare, la popolazione dell’Istria si trovò di fronte allo squadrismo in camicia nera, importato da Trieste, che si manifestò con particolare aggressività e ferocia. Gli stessi storici fascisti, tra i quali l’istriano G.A. Chiurco, vantandosi delle gesta degli squadristi e glorificandole nelle loro opere, hanno abbondantemente documentato i misfatti compiuti – dagli assassinii di antifascisti italiani quali Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno, Francesco Papo a Buie, Luigi Scalier a Pola ed altri – alla distruzione delle Camere del lavoro ed all’incendio delle Case del popolo, alle sanguinose spedizioni nei villaggi croati e sloveni della penisola, ecc. Questi misfatti continuarono sotto altra forma dopo la creazione del regime: furono distrutti e/o aboliti tutti gli enti e sodalizi culturali, sociali e sportivi della popolazione slovena e croata; sparì ogni segno esteriore della presenza dei croati e sloveni, vennero abolite le loro scuole di ogni grado, cessarono di uscire i loro giornali, i libri scritti nelle loro lingue furono considerati materiale sovversivo; con un decreto del 1927 furono forzosamente italianizzati i cognomi di famiglia; migliaia di persone finirono al confino. Nelle chiese le messe poterono essere celebrate soltanto in italiano, le lingue croata e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali, furono cacciate dai tribunali e dagli altri uffici, bandite dalla vita quotidiana. Alcune centinaia di democratici italiani, socialisti, comunisti e cattolici che lottarono per la difesa dei più elementari diritti delle minoranze subirono attentati, arresti, processi e lunghi anni di carcere inflitti dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

La sostituzione delle popolazioni allogene

Mi è capitato per le mani un opuscolo del ministro dei Lavori Pubblici dell’era fascista Giuseppe Cobolli Gigli. Figlio del maestro elementare sloveno Nikolaus Combol, classe 1863, italianizzò spontaneamente il cognome nel 1928 anche perché sin dal 1919 si era dato uno pseudonimo patriottico, Giulio Italico. Divenuto poi un gerarca, prese un secondo cognome, Gigli, dandosi un tocco di nobiltà. Questo signore, fu autore di opuscoletti altamente razzisti, fra i quali Il fascismo e gli allogeni, (da «Gerarchia», settembre 1927) in cui sosteneva la necessità della pulizia etnica, attraverso la sostituzione delle popolazioni «allogene» autoctone con coloni italiani provenienti da altre provincie del Regno. Tra l’altro volle tramandare ai posteri una canzoncina in voga fra gli squadristi di Pisino. Il paese sorge sul bordo di una voragine che – scrisse il Cobol-Cobolli – «la musa istriana ha chiamato Foiba, degno posto di sepoltura per chi, nella provincia, minaccia con audaci pretese, le caratteristiche nazionali dell’Istria». Quindi chi, fra i croati, aveva la pretesa, per esempio, di parlare nella lingua materna, correva il pericolo di trovar sepoltura nella Foiba. La canzoncina di Sua Eccelenza (testo dialettale e traduzione italiana a fronte) diceva:

A Pola xe l’Arena
la Foiba xe a Pisin:
che i buta zo in quel fondo
chi ga certo morbin.

(A Pola c’è l’Arena,
a Pisino c’è la Foiba:
in quell’abisso vien gettato
chi ha certi pruriti).

Dal che si vede che il brevetto degli infoibamenti spetta ai fascisti e risale agli inizi degli anni Venti del XX secolo. Purtroppo essi non rimasero allo stato di progetto e di canzoncine. Riportiamo qui, dal quotidiano triestino Il Piccolo del 5 novembre 2001, la testimonianza di Raffaello Camerini, ebreo, classe 1924.

«Nel luglio del 1940, ottenuta la licenza scientifica, dopo neanche un mese, sono stato chiamato al lavoro “coatto”, in quanto ebreo, e sono stato destinato alle cave di bauxite, la cui sede principale era a S. Domenica d’Albona. Quello che ho veduto in quel periodo, sino al 1941 – poi sono stato trasferito a Verteneglio – ha dell’incredibile. La crudeltà dei fascisti italiani contro chi parlava il croato, invece che l’italiano, o chi si opponeva a cambiare il proprio cognome croato o sloveno, con altro italiano, era tale che di notte prendevano di forza dalle loro abitazioni gli uomini, giovani e vecchi, e con sistemi incredibili li trascinavano sino a Vignes, Chersano e altre località limitrofe, ove c’erano delle foibe, e lì, dopo un colpo di pistola alla nuca, li gettavano nel baratro. Quando queste cavità erano riempite, ho veduto diversi camion, di giorno e di sera, con del calcestruzzo prelevato da un deposito di materiali da costruzione sito alla base di Albona, che si dirigevano verso quei siti e dopo poco tempo ritornavano vuoti. Allora, io abitavo in una casa sita nella piazza di Santa Domenica d’Albona, adiacente alla chiesa, e attraverso le tapparelle della finestra della stanza ho veduto più volte, di notte, quelle scene che non dimenticherò finché vivrò (…). Mi chiedo sempre, pur dopo 60 anni, come un uomo può avere tanta crudeltà nel proprio animo. Sono stati gli italiani, fascisti, i primi che hanno scoperto le foibe ove far sparire i loro avversari. Logicamente, i partigiani di Tito, successivamente, si sono vendicati usando lo stesso sistema. E che dire dei fascisti italiani che il 26 luglio 1943 hanno fatto dirottare la corriera di linea – che da Trieste era diretta a Pisino e Pola – in un burrone con tutto il carico di passeggeri, con esito letale per tutti. (…) Ho lavorato fra Santa Domenica d’Albona, Cherso, Verteneglio sino all’agosto del `43 e mai ho veduto un litigio fra sloveni, croati e italiani (quelli non fascisti). L’accordo e l’amicizia era grande e l’aiuto, in quel difficile periodo, era reciproco. Un tanto per la verità, che io posso testimoniare».

60mila slavi in fuga dall’Istria

Per gli slavi il risultato del ventennio fascista e del triennio bellico 1940-43 fu la fuga dall’Istria di circa 60.000 persone. Purtroppo a rafforzare il nazionalismo anti-italiano fu ancora una volta il fascismo mussoliniano che nella seconda guerra mondiale portò l’Italia ad aggredire i popoli jugoslavi. Quell’aggressione tra il 6 aprile 1941 e l’inizio di settembre 1943 fu caratterizzata dalle brutali annessioni di larghe fette di Croazia e Slovenia e da una lunga serie di crimini di guerra. Per ordine dello stesso Mussolini e di alcuni generali si giunse alle scelte più draconiane dei comandi militari italiani. Ne derivarono «rapine, uccisioni, ogni sorta di violenza perpetrata a danno delle popolazioni».

Nelle regioni della Croazia annesse all’Italia dopo il 6 aprile `41 si ripetè quanto avvenuto in Istria dopo la Grande Guerra: si ricorse ad ogni mezzo per la snazionalizzazione e l’assimilazione, provocando inevitabilmente l’ostilità delle popolazioni. Nella toponomastica, per cominciare da questo aspetto non cruento dell’occupazione, fu recitata una vera e propria tragicommedia, avendo come regista il prefetto della Provincia del Carnaro e dei Territori Aggregati del Fiumano e della Kupa, Temistocle Testa. Con suo decreto dell’8 settembre 1941 fu ordinato di «adottare senza indugio i nomi italiani di tutti quei luoghi (comuni, frazioni, località) che erano da secoli italiani e che la ventennale dominazione jugoslava ha trasformato in denominazioni straniere». Così località del profondo territorio interno lungo il fiume Kupa e nel Gorski Kotar divennero: Belica= Riobianco, Bogovic = Bogovi, BruÜic = Brissi, Buzdohanj = Buso, Crni Lug = Bosconero, Cabar = Concanera, Glavani = Testani, Jelenje = Cervi, Kacjak = Serpaio, Koziji Vrh= Montecarpino, Medvedek = Orsano, Orehovica = Nocera Inferiore, Padovo = Padova, Pecine = Grottamare e via traducendo o inventando. Trinajstici, presso Castua, divenne Sassarino in onore della divisione «Sassari» che vi teneva un reparto.

Ma ben presto, dopo aver battezzato città, comuni, villaggi e frazioni, si passò a distruggere col fuoco quelli, fra di essi, che non tolleravano l’italianizzazione né l’occupazione. In data 30 maggio 1942 il Prefetto Testa, rese noto con pubblici manifesti di aver fatto eseguire l’internamento nei campi di concentramento in Italia di un numero indeterminato di famiglie di Jelenje dalle cui abitazioni si erano allontanati giovani maggiorenni senza informarne le autorità. Ma non si limitò alle deportazioni. Con un manifesto si rendeva noto: «Sono stase rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia». La rappresaglia continuò.

Il 4 giugno gli uomini del II Battaglione Squadristi di Fiume incendiarono le case dei villaggi: Bittigne di Sotto (Spodnje Bitinje), Bittigne di Sopra (Gornje Bitnje), Monte Chilovi (Kilovce), Rattecevo in Monte (Ratecevo). A Kilovce furono fucilate 24 persone.

Non c’è villaggio sul territorio di quelli che furono chiamati Territori Aggregati e/o Annessi a contatto con l’Istria e la regione del Quarnero, che non abbia avuto case bruciate o sia stato interamente raso al suolo; non ci fu una sola famiglia che non abbia avuto uno o più membri deportati oppure fucilati.

Centomila nei campi di concetramento

Ha scritto lo storiografo Carlo Spartaco Capogreco: «In Jugoslavia il soldato italiano, oltre che quello del combattente ha svolto anche il ruolo dell’aguzzino, non di rado facendo ricorso a metodi tipicamente nazisti quali l’incendio dei villaggi, le fucilazioni di ostaggi, le deportazioni in massa dei civili e il loro internamento nei campi di concentramento». In particolare evidenzia che il numero dei condannati e confinati «slavi» della Venezia Giulia e dell’Istria fu particolarmente elevato, sicchè dal giugno 1940 al settembre 1943 la maggioranza degli «ospiti» dei campi di concentramento italiani era costituita da civili sloveni e croati. Il numero totale dei civili internati dall’Italia fascista superò di diverse volte quello complessivamente raggiunto dai detenuti e confinati politici antifascisti in tutti i 17 anni durante i quali rimasero in vigore le «leggi eccezionali»; più di 800 italiani, fra alti gerarchi civili e comandanti militari, furono denunciati per crimini di guerra commessi durante la seconda guerra mondiale alla War Crimes Commission dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. I campi di concentramento nei quali furono rinchiusi più di centomila civili croati, sloveni, montenegrini ed erzegovesi erano disseminati dall’Albania all’Italia meridionale, centrale e settentrionale, dall’isola adriatica di Arbe (Rab) fino a Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto. Non si contano, poi, i campi «di transito e internamento» che funzionavano lungo tutta la costa dalmata, sulle isole di Ugliano (Ugljan) e Melada (Molat). Quest’ ultimo fu definito da monsignor Girolamo Mileta, vescovo di Sebenico, «un sepolcro di viventi». In quei lager italiani morirono 11.606 sloveni e croati. Nel solo lager di Arbe ne morirono 2.600 circa, fra cui moltissimi vecchi e bambini per denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie. Il 15 dicembre 1942 l’Alto Commissario per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell’XI Corpo d’Armata il rapporto di un medico in visita al campo di Arbe dove gli internati «presentavano nell’assoluta totalità i segni più gravi dell’inanizione da fame». Sotto quel rapporto il generale Gastone Gambara scrisse di proprio pugno: «Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo». Sempre nel 1942, il 4 agosto, il generale Ruggero inviò un fonogramma al Comando dell’XI Corpo in cui si parlava di «briganti comunisti passati per le armi» e «sospetti di favoreggiamento» arrestati. In una nota scritta a mano il generale Mario Robotti impose: «Chiarire bene il trattamento dei sospetti (. . .). Cosa dicono le norme 4c e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!». Il generale Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia nel marzo del 1942 aveva diramato una Circolare 3C nella quale si legge: «Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da testa per dente».

Furono circa 200.000 i civili «ribelli» falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla «Provincia del Carnaro», dalla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro senza aver subito alcun processo, ma in seguito a semplici ordini di generali dell’esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti. Potremmo citare altri documenti, centinaia, che ci mostrano il volto feroce dell’Italia monarchica e fascista in Istria e nei territori jugoslavi annessi o occupati nella seconda guerra mondiale. Gli stupri, i saccheggi e gli incendi di villaggi si ripetevano in ogni azione di rastrellamento. Mi limiterò, per l’Istria ad alcuni episodi che precedettero di pochi mesi i fatti del settembre 1943.

Il 6 giugno 1942 furono deportate nei campi di internamento in Italia 34 famiglie per un totale di 131 persone di Castua, Marcegli, Rubessi, San Matteo e Spincici; i loro beni, compreso il bestiame, furono confiscati o abbandonati al saccheggio delle truppe, le loro case incendiate, dodici persone vennero fucilate.

I deportati in Italia, i villaggi rasi al suolo

Ancora più terribile fu la sorte toccata agli abitanti della zona di Grobnico, a nord di Fiume. Per ordine del prefetto Temistocle Testa, reparti di camicie nere e di truppe regolari, irruppero nel villaggio di Podhum all’alba del 13 luglio. Rastrellata l’intera popolazione, questa fu condotta in una cava di pietra presso il campo di aviazione di Grobnico, mentre il villaggio veniva prima saccheggiato e poi incendiato. Oltre mille capi di bestiame grosso e 1300 di bestiame minuto furono portati via, 889 persone rispettivamente 185 famiglie finirono nei campi di internamento italiani: più di cento maschi furono fucilati nella cava: il più anziano aveva 64 anni, il più giovane 13 anni appena.

Con un telegramma spedito a Roma il 13 luglio, Testa informò: «Ierisera tutto l’abitato di Pothum nessuna casa esclusa est raso al suolo et conniventi et partecipi bande ribelli nel numero 108 sono stati passati per le armi et con cinismo si sono presentati davanti ai reparti militari dell’armata operanti nella zona, reparti che solo ultimi dieci giorni avevano avuto sedici soldati uccisi dai ribelli di Pothum stop Il resto della popolazione e le donne e bambini sono stati internati stop».

Nel solo Comune di Castua subirono spedizioni punitive diciassette villaggi; furono passate per le armi 59 persone, altre 2311 furono deportate e precisamente 842 uomini, 904 donne e 565 bambini; furono incendiate 503 case e 237 stalle. Sempre nella zona di Fiume, il 3 maggio 1943, reparti di Camicie Nere e di fanteria rastrellarono il villaggio di Kukuljani e alcune sue frazioni, portarono via tutto il bestiame, saccheggiarono le case, deportarono la popolazione e quindi appiccarono il fuoco alle abitazioni, alle stalle e agli altri edifici “covi di ribelli”. Nei campi di internamento finirono 273 abitanti di Kukuljani e 200 di Zoretici

Queste sanguinose persecuzioni indiscriminate contro la popolazione civile slava furono denunciate anche da eminenti personalità politiche italiane di Trieste, tra cui i firmatari di un Promemoria presentato il 2 settembre 1943 da un “Fronte nazionale antifascista” al Prefetto Giuseppe Cocuzza. Era passato un mese e mezzo dalla caduta del regime fascista. Nel documento, si fa una denuncia drammaticamente circostanziata delle vessazioni, arresti, devastazioni ed esecuzioni sommarie «operate con grande discrezionalità da bande di squadristi che avevano goduto per troppo tempo della mano libera e della compiacenza di certe autorità». Nell’iniziativa era evidente, oltretutto, un «diffuso senso di paura per una vendetta» che avrebbe potuto abbattersi indiscriminatamente sugli Italiani dell’Istria come reazione «alla tracotanza del Regime e dei suoi uomini più violenti che in Istria e nella Venezia Giulia avevano usato strumenti e atteggiamenti fortemente coercitivi nei riguardi delle popolazioni slave

2 – Istria 1943. La rivolta e le foibe

Dopo l’8 settembre, italiani e slavi si sollevarono spontaneamente. Tra caos, vendette e battaglie contro i tedeschi avanzanti, molti furono uccisi. Colpevoli e no

L’8 settembre 1943, alla notizia della capitolazione italiana, in Istria ci fu una generale e pressoché spontanea rivolta che coinvolse in ugual misura le popolazioni italiane nei centri costieri e quelle croate e slovene nell’interno. Nell’uno e nell’altro caso gli insorti mostrarono simpatia e solidarietà con le truppe in grigioverde che altrettanto spontaneamente avevano mostrato la propria gioia per la «fine della guerra»; la rivolta si diresse contro i carabinieri, la polizia e soprattutto i gerarchi fascisti. In quell’ondata insurrezionale cedettero le armi circa 8.000 soldati italiani. A comprova della partecipazione degli italiani all’insurrezione stanno i fatti del 9 settembre a Pola dove, quel giorno, ci fu una strage. Le autorità italiane, cui i lavoratori di varie fabbriche avevano chiesto le armi per battersi contro i tedeschi fortificatisi a Scoglio Olivi (un piccolo reparto preesistente all’armistizio) fecero aprire il fuoco sulla folla affluita ai Giardini; furono uccisi tre operai – Cicognani, Zachtila e Zuppini – e feriti un gran numero di altri. Le forze armate italiane presenti nella piazzaforte di Pola sarebbero state sufficienti per aver ragione non solo delle poche centinaia di tedeschi presenti in città da fine di luglio, ma anche di unità ben maggiori, se i comandi del XXIII Corpo d’Armata e dell’Ammiragliato avessero rispettato le clausole dell’armistizio e lo stesso proclama di Badoglio. Invece ci si affrettò a trattare con i tedeschi, cui furono poi ceduti i pieni poteri civili e militari. Il 12 settembre fu consegnata a un loro reparto di soli 300 uomini l’intera piazzaforte. Circa 15.000 uomini in uniforme e 400 detenuti – politici e comuni – che si trovavano nel carcere cittadino finirono nelle mani del nemico. Migliaia di ufficiali e marinai italiani, avendo rifiutato l’offerta di servire l’invasore, furono deportati in Germania ai lavori forzati. Solo una minoranza di militari, con in testa le Camicie nere, passò al servizio dei tedeschi.

La minaccia tedesca

La svolta in Istria si ebbe il 13 settembre. Quel giorno si capì definitivamente che su tutto incombeva la minaccia tedesca. Nella penisola stava scendendo un’intera divisione germanica. Così, in piena autonomia, gli improvvisati capi del movimento insurrezionale di Parenzo, Rovigno ed Albona, tutti italiani, decisero di opporsi con le armi all’avanzata dei tedeschi – decisione presa anche sull’onda di una terribile notizia giunta da Pola. Quel 13 settembre nel capoluogo istriano, con l’aiuto dei loro carcerieri, i detenuti politici e comuni rinchiusi nel carcere di via dei Martiri riuscirono ad evadere. Inseguiti da pattuglie tedesche aiutate da manipoli di fascisti, furono in gran parte abbattuti in strada; altri venticinque, catturati, finirono impiccati agli alberi di via Medolino o fucilati in località Montegrande, alla periferia della città. Fu questo il primo grande eccidio di civili nella serie di massacri compiuti dall’esercito tedesco in Istria nel settembre-ottobre del `43.

Questi avvenimenti sanguinosi versarono benzina sul fuoco dell’insurrezione popolare istriana – nel corso della quale, contrariamente a quanto vorrebbero far credere i simpatizzanti per quei fascisti che consegnarono migliaia di connazionali ai tedeschi, non fu torto un capello ai soldati italiani. Il patriota istriano Diego de Castro ha scritto che furono proprio sloveni e croati delle regioni interne dell’Istria ad aiutare i soldati italiani sbandati a salvarsi dopo l’8 settembre. Il vescovo di Trieste dell’epoca, mons. Antonio Santin, testimoniò il 18 settembre sul settimanale della Diocesi Vita Nuova (e poi in «Trieste 1943-1945», Udine 1963): «Migliaia e migliaia di questi carissimi fratelli (i militari italiani, ndr) furono vestiti, nutriti, accolti, difesi; essi trovarono l’amore e il calore di una famiglia che si estendeva a tutte le case e a tutti i casolari». A loro volta in «Fratelli nel sangue» (Fiume, 1964) Aldo Bressan e Luciano Giuricin, citano testimoni diretti di quei fatti, scrivendo: «La popolazione (…) porse ogni aiuto possibile alle migliaia e migliaia di soldati italiani demoralizzati (…) che cercavano di raggiungere l’opposta sponda dell’Adriatico».

A Pisino nella notte fra il 12 e 13 settembre una formazione partigiana locale bloccò alla stazione ferroviaria un treno carico di marinai italiani che i tedeschi stavano deportando in Germania: il lungo convoglio, con a bordo tremila e più ragazzi, venne circondato, i marinai furono liberati (altri due treni erano stati fermati già prima di arrivare a Pisino) e poterono avviarsi con mezzi di fortuna, aiutati dalla popolazione, in direzione di Trieste e dell’Italia. Una cinquantina di essi si unirono alle formazioni antifasciste istriane.

Guido Rumici scrive: «In tutta la regione si assistette alla fuga precipitosa di decine di migliaia di soldati e di marinai che in tutta fretta abbandonarono caserme e installazioni militari, sbarazzandosi di armi, divise e munizioni e cercando di intraprendere, singolarmente o a gruppi, la strada del ritorno verso le proprie famiglie». «Nel loro peregrinare, spesso a piedi, per boschi e campagne, ricevettero appoggio e solidarietà dalla popolazione locale che si prodigò spesso rischiando anche in prima persona, per portar loro soccorso e sostegno, ospitandoli, nascondendoli, sfamandoli e aiutandoli a raggiungere la meta». Con ciò non si vuole negare che ci furono anche sporadici episodi di «caccia al fascista», ai capi locali del regime.

Documenti partigiani del settembre-ottobre 1943 forniscono un quadro abbastanza realistico di quella che fu l’insurrezione istriana del settembre. Leggiamo: «La presa del potere e del materiale (bellico) si è svolta per lo più in maniera improvvisata da parte di Comandi di posto arbitrariamente autodefinitisi tali e costituiti in tutta fretta in singole località. La popolazione è insorta spontaneamente, ha preso in mano le armi, ma non si può parlare in alcun modo di reparti militarmente organizzati e di una dirigenza militare».

Sull’onda dell’insurrezione generale e del vuoto di potere, alcuni esponenti croati giunti in Istria da oltre confine, fra cui Ivan Motika, oriundo di Gimino, laureato in giurisprudenza ed ex ufficiale dell’esercito regio jugoslavo, improvvisarono una specie di tribunale del popolo e costituirono una polizia politica segreta o Centro di Informazione, che diedero inizio a processi sommari contro i «nemici del popolo», fascisti o presunti tali. Luciano Giuricin scrive in proposito che il Motika «ebbe sicuramente un ruolo non secondario negli arresti, nelle carcerazioni e negli interrogatori dei prigionieri, come pure negli eccidi delle foibe avvenuti principalmente durante la caotica ritirata delle forze partigiane incalzate dall’offensiva tedesca di ottobre, che portò all’occupazione dell’intera Istria».

I tribunali del popolo

I cosiddetti tribunali del popolo funzionarono nelle peggiori condizioni possibili, alla mercè di «giudici» che talvolta erano persone che avevano avuto a che fare con la legge come pregiudicati e criminali comuni: contrabbandieri, ladri e peggio che ora si servivano di quei «tribunali» per sfogare bassi istinti di vendetta. In un rapporto dell’ottobre `43 firmato da Zvonko Babic, inviato in Istria dal Comitato centrale del Pc croato, si legge: «Nel periodo in cui abbiamo esercitato il potere in Istria (…) la lotta contro i nemici del popolo è stata condotta in maniera disuguale».

In molte località gli istriani si sono rifiutati di attuare le esecuzioni, al punto che certi Comandi di posto riferivano nei loro rapporti di aver liquidato i condannati a morte nonostante la cosa non fosse vera. Si è manifestata pure l’ignoranza, la mancata conoscenza dei veri nemici del popolo e l’assenza di informazioni sui loro crimini, circostanza questa che adesso, con ritardo, si ritorce contro di noi». Il rapporto continua: «Il territorio più radicalmente ripulito (dai `nemici del popolo’, ndr) è quello di Gimino, paese natale di Motika, e quello del Parentino. Un altro errore: nessuno ha mai pensato a costituire campi di concentramento, sicché i nemici del popolo sono stati puniti unicamente con la morte. Fra gli arrestati c’era pure un prete, che dietro intervento del vescovo di Pola e Parenzo è stato rimesso in libertà».

Fra coloro che vennero catturati dagli insorti, consegnati ai tribunali del popolo e da questi condannati a morte e infoibati, vi furono una ventina di zelanti fascisti locali che avevano fatto da guida a due colonne tedesche che tra l’11 e il 13 settembre, muovendo da Pola e da Trieste avevano tentato di raggiungere Fiume, scontrandosi ripetutamente con reparti di insorti. In quegli scontri caddero più di cento patrioti istriani, in maggioranza italiani di Parenzo, Rovigno e Albona, ma anche diversi soldati italiani unitisi agli insorti.

In concomitanza con l’insurrezione, ma soprattutto dopo gli scontri del 13 settembre, cominciarono gli arresti di gerarchi fascisti, di podestà e di altri funzionari ma anche di semplici iscritti al fascio, sia per iniziativa di singoli che per ordine dei vari Cpl. In questa operazione furono impegnati sia italiani che croati.

A Rovigno, cittadina abitata quasi esclusivamente da italiani, gli arresti dei «nemici del popolo» cominciarono alla fine della seconda settimana di settembre. Il mattino del 16, eseguendo un piano tracciato dal Comitato rivoluzionario che in giornata assunse i pieni poteri, entrarono in città cento e più partigiani italiani e croati che, insieme ai dirigenti antifascisti locali disarmarono le superstiti formazioni militari italiane di stanza sul posto. L’indomani, con l’aiuto di comunisti locali, arrestarono un centinaio di persone indicate come «i più incalliti fascisti macchiatisi di crimini», colpevoli di avere «per decenni terrorizzato la popolazione della città». A giudicarli furono dei comunisti italiani, loro concittadini, che alla fine, il 17 settembre, trattennero 14 fascisti (tutti italiani, ex squadristi e confidenti dell’Ovra) che spedirono a Pisino, a disposizione del Tribunale militare.

Non solo comunisti

Più o meno le cose andarono così anche nelle altre località dell’Istria. Non in tutte, però, gli uomini incaricati di dare la caccia al fascista erano comunisti o antifascisti. «Tra questi partigiani dell’ ultima ora c’erano – in non pochi casi – quelli che avevano indossato la camicia nera solo qualche settimana indietro o la divisa di carabiniere sino all’8 settembre, personaggi che, armi alla mano, si erano autoproclamati capi partigiani». E prevalse la violenza.

Ubicazione delle foibe principali

Per quanto riguarda i militanti del Pci, essi poterono orientarsi seguendo le direttive di un manifesto diffuso dopo il 25 luglio 1943 in tutta la Regione Giulia a firma dei comitati regionali dei partiti d’azione, comunista, liberale e socialista, nonché dei movimenti cristiano sociale e di unità proletaria. In esso si chiedeva l’armistizio immediato, la cacciata dei tedeschi e «la punizione dei responsabili di vent’anni di crimini, di ruberie e del tradimento della nazione». All’atto pratico, come rivelano i risultati di vari incontri avuti con i massimi esponenti degli insorti croati dagli esponenti istriani del Pci Pino Budicin, Aldo Rismondo, Aldo Negri, Alfredo Stiglich ed altri, fu difficile conciliare i criteri per la punizione dei fascisti; e nei fatti fu l’anarchia.

I primi e più massicci arresti avvennero nelle zone di Rovigno e di Albona, dove il comando del movimento insurrezionale e partigiano fu assunto da comunisti affiliati al Pc italiano, a Parenzo e dintorni, a Gimino e nel Pisinese. Tuttavia, mentre nelle prime due località ci furono dei filtri e si cercò di evitare ingiustizie per quanto possibile (tanto è vero che ad Albona diverse persone arrestate come fasciste furono liberate per intervento di Aldo Negri, ma poi nuovamente arrestate da personaggi estranei al locale Comando partigiano) nel Parentino, nel Pisinese e in quel di Gimino invece gli arresti oltre ad essere massicci furono pure indiscriminati. La maggioranza degli arrestati era formata da gerarchi fascisti locali che si erano meritati l’odio delle popolazioni, ma nel mucchio capitarono anche persone che oltre alla tessera del Pnf non avevano colpe da espiare – o con i quali i delatori avevano vecchi conti personali da regolare. La caccia al fascista cominciò verso la metà del mese. Ma appena il 24 settembre, di fronte a fenomeni di esecuzioni sommarie ed arbitrarie, segnalati dalle varie località dell’Istria al Comando partigiano costituitosi nel frattempo a Pisino, fu costituito un «Tribunale militare mobile» che avrebbe dovuto arginare o eliminare le illegalità. I processi si celebrarono a Pisino, ad Albona e Pinguente, località nelle quali esistevano i centri di raccolta (prigioni) degli arrestati. Nella maggior parte i prigionieri furono inviati a Pisino e rinchiusi nel castello dei Montecuccoli, da dove o venivano rispediti a casa, se ritenuti innocenti, oppure condannati a morte e condotti sui luoghi di esecuzione, per lo più foibe carsiche o cave di bauxite. Quando arriveranno i tedeschi, troveranno a Pisino ancora un centinaio di prigionieri in attesa di processo. A Pinguente furono assolte e liberate dagli stessi partigiani oltre 100 persone.

Ma quanti furono gli infoibati in Istria?

3 – Istria 1943: quanti morirono?

Dopo l’8 settembre le vittime dei partigiani jugoslavi furono tante: ma la vendetta nazifascista, oggi dimenticata, fu poi spaventosa. E spesso compiuta da chi oggi parla del «genocidio»

Numeri e morale. Dai bilanci tracciati dagli stessi fascisti, nel `43, gli «infoibati» con giustizia sommaria furono alcune centinaia (e non tutti erano italiani). I civili massacrati per vendetta dopo il ritorno dei nazifascisti furono molte migliaia. Falsificare queste cifre per riattizzare dopo 60 anni odî etnici è immorale. Italiani, sloveni e croati dovrebbero piuttosto riconoscere le reciproche colpe. E scusarsi

Nella relazione di un diplomatico dello «Stato indipendente croato» (quello degli ustascia) che seguì le truppe tedesche in Istria dopo il 4 ottobre `43, si legge: «I partigiani hanno ucciso circa 200 prigionieri fascisti, gettandone i corpi nelle foibe». A loro volta i tedeschi, dopo una dettagliata esplorazione di 52 tra foibe e cave di bauxite istriane, cominciata il 16 ottobre 1943 a Vines (Albona) e conclusasi nel gennaio 1945 con l’impiego dei vigili del fuoco di Pola, pubblicarono un elenco nominativo di 232 vittime. La stampa fascista repubblichina dell’epoca, riferendo un rapporto del Federale dei Fasci dell’Istria Luigi Bilucaglia, scrisse di 349 vittime degli «slavocomunisti», cifra successivamente portata a 419, comprendendo in essa anche persone date per scomparse. Lo storico triestino Galliano Fogar indica la cifra massima di 570 persone uccise, «in maggioranza italiani ma anche slavi», aggiungendo: «Fu una giustizia sommaria, sembra contro le direttive impartite, innescata dalle sofferenze e persecuzioni patite», «ma anche da vendette per rancori e contrasti paesani e dall’intervento, in quel confuso clima insurrezionale, di elementi criminali».

Cifre inventate

La pubblicistica neo e postfascista di oggi parla invece indiscriminatamente di vittime civili innocenti, massacrate solo perché italiani, inventando cifre che per la sola Istria vanno dai mille ai duemila morti. Un altro storico triestino, Roberto Spazzali, nel voluminoso libro «Foibe, dibattito ancora aperto» edito dalla Lega Nazionale di Trieste, ha onestamente riconosciuto che molti «storici» hanno puntato sul sensazionalismo, sull’effetto del numero che dovrebbe affermare il concetto dell’olocausto, ovvero del «martirio olocaustico» degli italiani in Istria. Sono state così proposte «versioni, cifre e giudizi mai verificati da dati oggettivi» nell’intento di produrre «una moltiplicazione emotiva ed anche politica» delle vittime, presentando un quadro «macroscopicamente lontano dalla realtà».

La falsificazione delle cifre è un immorale gioco di sciacallaggio politico; basterebbe il sacrificio anche di pochi innocenti per indurci a denunciare il crimine commesso. E gli innocenti, tra gli infoibati istriani, ci furono. Furono parecchie le vittime di vendette personali, compiute da criminali comuni – come il malfamato Matteo Stemberga di Albona, che sterminò perfino alcuni suoi parenti. Alcuni individui, che avevano indossato la camicia nera o la divisa di carabiniere fino a qualche mese prima, per riscattarsi del proprio passato, si trasfomarono dalla sera al mattino in «partigiani», zelanti cacciatori di teste.

Non tutte le vittime, però, furono «civili innocenti». Ricordiamo che furono le stesse autorità fasciste istriane, civili e militari dell’epoca a indicare molti degli infoibati come «militi della Mvsn» o appartenenti a organizzazioni sociali del Partito fascista. In un documento della Prefettura repubblicana di Pola si parla esplicitamente di «nostri disgraziati squadristi». L’etichetta di fascisti, squadristi ecc. venne data alla maggior parte delle vittime anche dai giornali repubblichini dell’epoca, in occasione della riesumazione delle salme e dei funerali. Il Corriere Istriano di Pola e Il Piccolo di Trieste mettevano in risalto nei loro necrologi, accanto a nomi e cognomi, le cariche di podestà, segretario del Fascio ed altro, insieme a gradi e titoli vari. Oggi, accanto a quei nomi, figurano solo professioni e mestieri, da ingegnere ad agricoltore, con l’aggiunta stereotipa di «vittime della barbarie comunista slava». Viene ripetuta una terminologia usata dai fascisti al servizio dei nazisti dall’ottobre 1943 alla fine di aprile 1945, quando furono pubblicati opuscoli e libelli che incitavano alla distruzione di quei «barbari», degli «aguzzini rossi», delle «bestiali orde di Stalin». Le parole furono accompagnate dai fatti, come presto diremo.

Un’altra tesi degli «storici» neo e postfascisti è quella del genocidio degli italiani.

Non solo italiani

È fuori dubbio invece che non tutti gli infoibati erano italiani, così come non pochi fascisti locali erano «italianissimi croati» con cognomi slavi italianizzati. Fra questi ci furono fascisti colpevoli solo di esser stati esattori delle imposte, guardie comunali e forestali, segretari comunali, o possidenti terrieri: ma ci furono anche agenti e confidenti dell’Ovra.

I fascisti superstiti si vendicarono largamente denunciando ai tedeschi non centinaia ma migliaia di cosiddetti «slavocomunisti» e loro familiari. Chi oggi, invoca giustizia per le vittime della cosiddetta «barbarie slavocomunista», mescolando insieme innocenti e criminali, dimentica che già sessanta anni or sono, proprio in nome degli infoibati, fascisti e nazisti eseguirono una colossale vendetta mettendo l’Istria intera a ferro e fuoco, al punto da suscitare lo sgomento e l’aperta denuncia delle autorità ecclesiastiche, con alla testa l’arcivescovo di Trieste e Capodistria, mons. Santin. Il 4 marzo 1944 sul giornale Vita Nuova, organo di quella diocesi, furono denunciate le «truculenti espressioni della barbarie umana» e «le arbitrarie violenze contro uomini e cose» quotidianamente commesse dai nazifascisti con incendi di paesi, deportazioni, esecuzioni sommarie.

Sarebbe lungo riportare tutti gli eccidi compiuti dai fascisti istriani dopo l’arrivo dei tedeschi – e dagli stessi tedeschi, che nei fascisti locali trovarono ottime spie e guide per le loro sanguinose spedizioni. Basti citare il bollettino germanico che già il 7 ottobre `43 faceva un primo bilancio dell’occupazione della penisola e della repressione, informando: «Sono stati contati i corpi di 3.700 banditi uccisi. Altri 4.900 sono stati catturati, fra questi gruppi di ufficiali e soldati badogliani», dunque italiani. Otto di essi, marinai, vennero fucilati nei pressi di Gimino; i loro corpi, lasciati insepolti, furono tumulati dai contadini, molto più tardi, in una cava di bauxite (e conteggiati fra gli infoibati). Il 23 ottobre il bollettino tedesco parlava di 13.000 banditi uccisi o fatti prigionieri. Erano tutti civili, come poi le centinaia e migliaia che sarebbero stati massacrati nei mesi seguenti in tutta la regione. Sempre, a indicare i villaggi da rastrellare e le persone da uccidere furono i fascisti italiani, zelanti servitori dei nazisti.

Collaborazionisti in prima linea

Oggi quei collaboratori che aiutarono i nazisti a mettere l’Istria a ferro e fuoco, sono in prima linea nel denunciare i «crimini dei comunisti slavi dell’Istria» e nel coprire, tacere o trasformare in pagine di patriottismo italico il loro coinvolgimento nelle stragi compiute dopo la pagina nera delle foibe. Uno di questi, in veste di storico, fecondo compilatore di libelli, è Luigi Papo da Montona, ex comandante della Milizia repubblichina del 2° reggimento «Istria» sotto il comando delle Ss, che effettuò feroci e ripetuti rastrellamenti nella penisola, come si ricava dagli encomi rivoltigli dal foglio Corriere Istriano di Pola, nel novembre 1943, per aver fondato il fascio e la «Squadra d’azione» di Montona e per le successive operazioni contro i «banditi» partigiani. Ne fu richiesta l’estradizione dalle autorità jugoslave per crimini di guerra, ma a suo favore si adoperò l’on. Scelba, allora ministro dell’interno, facendo archiviare la richiesta.

La tesi ricorrente degli storici di matrice fascista è che l’esodo delle popolazioni istriana, fiumana e dalmata – avvenuto nel decennio 1945-1954 e in seguito, sia diretta conseguenza delle foibe. Sul quotidiano Il Piccolo di Trieste (16 febbraio 2003) si poteva leggere una lettera alla redazione di tale Alesandro Perini, esule da Capodistria. In essa scrisse: «Non si deve dimenticare mai (…) che il fascismo di Mussolini, che ha dichiarato guerra a mezzo mondo, paesi balcanici compresi, ritrovandosi alla fine del conflitto senza l’Istria, senza mezzo Isontino e con un debito economico e morale incalcolabile (…) è l’unico responsabile dell’Esodo. Esatto. Con la precisazione che l’Italia di Mussolini non dichiarò guerra ai paesi balcanici, Grecia e Jugoslavia, ma li aggredì e li invase senza dichiarazione di guerra, occupandoli, seminando in quelle terre stragi e distruzioni immani, coprendo l’Italia di vergogna. Ciononostante, nessuno dei numerosi statisti italiani che si sono avvicendati al vertice del governo e dello stato dopo la caduta del fascismo – nessuno, ripeto – ha ritenuto finora necessario chiedere scusa e perdono alle vittime di quell’aggressione e di quella occupazione, ai figli e nipoti di centinaia di migliaia di massacrati. Si dimenticano pure i circa 5.000 uomini e donne, vecchi e bambini istriani trucidati dai tedeschi e dai militi del fascio repubblicano che terrorizzarono quella penisola, portando inoltre alla deportazione di altri 15 mila istriani nel periodo fra ottobre `43 e fine di aprile 1945.Chi è accecato dall’odio antislavo dimentica perfino l’aiuto che le popolazioni croate e slovene dell’Istria fornirono in tutti i modi alle migliaia di soldati italiani sbandati che, arrivando dalla Balcania, cercavano di raggiungere attraverso l’Istria e Trieste le loro case lontane.

Decenni di confusione

Questo vuole essere un contributo alla chiarificazione, contro la confusione seminata per decenni da chi ha cercato di strumentalizzare le foibe da una parte, e contro la rimozione di una memoria dolorosa dall’altra. Come direbbero gli storici triestini Raoul Pupo e Roberto Spazzali, bisogna che cessi una volta per sempre la messa in circolazione di «criteri di lettura di quella stagione di sangue tutti interni ai risentimenti, alle accuse e alle ripulse, come se mezzo secolo fosse passato invano».

Da parte slovena e croata non si può continuare a negare i crimini compiuti contro gli italiani e gli stessi slavi dell’Istria da singoli esponenti della rivolta istriana del settembre; non si può negare la tragedia delle foibe, frutto anche di revanscismo; ma da parte italiana non si deve negare la sanguinosa storia scritta in quelle terre dal fascismo italiano prima e dal collaborazionismo fascista al servizio dei tedeschi dopo l’8 settembre 1943. La nostra memoria deve portare sì la dolorosa tragedia delle foibe, vista nella sua esatta cornice storica; ma anche gli orrori del fascismo devono essere parte di questa memoria. Guai a coltivare la visione manichea – oggi predominante negli scritti degli «storici» revisionisti – secondo cui gli italiani furono tutti e sempre buoni, con rare eccezioni, mentre gli slavi sono stati tutti e sempre cattivi, con rare eccezioni; non è vero che i fascisti combatterono in Istria, prima e dopo l’8 settembre, per una causa patriottica e giusta, mentre i partigiani sarebbero stati degli scellerati usurpatori.

Tesi assurde

Una volta per tutte – infine – va sottolineata l’assurdità delle tesi del «genocidio» che gli slavi in Istria avrebbero compiuto sugli italiani. Il tragico destino dei disgraziati che trovarono atroce morte nelle foibe non può essere usato dopo 60 anni per istigare passioni ed odio interetnico, per spezzare legami di amicizia che abbiamo saputo far rivivere nonostante l’odio che i vetero e neofascisti continuano a seminare. Nessuno di noi, oggi, può e vuole negare l’esistenza di vittime della jacquerie rivoluzionaria istriana della seconda metà di settembre 1943, né si può negare che nello stesso Partito comunista croato l’internazionalismo proletario fu inquinato da nazionalismi deleteri che si manifestarono soprattutto in Istria con l’invio nella penisola, quali emissari del Movimento di liberazione croato di ex fuoriusciti comunisti e nazionalisti (narodnjaci); non si può però neppure dimenticare che fra quelle vittime c’erano coloro che prima erano stati carnefici.

Occorre perciò reciproco perdono, lo sforzo di operare in futuro per la reciproca riconciliazione. Il buon nome dell’Italia non si difende esaltando i fascisti e ignorando i crimini del fascismo, così come per un futuro di pace va permesso che i figli delle vittime innocenti delle foibe possano deporre un fiore sui luoghi del sacrificio dei loro padri. Per quel che può valere, propongo che i presidenti di Slovenia e Croazia depongano corone ai margini delle foibe di Basovizza presso Trieste e di Vines in Istria, e che il presidente italiano si rechi sul luogo dell’eccidio di Pothum presso Fiume o nel cimitero di Kampor sull’isola di Arbe per onorare le vittime innocenti della barbarie fascista italiana. Si onorino i figli martiri dei tre popoli confinanti che dai loro sepolcri invocano un avvenire di convivenza, di collaborazione e di pace. La pace può scaturire unicamente, come direbbe il poeta fiumano Alessandro Damiani, dalla condanna di «atti / a misura delle bestialità umana, / cui ideologie e fedi offrono / sempre miserrima copertura».

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La firma, il 10 febbraio 1947, del Trattato di pace a Parigi rappresentava il regolamento dei conti e la conclusione delle vertenze aperte con la Seconda guerra mondiale, con particolare riguardo alla Jugoslavia e ai confini orientali. La data dovrebbe essere ricordata come un anniversario di festa. Viceversa, da qualche anno a questa parte, lo Stato italiano ha reso il 10 febbraio una data per tutte le recriminazioni,

La legge n. 92/2004 fissa al 10 febbraio di ogni anno il “Giorno del ricordo” in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale”. In questa occasione vengono conferite riconoscimenti ai congiunti degli infoibati. La stessa scelta della data rappresenta un chiaro esempio di revisionismo storico e testimonia la volontà di recriminare sullo stesso Trattato di pace. Di fatto vengono scambiati aggrediti e aggressori della Seconda guerra mondiale e si delegittimano i confini riconosciuti internazionalmente. È forse opportuno ricordare che esistono due tipi di revisionismo storico: uno, scientificamente corretto, che si basa sul ritrovamento di nuovi documenti che gettano una diversa luce sui fatti presi in esame; l’altro, vera e propria mistificazione della storia, che si basa su interpretazioni arbitrarie, su letture ideologiche e distorte, come in questo caso.

Un esempio di come gli italiani si comportarono sul fronte jugoslavo l’ho già riportato in questo articolo sui campi di internamento italiani, mentre nella foto sottostante possiamo notare militari e fascisti italiani osservare i corpi delle vittime del villaggio di Radoh. Dagli abiti è facile notare come si tratti di civili.

La chiarezza sulla nostra storia è un dovere di resistenza storica ed è uno dei pochi modi, forse l’unico, per chiudere i conti con il passato e con le letture dello stesso in chiave di riabilitazione di ciò che non dovrebbe né potrebbe essere riabilitato. L’Italia fu aggressore sia nella Prima che nella Seconda guerra mondiale; gli italiani usarono le armi chimiche e deportarono e uccisero civili. Il nostro sogno di espansione, guidato da un re e da un governo da operetta causarono decine e decine di migliaia di morti. Non ricordarlo significa mentire innanzitutto a noi stessi.

Per approfondire l’argomento, invito a visitare il sito dieci febbraio millenovecentoquarantasette e a leggere l’ebook gratuito (in PDF) Operazione foibe a Trieste di Claudia Cernigoi.

Una considerazione a margine: non esiste collegamento fra il “Giorno della memoria” e il “Giorno del ricordo”. Il primo, 27 gennaio, corrisponde all’arrivo, storicamente dimostrato, dell’Armata Rossa sovietica di fronte ai cancelli del campo di concentramento di Aushwitz. La seconda data, lo ripeto, è del tutto convenzionale: è stata scelta per spirito di revanscismo nei confronti delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale e per tentare di cancellare le colpe del fascismo.

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Di qui a qualche giorno, cent’anni fa scoppiò la Prima guerra mondiale. Della Grande guerra, oggi, sappiamo molto: i nomi dei generali, le località delle battaglie; se abbiamo voglia di approfondire: la dislocazione dei reparti, i nomi degli eroi.

Ma sappiamo nulla, pochissimo, dei tanti anonimi soldati che la combatterono, delle loro sofferenze, di quelle che erano le loro aspirazioni per la vita in tempo di pace, di come, in modo quasi sempre stupido, sono morti.

La Grande guerra fu guerra di contadini. Ragazzi di vent’anni che venivano mandati allo sbaraglio al fronte – tanto l’importante era fare massa, volume di fuoco – senza quasi aver mai sparato un colpo di fucile. Ragazzi di vent’anni che avevano una ragazza di vent’anni che li aspettava a casa.

Forse proprio considerazioni di questo tipo spinsero De André a scrivere la guerra di Piero, nella quale più che narrare una storia dipinge una ritratto con pennellate da impressionista.

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Mary Kaldor, Sbilanciamoci, 30 maggio 2014

A uscire vincitore dalle elezioni europee è soprattutto un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni di Bruxelles. Per ricomporre un’Europa dei popoli bisogna partire dalla costruzione di una democrazia post-nazionale, dove i processi decisionali rimettano i cittadini al centro

Il nazionalismo è un modo per dirottare lo scontento popolare su un capro espiatorio di comodo, l’«altro» – l’immigrato o l’Europa. E per guadagnare consenso politico evitando al contempo di rivolgersi alle cause profonde del malcontento. Xenofobia ed euroscetticismo non possono in alcun modo rappresentare risposte costruttive. Al contrario, quanto più si afferma la retorica nazionalista, tanto più i nostri problemi si moltiplicano e siamo portati a prendercela con l’«altro». Abbiamo alle spalle una lunga e drammatica storia sulla corruzione delle istanze democratiche tramite il ricorso ad appelli nazionalisti, e la prima guerra mondiale è forse l’esempio più calzante in merito. Più di recente, i conflitti sia in Bosnia sia in Siria sono stati e sono tuttora occasioni di risposta, e persino di soppressione, dei movimenti democratici. In Ucraina, ciò che in origine era una protesta diffusa in tutto il paese contro la corruzione e per i diritti umani, si sta rapidamente trasformando in un conflitto aperto tra russi «orientali» e ucraini «europei».

Qual è allora la causa dello scontento? Si tratta di un’enorme frustrazione e mancanza di fiducia nei confronti della classe politica. A dispetto del nostro diritto di voto e di protesta, vi è un diffuso senso di impotenza, la sensazione che qualunque cosa facciamo o diciamo non produca alcuna differenza, che i partiti politici siano tutti uguali e il voto perlopiù irrilevante. Nella teoria della democrazia si opera spesso una distinzione tra democrazia formale o procedurale e democrazia sostanziale. La democrazia formale ha a che vedere con le regole e le procedure democratiche, tra cui il suffragio universale, la regolarità delle elezioni, la libertà di associazione e di stampa, e così via.

La democrazia sostanziale è legata all’uguaglianza politica. Riguarda la capacità di influenzare le decisioni che impattano sulla nostra vita. E riguarda anche la cultura democratica – le «abitudini del cuore», per dirla con Tocqueville. Nonostante la grande diffusione delle procedure democratiche nel corso degli ultimi decenni, oggi vi è ovunque un profondo e crescente deficit di democrazia sostanziale. «La chiamano democrazia, ma non lo è», è uno degli slogan degli indignados spagnoli.

Ci sono molte ragioni che spiegano la debolezza della democrazia sostanziale. La più immediata è la globalizzazione. La democrazia procedurale è organizzata su base nazionale. Ma le decisioni che impattano direttamente sulle nostre vite sono in realtà prese a Bruxelles, Washington, nei quartieri generali delle multinazionali o da rampanti professionisti della finanza che da Londra, Hong Kong o New York operano sul mercato dagli schermi dei loro computer. Per quanto le procedure democratiche possano essere ottimali a livello nazionale, se le decisioni che riguardano le nostre vite trascendono questo livello, allora il voto non può influire su queste decisioni.

Tuttavia non è questa la sola ragione. La globalizzazione è stata un modo per fuoriuscire da ciò che potremmo definire la sclerosi dello Stato-nazione. Le istituzioni chiave dello Stato-nazione sono cresciute e si sono affermate nel secondo dopoguerra, cristallizzandosi in pratiche e consuetudini tra cui quelle, difficilmente emendabili, di controllo e sorveglianza.

I partiti politici si sono progressivamente trasformati da luoghi di dibattito sull’interesse pubblico in macchine elettorali capaci soltanto di riprodurre e rinforzare i pregiudizi esistenti raccolti in focus group che rappresentano il cosiddetto ceto medio.

Le burocrazie pubbliche – in primo luogo l’amministrazione statale e il settore militare e dell’intelligence – hanno sviluppato una propria logica di auto-riproduzione. Là dove nascono iniziative politiche volte al cambiamento, queste finiscono spesso per essere risucchiate e annichilite all’interno di questi cunicoli istituzionali.

Paradossalmente, l’inerzia statale si è combinata con venti anni di neoliberismo che, invece, avrebbe dovuto ridurre e indebolire lo Stato.

Così, se da un lato il neoliberismo ha causato un enorme aumento delle disuguaglianze e la scomparsa del welfare, dall’altro ha lasciato le istituzioni chiave dello Stato intatte oppure le ha legate a doppio filo con il capitale. Il neoliberismo ha generato una cultura di egoismo individualista e ha fortemente rinsaldato il potere del denaro e la sua influenza sulla classe politica. Ed è proprio la presa della finanza sul finanziamento dei partiti e sui media che spiega in larga misura, come sostiene Colin Crouch, il perdurare del neoliberismo nel mondo del dopo-crisi.

Ma allora come è possibile affermare o ri-affermare la democrazia sostanziale?

La risposta non sta nel riportare le decisioni nell’alveo dello Stato-nazione poiché, anche se ciò fosse possibile nell’interdipendente contesto neoliberista, il ritorno allo Stato-nazione di fatto corrisponde a un ritorno all’inerzia, al paternalismo, a logiche securitarie e di paura dell’«altro». Così come non è una risposta il miglioramento delle procedure democratiche nell’Unione europea – anche se si tratta di un evento auspicabile -, dal momento che le procedure senza la sostanza ci lascerebbero esattamente al punto in cui siamo.

Per democrazia sostanziale intendo il modo in cui la gente comune può influenzare le decisioni che riguardano le loro vite in un’Europa concepita nel suo insieme, come un tutto. Penso a una democrazia post-nazionale in Europa piuttosto che al ripristino della democrazia a livello statale o alla democratizzazione dell’Unione, anche se entrambe le formule potrebbero essere parte della soluzione. Dal mio punto di vista, per fare tutto ciò sono necessarie trasformazioni sia dal basso sia dall’alto.

La risposta dal basso consiste nell’allargamento della sfera pubblica a tutti i livelli e nello sviluppo di forme dialogico-deliberative di politica – specialmente a scala locale e transnazionale – che si fondino sulla nuova «cultura 2.0» di scrittura ed editoria, oltre che di lettura. Consiste nel delegare le decisioni che riguardano le nostre vite a comunità di interesse controllabili, sia locali sia transnazionali, e nel costruire un’infrastruttura complessa e articolata per un impegno pubblico rinnovato ed estensivo.

Per fare questo, però, serve anche una risposta dall’alto. Abbiamo bisogno di forme di governance globale che tengano questi processi al riparo dalle tempeste della globalizzazione: limiti alla speculazione finanziaria, anche per mezzo di una Tobin Tax; una maggiore regolamentazione delle imprese transnazionali, a partire dalla chiusura dei paradisi fiscali; politiche finalizzate a mitigare il cambiamento climatico, tra cui una carbon tax.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di regolamentare, limitare e tassare le attività globali dannose, e al contempo finanziare le attività globali virtuose, tra cui la stabilizzazione dell’euro, la promozione dell’occupazione, la trasparenza delle istituzioni, l’investimento nel risparmio energetico e nelle rinnovabili, e le missioni di pace. In altre parole, l’obiettivo della governance globale dovrebbe essere quello di creare una cornice istituzionale che sia in grado di civilizzare la globalizzazione e di far sì che i processi decisionali siano devoluti al livello più basso possibile, rimettendo i cittadini al centro.

Questo è il modello di cui dovrebbe dotarsi l’Unione Europea, ma per farlo avrebbe bisogno di istituzioni più visibili e democratiche.

Non basta l’anti-europeismo a spiegare il successo dei partiti populisti alle ultime elezioni europee. A questo si aggiunge il sentimento diffuso che le elezioni europee non contino.

L’Unione Europea è considerata un’entità astratta e burocratica, in cui il Parlamento Europeo ha poco potere. A peggiorare le cose, poi, c’è il fatto che le votazioni per il Parlamento Europeo vengono fatte su base nazionale. Come fa notare Anna Topalsky, questo vuol dire che i cittadini non possono votare per un partito europeo, ma sono costretti a votare per un partito nazionale. Se si esclude la Germania, negli altri paesi il dibattito sul futuro dell’Unione è stato pressoché nullo. I cittadini non usano le elezioni europee per scegliere il Parlamento che vogliono, ma per protestare contro le politiche nazionali; votare in maniera irresponsabile è considerato accettabile perché nessuno sa realmente cosa sta votando.

Ma la verità è che questo non è accettabile, perché alimenta una retorica anti-europea che potrebbe anche portare alla dissoluzione dell’Ue, con conseguenze incalcolabili. Trasformare l’Unione Europea, dunque, richiede innanzitutto un cambio procedurale. Per esempio, si potrebbe basare la cittadinanza sulla residenza piuttosto che sulla nazionalità, emancipando così gli immigrati che vivono in Europa. Invece che avvenire su base nazionale e con partiti nazionali, le elezioni dovrebbe avvenire su base transnazionale e con partiti transeuropei. Le elezioni europee, poi, dovrebbe avere luogo in una data diversa dalle elezioni locali e nazionali, in maniera da concentrare l’attenzione sulle questioni europee. E sarebbe auspicabile permettere alla gente di eleggere un presidente europeo, al fine di identificare l’Unione con una persona piuttosto che con l’apparato burocratico. Ma queste riforme procedurali avranno senso solo se saranno accompagnate da una maggiore democratizzazione del processo decisionale a tutti i livelli.

Per concludere, due parole sul mio paese, il Regno Unito. In queste ore, molti commentatori stanno facendo appello ai leader degli altri partiti politici perché colgano la sfida lanciata dall’Ukip, che è arrivato primo alle elezioni europe, e perché prendano sul serio l’euroscetticismo e le preoccupazioni dei cittadini nei confronti dell’immigrazione.

Questo è esattamente quello che non dovrebbero fare. Sdoganare queste posizioni alimenta il populismo e ci impedisce di affrontare il nodo della questione democratica. Finora i laburisti di Ed Miliband hanno resistito a queste pressioni, mantenendo l’attenzione sui problemi reali: il mercato immobiliare, i prezzi energetici, il servizio sanitario nazionale e il costo della vita. Resistere a queste pressioni è più di una semplice strategia elettorale; è una strategia per evitare di scivolare in una spirale nazionalista da incubo.

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IL 23 maggio 1915 l’Italia dichiarava guerra all’Austria-Ungheria ed entrava come paese combattente in quello che fino ad allora era stato un conflitto su scala continentale, ma che presto avrebbe coinvolto paesi di tutto il mondo: la Prima guerra mondiale o Grande guerra. Il 24 maggio avrebbero avuto inizio i combattimenti sul fronte italiano orientale e si sarebbe annoverato il primo caduto, l’alpino Riccardo Di Giusto, diciannove anni e mezzo.

Prima guerra mondiale trincea

Un soldato in trincea nel corso della Prima guerra mondiale

Inizialmente, l’Italia si limitò a rompere le relazioni diplomatiche con la Germania, alleata dell’Austria-Ungheria, ma non dichiarò guerra al Kaiser. Vi era infatti la convinzione, almeno da parte di qualcuno, che le ambizioni espansionistiche dell’Italia verso l’Adriatico fossero compatibili con l’egemonia tedesca sull’Europa continentale. Alla prova dei fatti, questa convinzione si sarebbe dimostrata errata.

Da tempo gli italiani si dividevano fra interventisti e non interventisti. Fra i primi, uno dei più accesi fu Gabriele D’Annunzio, che non perdeva occasione, con scritti e discorsi, per tentare di infiammare le folle. Per alcuni, la guerra in corso in Europa rappresentava un’estensione del Risorgimento, una sorta di Quarta guerra d’indipendenza. Per altri, rappresentava l’opportunità di una sorta di purificazione per i popoli europei. Molti, specialmente fra i socialisti, i cattolici e alcuni liberali la consideravano una sciagura.

La maggior parte della popolazione vedeva la guerra come un qualcosa di distante, qualcosa che venne imposto, più che accettato. Il contadino semianalfabeta che presto sarebbe stato chiamato alle armi, avrebbe preferito potersi dedicare alla coltivazione del proprio campo piuttosto che all’addestramento militare. Per una disamina più approfondita delle condizioni delle classi subalterne in Italia durante la Grande Guerra, rimando a:

Le classi subalterne in Italia durante La Grande Guerra

di Gianluca Seramondi (dal notevole sito InStoria – Rivista online di Storia & Infomazione).

E vi lascio con una poesia di Giuseppe Ungaretti, uno che la guerra la combatté sul serio e che la racconta con particolare intensità.

Giuseppe Ungaretti – VEGLIA
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Giuseppe Ungaretti soldato

Un’intera nottata
Buttato vicino

A un compagno
Massacrato
Con la bocca
Digrignata
Volta al plenilunio
Con la congestione
Delle sue mani
Penetrata
Nel mio silenzio
Ho scritto
Lettere piene d’amore

Non sono mai stato
Tanto
Attaccato alla vita.

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