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Posts Tagged ‘neoliberismo’

Thomas Fazi, sbilanciamoci.info

In Europa la crisi è stata utilizzata dalle élite politico-finanziarie per sferrare il più violento attacco mai visto, dal dopoguerra ad oggi, nei confronti della democrazia, del mondo del lavoro e del welfare

All’indomani della crisi finanziaria del 2008, quando il sistema fu salvato per il rotto della cuffia solo grazie a massicci interventi di spesa in deficit da parte dei governi di tutti i paesi avanzati (dimostrando la validità dell’assioma keynesiano secondo cui l’unico strumento in grado di risollevare un’economia in recessione è la politica fiscale) furono in molti a sinistra – tra cui il sottoscritto – a credere che il neoliberismo avesse i giorni contati. Cos’era la crisi, in fondo, se non la conclamazione del suo fallimento? Come ha scritto Paul Heideman, «l’impressione al tempo era che l’era della mercatizzazione assoluta stesse volgendo alla fine, e che la crisi dei mercati avrebbe condotto inevitabilmente al ritorno di una qualche forma di nuovo keynesismo».

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Jeremy Corbyn

L’elezione di Jeremy Corbyn a leader del Partito laburista britannico rappresenta incontestabilmente una svolta notevole. Infatti, oltre a essere un deputato storico e un attivista contro la guerra, Corbyn è, dichiaratamente, un uomo di sinistra, che si rifà al marxismo ed è, fra i leader laburisti della storia, almeno recente, quello più antisistema.

Vincendo con quasi il 60  per cento dei voti, Corbyn ha ottenuto una vittoria schiacciante, superando per proporzioni quella ottenuta da Tony Blair nel 1994. Ma soprattutto rappresenta il definitivo accantonamento della politica della “Terza Via” di Blair (il “New Labour”), come dimostra il risultato ottenuto da Liz Kendall (4,5%), battuta anche da Andy Burnham e Yvette Cooper (rispettivamente 19 e 17 per cento).

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Daniela Preziosi, Il Manifesto, 11 settembre 2015

Fuori dall’euro: lo propone un manifesto firmato Varoufakis, Lafontaine, Mélenchon e Stefano Fassina. Lanciano una conferenza internazionale. Propongono di dire basta ai trattati-capestro

«Un piano B per la Gre­cia» era quello di Yanis Varou­fa­kis, quello della famosa «moneta paral­lela», quando da mini­stro dell’economia, nel corso delle trat­ta­tive tra il suo paese e la Ue, cer­cava di con­vin­cere il primo mini­stro Ale­xis Tsi­pras a non cedere al ricatto delle isti­tu­zioni euro­pee e cer­care strade alter­na­tive a quella che lui con­si­de­rava una resa. «Un plan B» è lo slo­gan usato in que­ste set­ti­mane da Jean-Luc Mélen­chon, lea­der del Parti de Gau­che fran­cese, nel Front de Gau­che, per indi­care una strada alter­na­tiva a quella dell’obbedienza, anche obtorto collo, ai trat­tati euro­pei. «Un piano B in Europa» è il titolo di un dibat­tito sboc­ciato ieri a sor­presa nel pro­gramma della Fête de l’Humanité, sto­rico appun­ta­mento della sini­stra fran­cese in corso in que­sti giorni alla Cor­neuve, alle porte di Parigi. Si terrà domani alle 16 e 30. E sarà un evento per le sini­stre di tutta Europa. I pro­ta­go­ni­sti sono un poker d’assi dei cul­tori del genere. Nes­suno di pro­ve­nienza ’estre­mi­sta’, anzi: sono tutti ex socia­li­sti o social­de­mo­cra­tici. Ma sono tutti usciti dai rispet­tivi par­titi con­tro la loro irre­si­sti­bile e inar­re­sta­bile «deriva a destra».

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Gianni Ferrara, Il Manifesto, 26 luglio 2015

Non appare per nulla frut­tuoso un dibat­tito sulla Gre­xit di Schau­ble o di quella di Varou­fa­kis. Sarebbe comun­que deviante o ridut­tivo del pro­blema reale dell’Europa reale. Nel mondo eco­no­mi­ca­mente glo­ba­liz­zato le entità sog­get­tive sta­tali o inter­sta­tali, se non hanno dimen­sione con­ti­nen­tale o almeno sub-continentale (Bra­sile, India, Rus­sia) risul­te­ranno sem­pre subal­terne o soffocate.

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Guido Liguori, Il Manifesto, 25 giugno 2015

Soggetto plurale, saldamente collegato all’Europa di Syriza, Linke e Podemos. Con una «tavola dei valori» sui temi fondamentali, ma soprattutto una «fusione a caldo» delle diverse anime. Con un orizzonte che non sia elettorale

Sem­bra si sia final­mente giunti alla sia pur fati­cosa gesta­zione di un nuovo sog­getto uni­ta­rio della sini­stra. È un tema ine­lu­di­bile, non più rin­via­bile. Le recenti ele­zioni regio­nali hanno infatti visto due vin­ci­tori: nell’area di cen­tro­de­stra la Lega, nell’area di cen­tro­si­ni­stra il non voto.

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Vittorio Bonanni, Sinistra in Rete, 25 gennaio 2015

I libri di Marco Revelli e Stefano Rodotà. I danni prodotti dal neoliberismo e la solidarietà come principio regolatore della vita socioeconomica nelle riflessioni più recenti dei due studiosi

Gli ultimi trent’anni di economia iperliberista hanno cambiato strutturalmente il pianeta in tutte le sue sfaccettature. Pochi ricchi sono diventati sempre più ricchi. E tanti poveri sono diventati sempre più poveri senza essere per di più capaci di aiutarsi tra di loro realizzando quel regime solidale che alla fine dell’Ottocento ha fatto nascere a sinistra e poi nel mondo cattolico sindacati e leghe di mutuo soccorso. Un vero disastro sociale, dove i penultimi fanno la guerra agli ultimi invece di coalizzarsi per un obiettivo comune come è successo dopo la sconfitta del nazifascismo nell’“età dell’oro” – il trentennio 1945-75, chiamato così da Eric Hobsbawm –.

La casa editrice Laterza, che negli ultimi anni in particolare ha dedicato molte sue pubblicazioni al contrasto di quello che una volta chiamavamo “il pensiero unico”, ha arricchito ultimamente il proprio catalogo con “La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi”. Vero! del sociologo e storico Marco Revelli (pp. 96, euro 9,00) e con Solidarietà, un’utopia necessaria del giurista Stefano Rodotà (pp. 142, euro 14,00). Due uscite pressoché simultanee, quasi a testimoniare il legame forte che c’è tra questi due aspetti della crisi mondiale.

Revelli, nel suo breve ed efficace lavoro, dimostra come il paradigma secondo il quale “l’eguaglianza non è più una virtù”, vera e propria reazione antikeynesiana dopo mezzo secolo di egemonia culturale del pensatore britannico, sostituisca di fatto il concetto egualitario che era diventato un vero e proprio elemento regolativo  sul quale  – scrive lo studioso – “si erano orientate le politiche pubbliche dell’Occidente democratico”, diventando un indicatore anche della solidità della democrazia nei diversi paesi.

Nel suo libro il figlio del grande partigiano Nuto descrive bene come i “poteri forti”, quelli veri per intenderci e non i presunti nemici di Renzi, abbiano convinto anche le grandi forze della socialdemocrazia europea e l’opinione pubblica più in generale che un po’ di disparità sociale in fondo faccia solo bene all’andamento dell’economia, capace poi di assestarsi da sola, senza l’intervento, ormai demonizzato, dello Stato. “L’idea che un ‘un secolo di eguaglianza faccia male all’economia’ – o, più semplicemente, che ‘una buona dose di diseguaglianza faccia bene alla crescita’ –, ha alimentato le politiche di deregulation prevalse nell’epicentro anglosassone e affermatesi nel circuito della globalizzazione”. Tutto questo ha portato alla fine della tassazione progressiva e del concetto appunto di eguaglianza sociale che aveva permeato mezzo secolo di storia. Realizzando, come avrebbe detto Antonio Gramsci, un’egemonia culturale ora dura da contrastare e da sconfiggere.

Un paradigma smentito dai fatti

Revelli spiega come e con quali strumenti ideologici si è arrivati a questa situazione e cita, a riguardo, la cosiddetta teoria del trickle-down, che significa “gocciolamento”, mutuata da una vecchia intuizione di Georg Simmel che nel 1904 l’aveva applicata alla moda, sostenendo che i gusti delle classi più elevate si sarebbero, con il tempo, trasferiti anche verso le classi più basse, con un beneficio diciamo così “stilistico” ed “estetico” generale. “Un’ottantina di anni più tardi – sottolinea Revelli – il meccanismo è stato traslato al campo dell’economica” per sostenere che i benefici goduti in un primo momento dalle classi più ricche sarebbero poi fatalmente discesi verso quelle più povere. Un paradigma smentito clamorosamente dai fatti in questi decenni, soprattutto nelle società occidentali.

Marco Revelli

Questa teoria è stata esplicitata graficamente dalla curva di Laffer, un economista abbastanza sconosciuto vicino però allo staff presidenziale degli Stati Uniti negli anni ’70, e da quella di Kuznets, figura ben più autorevole della precedente insignito del Premio Nobel nel 1971. Sia pure in modi e finalità diverse, le due curve sostenevano l’impossibilità di continuare a procedere con una tassazione oltre la quale si sarebbe disincentivata ogni possibile crescita economica. Nel caso di Kuznets, la sua teoria veniva estesa anche alla problematica ambientale, la quale affermava che il degrado ambientale era confinato ad una fase precoce dello sviluppo. Insomma “più sviluppo, meno danni ambientali”, era il risultato di questo ragionamento, smentito, tanto per fare un esempio, dalla pesante responsabilità dei paesi più emancipati nei riguardi dell’effetto serra, ben maggiore di quelli più arretrati.

Per invertire la rotta fin qui descritta Marco Revelli fa ancora riferimento al mai abbastanza rimpianto Keynes. L’autore richiama la metafora dell’economista sulle giraffe, quella “parabola zoologica” secondo la quale anche quelle dal collo corto hanno diritto in un branco a nutrirsi e a non essere vittime della voracità di chi, grazie al collo più lungo, riesce a fare piazza pulita di tutto il nutrimento disponibile. Ed ecco che a questo punto appare dirimente introdurre il concetto di solidarietà per ridare allo Stato quel ruolo positivo di regolatore dell’economia e dello sviluppo e alla società quella dimensione etica e appunto solidale della quale si sente molto la mancanza.

Una parola “proscritta”

Stefano Rodotà affronta il tema con la sua consueta perizia dividendo il volume in undici punti e sottolineando fin dall’inizio come la parola “solidarietà” sia diventata “proscritta”, “non più tratto che lega benevolmente le persone, ma delitto, appunto, di solidarietà, quando i comportamenti di accettazione dell’altro, dell’immigrato irregolare ad esempio, vengono considerati illegittimi e si prevedono addirittura sanzioni penali per chi vuol garantirgli diritti fondamentali”. Eppure è da secoli che insigni pensatori mettono in guardia sulla necessità che lo Stato si doti di regole certe per fare in modo che non prevalga la discriminazione, andando dunque oltre la dimensione caritatevole. Basti citare Montesquieu in un discorso del 1748 riportato da Rodotà, dove il filosofo francese ammonisce lo Stato sostenendo che “[q]ualche elemosina fatta a un uomo nudo per le strade non basta ad adempiere gli obblighi dello Stato, il quale deve a tutti i cittadini la sussistenza assicurata”.

Andando ancora più indietro nel tempo il giurista ricorda quanto scrisse Etienne de La Boétie nel 1549 quando sosteneva, parlando della natura, che questa “nella distribuzione dei suoi doni, ha avvantaggiato nel corpo o nello spirito gli uni piuttosto che gli altri” senza tuttavia volerci mettere “in questo mondo come in un campo di battaglia”. Oppure, qualche decennio dopo, nel 1660, John Locke quando nel primo dei Due trattati sul governo afferma: “Come la giustizia dà ad un uomo diritto alla proprietà di ciò che ha prodotto con il suo onesto lavoro; così la carità dà diritto ad ogni uomo a quella parte della ricchezza di un altro che gli è necessaria per fuggire una situazione di estremo bisogno…”.

Queste considerazioni dovrebbero essere sufficienti per fare piazza pulita di ogni idea – dice Rodotà – “di società concepita come naturalmente armonica, e quindi capace di autocorrezione di fronte alla privazione di beni fondamentali”. Nei tempi odierni il concetto di solidarietà rischia di essere ricacciato nell’alveo della compassione, della carità, come avviene nella politica statunitense che resta confinata in una logica caritatevole che mette ai margini “il diritto della persona” e al centro quella della “proprietà”. Se nel “secolo breve” le cose sono andate diversamente lo si deve al grande ruolo giocato dal movimento operaio che ha permesso la promulgazione di costituzioni molto avanzate in questo senso. La mancanza ora di “un soggetto in grado di svolgere quel ruolo”, scrive Rodotà, non ci deve impedire di individuare “proprio nella solidarietà uno strumento che può consentire di contrastare una lotta condotta da una classe imprenditoriale proprio per ridimensionare i diritti sociali”.

Stefano Rodotà

A questo ruolo che può giocare la solidarietà se ne aggiunge un altro finalizzato alla ridefinizione del concetto di cittadinanza che in Europa può e deve andare oltre quello di nazionalità così da trasformare il Vecchio continente in “un’Europa dei cittadini e non solo dei mercati”. Solo così si potrà rimediare al vulnus creato dall’Europa che ha escluso la Carta dei diritti fondamentali dal quadro costituzionale europeo, ponendo in tal modo le premesse della odierna e intollerabile situazione dove regna l’odio tra paesi creditori e paesi debitori in luogo di un necessario rapporto solidale. Tutto ciò dovrebbe spingere le varie nazioni a introdurre o a rafforzare nelle proprie costituzioni quei punti riguardanti proprio la “solidarietà” facendo a meno di quel “pareggio di bilancio” che paesi solerti come il nostro si sono affrettati a introdurre.

A conclusione di questo lungo ragionamento vale la pena ricordare l’ultimo film dei fratelli belgi Dardenne, Due giorni, una notte, spesso citato proprio da Rodotà nelle interviste da lui rilasciate sul libro. I due cineasti raccontano con perizia la storia di una lavoratrice che a fatica cerca la solidarietà appunto dei colleghi per evitare il suo licenziamento. Non ottiene esattamente quello che vuole ma apre una breccia importante nel muro dell’indifferenza e dell’egoismo. Questo è il punto dal quale ripartire. Tenendo conto, come scrive Rodotà, che “la produzione di solidarietà non è a costo zero” ed “esige capitale sociale e risorse finanziarie”. Come dire che la solidarietà appunto deve tornare a essere un elemento strutturale nelle scelte politiche di chi una volta rappresentava le classi sociali più deboli della società. Altrimenti a vincere sarà la “barbarie” come sosteneva nel 1916 Rosa Luxemburg non a caso citata da Stefano Rodotà all’inizio di questa sua ultima fatica.

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Su questo argomento vedi anche “Usa: studenti dichiarano guerra a economisti. Duello tra Piketty e neoclassici“, Wall Street Italia, 7 gennaio 2015.

Alfonso Gianni, Il Manifesto, 6 gennaio 2015

Una frase di protesta proiettata sulla parete nel corso della conferenza

Il con­fronto tra due noti eco­no­mi­sti, Tho­mas Piketty, autore del for­tu­nato Il Capi­tale nel XXI secolo e Gre­gory Man­kiw, con­ser­va­tore ex con­si­gliere di Bush, tenu­tosi l’altro giorno a Boston nella gre­mi­tis­sima Indi­pen­dence Ball­room dell’Hotel She­ra­ton è stata stra­vinta dal primo. A rife­rirlo – e anche que­sto è molto signi­fi­ca­tivo – è il Sole24Ore, tra­mite la penna di Carlo Basta­sin che colora il suo arti­colo di gustosi epi­sodi, come le cri­ti­che di John Sti­glitz alle teo­rie di Man­kiw pro­iet­tate sulle pareti della sala in con­tem­po­ra­nea alla discus­sione, oppure l’accorato appello di un gio­vane eco­no­mi­sta alla ribel­lione nei con­fronti del capi­ta­li­smo e a por­tare la pro­te­sta nelle Uni­ver­sità. Tanto da far dire all’articolista del gior­nale con­fin­du­striale che erano decenni che un dibat­tito eco­no­mico non susci­tava pas­sioni tipi­che di una assem­blea stu­den­te­sca di stampo sessantottino.

Eppure il libro di Piketty ha susci­tato per­ples­sità e cri­ti­che anche a sini­stra, alcune delle quali più che giu­sti­fi­cate. Come quelle di David Har­vey o di Chri­stian Marazzi, per citarne solo alcune tra le più auto­re­voli, che hanno giu­sta­mente impu­tato all’autore fran­cese di con­si­de­rare il capi­tale come una cosa, scri­vendo di fatto una sto­ria del patri­mo­nio, e non un rap­porto sociale mediato da cose come in effetti è. Infatti il lungo sag­gio di Piketty si con­cen­tra più sui sin­tomi che non sulle cause dell’aumento delle dise­gua­glianze sociali. Inol­tre è assente l’analisi del ruolo poli­tico del debito nella pola­riz­za­zione della ric­chezza a sca­pito del lavoro vivo e della coo­pe­ra­zione sociale.

Tut­ta­via ciò che conta – al di là dell’ambizione spro­po­si­tata del titolo, pro­ba­bil­mente non col­ti­vata dall’autore mede­simo – è che Il Capi­tale nel XXI secolo è una incon­fu­ta­bile foto­gra­fia del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo che con «pre­ci­sione atroce», per dirla con lo stesso Har­vey, ha regi­strato il dila­tarsi delle disu­gua­glianze lungo il secolo pas­sato a livello mon­diale. Ed è in que­sta chiave che va letto e con­si­de­rato. Qui sta la sua forza pro­rom­pente di cri­tica al neo­li­be­ri­smo, ossia a quelle teo­rie che hanno con­ce­pito la dise­gua­glianza, quindi la com­pe­ti­zione, come il motore dello sviluppo.

Piketty è pas­sato anche da que­ste parti. Ha tenuto con­fe­renze, fra le quali una alla Camera dei Depu­tati, ma senza susci­tare così forti entu­sia­smi. E’ curioso – se riper­cor­riamo con nostal­gia il ricordo degli anni Ses­santa e Set­tanta — e anzi forse spia­ce­vole dirlo, ma biso­gna ammet­tere che l’ambiente intel­let­tuale che si respira oltre Atlan­tico, almeno in ambito uni­ver­si­ta­rio o negli imme­diati din­torni, è molto più ricet­tivo che non nel nostro paese e in tanta parte d’Europa. Mal­grado la crisi eco­no­mica abbia pro­prio nel nostro vec­chio con­ti­nente le con­se­guenze più pro­fonde e dura­ture, a cause delle scia­gu­rate poli­ti­che pro cicli­che por­tate avanti dalla Ue e dai sin­goli governi. E quindi più urgente sia la neces­sità dell’elaborazione di alter­na­tive di poli­tica economica.

In Ita­lia e in buona parte d’Europa – con la grande ecce­zione della Gre­cia e della Spa­gna — la cri­tica supera a stento l’ambito acca­de­mico o una sini­stra spesso stol­ta­mente ver­go­gnosa dell’importanza data nel pas­sato alle que­stioni eco­no­mi­che. Intanto Oli­vier Blan­chard, il capo eco­no­mi­sta del Fondo Mone­ta­rio ci avverte che ci sono degli «angoli bui» nella teo­ria eco­no­mica (più ele­gan­te­mente Nas­sim Nicho­las Taleb li avrebbe chia­mati «cigni neri») che hanno impe­dito di pre­dire e ana­liz­zare per tempo la crisi. La famosa domanda rivolta anni addie­tro dalla Regina Eli­sa­betta a un ple­num di eco­no­mi­sti «Come mai non avete pre­vi­sto la più ter­ri­bile crisi di tutti i tempi?» è rima­sta ancora senza rispo­sta. Intanto tutti i modelli – inter­pre­ta­tivi e pre­dit­tivi – sono sal­tati, spe­cie quelli mate­ma­tici che pare­vano a torto i più solidi.

La distanza è side­rale. Basta con­fron­tare la pro­po­sta che emerge dal lavoro di Piketty e che è rim­bal­zata nella discus­sione di Boston sulla neces­sità di isti­tuire una tassa mon­diale sulla ric­chezza, una sorta di patri­mo­niale uni­ver­sale, e lo squal­lido dibat­tito, con annessi risvolti da romanzo giallo d’appendice, attual­mente in corso sul fami­ge­rato arti­colo 19 bis del decreto di delega fiscale, che ha isti­tuito una sorta di «modica quan­tità» di eva­sione fiscale, pari al 3% dell’imponibile e che avrebbe garan­tito la deru­bri­ca­zione di reati e la can­cel­la­zione di ini­bi­zioni ai pub­blici uffici per Sil­vio Ber­lu­sconi. Da una parte si cerca almeno di tagliare le unghie a quei ric­chi che con orgo­glio – vedi le dichia­ra­zioni di War­ren Buf­fet — hanno riven­di­cato di avere vinto quella fase della lotta di classe che si è svi­lup­pata nel mondo negli ultimi qua­ranta anni; dall’altra truf­fal­di­na­mente si tenta di garan­tire nuovi mar­gini e impu­nità all’evasione e l’elusione fiscale.

Solo la forza delle idee non riu­scirà a bucare quella imper­mea­bi­liz­za­zione che il capi­ta­li­smo euro­peo ha saputo costruire a sua pro­te­zione.

E’ evi­dente che ci vuole un fatto con­creto ed esterno al dibat­tito eco­no­mico per dare una scrol­lata. L’occasione c’è ed è quella della più che pro­ba­bile vit­to­ria di Syriza in Gre­cia. A con­di­zione che si sap­pia che la cosa più dif­fi­cile viene dopo, quando comin­cerà un brac­cio di ferro con le eli­tes poli­ti­che, buro­cra­ti­che ed eco­no­mi­che della Ue per pro­ce­dere ad una ristrut­tu­ra­zione del debito.

In que­sto senso pos­siamo essere più otti­mi­sti di qual­che tempo fa. Il pen­siero unico in campo eco­no­mico è defi­ni­ti­va­mente spez­zato e le pos­si­bi­lità per un rivol­gi­mento poli­tico in Europa non abi­tano sol­tanto nel mondo dei desi­deri. Come è noto Key­nes con­clu­deva la sua opera mag­giore dicendo che spesso i gover­nanti seguono le indi­ca­zioni di qual­che oscuro eco­no­mi­sta del passato.

E’ suc­cesso così per il neo­li­be­ri­smo. Per Key­nes, che mar­xi­sta pro­prio non era, «pre­sto o tardi sono le idee, non gli inte­ressi costi­tuiti, che sono peri­co­lose sia nel bene che nel male». Spe­riamo che que­sta volta lo siano nel bene e presto.

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Luigi Pandolfi, Huffington Post, 16 ottobre 2014

Dal ‘patto degli apostoli’ in poi, anche a dispetto delle reali intenzioni dei promotori, si è aperta una nuova discussione pubblica a sinistra sul chi siamo e sul che fare. Si potrebbe dire: ancora? Ma la sinistra è anche questo: pensiero, riflessione, spirito critico, “analisi reale della situazione reale” avremmo detto un tempo. E menomale, aggiungerei. Sull’argomento è intervenuto, tra gli altri, anche Tonino Perna con un editoriale su Il Manifesto, che, dal mio punto di vista, ha posto una questione seria, dirimente, su cui vale la pena soffermarsi e riflettere: l’uso distorto che oggi si fa della parola ‘sinistra‘ (vale anche per le parole ‘riforma’, ‘cambiamento’) impone una grande opera di “tessitura culturale”, uno sforzo immane non soltanto per redimere il significato di parole fraudolentemente usurpate in questi anni, ma anche per darsene di altre che, inequivocabilmente, siano in grado di “costruire la visione del futuro desiderabile e credibile”, alternativo alla (falsa) ineluttabilità del modello sociale ed economico neoliberista oggi dominate.

C’è una parola, non nuova, abusata nella sua versione aggettivale e accantonata, perfino esecrata, nella sua variante sostantivale, quale orizzonte storico da perseguire ed ambizione collettiva, che immediatamente dà il senso dell’alterità rispetto allo stato di cose presenti. È la parola ‘socialismo‘, nel suo significato oserei dire ontologico, che rimanda ad una visione della società fondata sul principio di uguaglianza sostanziale, nettamente in antitesi alla concezione individualistica della vita umana addirittura sublimata in questa nuova stagione del capitalismo. Socialismo è sottrazione di beni comuni fondamentali alla logica del mercato, è redistribuzione della ricchezza, è socializzazione dei mezzi di produzione, è limitazione all’iniziativa economica privata in nome dell’utilità sociale, è piena occupazione e dignità del lavoro, è riportare la finanza al servizio dell’economia reale, è programmazione economica ed intervento pubblico in economia, è welfare universalistico, è primato dell’uomo sul profitto economico, sul cui altare sono sacrificati anche l’ambiente e la cultura, il diritto delle future generazioni a vivere in un mondo non compromesso dall’opera scellerata di sfruttamento indiscriminato della natura.

Niente di nuovo, insomma. Ma tutto più che mai attuale, stringente, necessario. Più di ieri, quando la parola socialismo era molto in voga, ma il capitalismo, nondimeno, aveva ancora qualcosa da dire e da ‘dare’, la grande produzione di massa faceva fabbriche di massa, occupazione e consumi di massa, speranze di massa in una società migliore. Parliamo di un mondo che non c’è più e di un tempo presente dove, per paradosso, ha senso più di ieri parlare di ‘socialismo’, atteso che il capitalismo è ormai incapace di una ‘funzione sociale’ come quella svolta in passato. Tutti quelli che oggi si dicono ‘socialisti’, dagli epigoni del craxismo fino aRenzi, si guardano bene dal dichiarare che il loro obiettivo è una società ‘socialista’. Il motivo sta nel fatto che storicamente per ‘società socialiste’ si intendono quelle plasmate sull’esempio sovietico, ormai archiviato come modello insostenibile di organizzazione socio-economica e statuale? No, la ragione è insita nell’inconciliabilità degli obiettivi delle attuali élite capitalistiche, e dei governi ad esse assoggettate, con le finalità del socialismo. D’altronde, come nel caso della parola ‘sinistra’, si potrebbero sempre obiettare cose del tipo “non è il socialismo cui alludete voi”, “stiamo parlando di un’altra cosa”, “in fondo anche il compromesso socialdemocratico era socialista”, e via distinguendo.

Meglio dire che “licenziare è di sinistra”, or dunque, che dichiarare di voler costruire una società socialista (Oddio!). È chiaro: si può etichettare come ‘di sinistra’ un provvedimento volto a destrutturare, ‘flessibilizzare’ (liberalizzare, dicono) il mercato del lavoro o quello dei capitali (la libertà non è di sinistra?), mentre è impensabile che lo stesso provvedimento possa essere presentato come un passo in avanti nella direzione della costruzione di una società ispirata ai valori del socialismo. Ci sarebbe da ridere, cosa che oggi non succede quando Renzi dice che togliere tutele a chi ce l’ha è ‘di sinistra’. Dunque sarebbe il caso di archiviare la parola ‘sinistra’, lasciarla definitivamente nelle mani di chi ne fa un uso distorto? Nemmeno. Il tema è che la ‘sinistra’ dovrebbe ricominciare a familiarizzare con parole che, storicamente, ne hanno sostanziato il carattere, il linguaggio, la sua vocazione programmatica, il profilo identitario, l’essenza stessa. È impossibile oggi per la sinistra dichiarare che il proprio obiettivo è una società ispirata ai valori storici del socialismo, indicando così un obiettivo da perseguire, un diverso modello di società, solidale ed inclusivo, anziché continuare declinare la propria soggettività in termini negativi (antiliberisti, antimilitaristi, contro il capitalismo finanziarizzato, contro la precarietà, contro l’austerità, ecc.)?

Socialismo vs neoliberismo. Questo è il punto. Qui sta la differenza tra una sinistra che si riappropria della sua funzione storica e chi ha usurpato la parola ‘sinistra’, piegandola all’esigenza del capitale di smantellare ciò che rimane del modello sociale europeo e delle conquiste del mondo del lavoro. Lo so, mutatis mutandis, a sinistra, dietro le nuove forme di rappresentazione di sé, c’è quella idea di società. È perfino ovvio. Solamente che non abbiamo più il coraggio di chiamarla col suo nome.

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Naomi Klein, giornalista canadese, è l’autrice di due best seller di denuncia: No Logo (vero e proprio libro cult del movimento mondiale contro la globalizzazione economica) e Shock Economy. Non ci resta che attendere la traduzione di questa sua terza fatica, che immaginiamo farà nuovamente perdere il sonno a tanti esponenti del mainstream liberista.

Da poco uscito in Canada e negli Stati Uniti, This Changes Everything, ultima fatica della giornalista canadese, pone in termini radicali il problema del rapporto fra emergenza climatica e capitalismo neoliberista, aprendo anche la discussione sulle strade possibili per arrivare al superamento tanto della prima quanto del secondo.

intervista a Naomi Klein di Micah Uetricht, da In These Times,

Che le lancette dell’orologio del cambiamento climatico siano in movimento – e sempre più speditamente col passare dei giorni – non è certo una novità. Al pari di molti altri la giornalista Naomi Klein ha passato diversi anni sentendosi sopraffatta dalle dichiarazioni sempre più apocalittiche degli scienziati sull’incombere di un destino tragico per il nostro pianeta, decidendo per lo più di ignorarle. Del resto, per molto tempo Klein è stata totalmente impegnata a rivelare i tanti abusi commessi da multinazionali come Microsoft e Nike nel suo primo libro, No Logo(1999), e l’imposizione, a diversi popoli recalcitranti in giro per il mondo, di politiche economiche liberiste e diseguaglianze sociali crescenti nel volume uscito nel 2007, Shock Economy.
Col passare degli anni, tuttavia, Klein ha cominciato a rendersi conto non solo del fatto che i mutamenti climatici sono così onnicomprensivi e urgenti da non poter essere ignorati ma anche di come essi rappresentino un’opportunità unica. Il cambiamento climatico “potrebbe essere la migliore risorsa argomentativa che i progressisti abbiano mai avuto a disposizione”, sostiene la giornalista, per dar vita a quei movimenti dal basso a carattere di massa in grado non solo di imporre adeguate misure per la protezione dell’ambiente ma anche di ingaggiare una battaglia contro le diseguaglianze economiche, creare società più democratiche, ricostruire un forte settore pubblico, venire alle prese con ingiustizie di genere e razziali che datano da lunghissimo tempo e con un’infinità di altre questioni.
Fare tutto ciò, ad ogni modo, richiederà ben altri sforzi rispetto a quello di cambiare qualche lampadina. “Ciò che era necessario fare per diminuire le emissioni non è stato sinora fatto” scrive Klein, “perché fondamentalmente entra in conflitto con il capitalismo della deregolamentazione”. Nel suo nuovo libro, This Changes Everything: Capitalism vs. the Climate (pubblicato di recente da Simon & Schuster ma ancora non disponibile in italiano, n.d.t.), l’autrice analizza il fallimento delle grandi organizzazioni ambientaliste (un universo da lei ribattezzato “Big Green”) e di quegli amministratori delegati che si ritiene siano animati da intenti filantropici, la posizione dei negazionisti di destra che mostrano in realtà di comprendere la posta in gioco del cambiamento climatico molto meglio di tanti progressisti e la realtà dei movimenti di base che si uniscono per combattere il riscaldamento globale.

Il suo libro prende le mosse da un esame critico delle tesi della destra e di quanti negano la realtà dei mutamenti climatici. Ciò è comprensibile, sia perché la destra ha intrapreso una campagna molto efficace finalizzata a sostenere che il riscaldamento globale non è reale, in modo da sbarrare la strada a nuove leggi potenzialmente utili, sia perché, come lei stessa sostiene, i negazionisti di destra comprendono in realtà molto meglio della maggior parte dei progressisti ciò che è in gioco nel tentativo di dare una soluzione al problema del cambiamento climatico: la rimessa in discussione, da cima a fondo, del capitalismo di libero mercato per come lo abbiamo conosciuto. Per quale motivo la destra capisce il cambiamento climatico meglio della sinistra?
Innanzitutto è importante avere ben chiaro che il movimento negazionista è non di rado interamente il prodotto del pensiero liberale e liberista. Think tank di destra come Cato, l’American Enterprise Institute e l’Heartland Institute hanno un ruolo predominante nell’organizzazione di raduni annuali come l’Heartland Conference o nelle pubblicazioni del movimento.
Heartland, ad esempio, è attualmente conosciuta soprattutto come un’istituzione di negazionisti del riscaldamento globale e molte persone credo ne abbiano sentito parlare solo in riferimento alla conferenza sul cambiamento climatico che organizza annualmente. Tuttavia, Heartland è in realtà prima di tutto un think tankche sponsorizza l’ideologia del libero mercato. Esiste da molto tempo, ed esiste per promuovere il programma neoliberista duro e puro fatto di deregulation, politiche di austerità e politiche antisindacali. Un pacchetto di misure politiche che conosciamo bene.
Quando, alla conferenza di un paio di anni fa, ho intervistato Joe Bast, il capo di Heartland, l’ho trovato piuttosto schietto in proposito. Mi disse di aver cominciato ad interessarsi al cambiamento climatico non perché avesse riscontrato dei problemi dal punto di vista scientifico ma perché aveva capito che se i dati scientifici erano veri e non sottoposti a confutazione ciò avrebbe significato che, dal punto di vista della regolamentazione statale, “tutto fa brodo”. L’intervento dello Stato in economia si sarebbe così dimostrato necessario. Si sarebbero dimostrati necessari investimenti nel settore pubblico. In buona sostanza, tutto il loro programma ideologico sarebbe stato condannato a rimanere al palo.
È per questo, mi ha spiegato, che lui e i suoi colleghi hanno scelto di difendere le posizioni acquisite, riuscendo alla fine a rinvenire quelle che ritengono essere delle imprecisioni scientifiche. Se lei dà un’occhiata a chi sono realmente i negazionisti, risulta chiaro che ciò che li muove è il desiderio di mettere al sicuro l’agenda neoliberista.
Costoro hanno assolutamente ragione quando affermano che una crisi di queste proporzioni implica una risposta collettiva, investimenti nel settore pubblico e una forte regolamentazione. Ciò non equivale a dire che implichi il socialismo. All’interno del campo della regolamentazione statale si dà un’ampia gamma di risposte possibili, alcune delle quali sono a mio avviso ben poco auspicabili, mentre altre decisamente di più. Ma l’idea che possa esserci una risposta ai mutamenti climatici interna a un’ottica di laissez faire è piuttosto assurda.
La ragione per cui tutto ciò ha una sua importanza risiede nel fatto che quest’ultima idea coincide con quella che i principali gruppi ambientalisti ci hanno propinato: è possibile affidare al mercato la risoluzione del problema. In realtà, i precedenti ci dicono che l’essersi affidati al mercato ha comportato un aumento delle emissioni pari al 61 per cento a partire dal momento in cui avremmo presumibilmente cominciato ad affrontare il problema del cambiamento climatico.

Leggendo il capitolo del libro intitolato “Big Green”, dedicato alle principali organizzazioni ambientaliste che lei sottopone ad una stroncatura piuttosto minuziosa, sono rimasto colpito da quanto le risposte di destra e quelle di sinistra al problema del cambiamento climatico rispecchino i mutamenti politici che hanno caratterizzato in generale destra e sinistra nell’epoca dell’egemonia neoliberista. Da un lato abbiamo infatti una destra che ha in realtà ben chiara la posta in gioco e ha pertanto assunto la linea dura al fine di impedire qualsiasi tipo di soluzione anche solo moderatamente progressista; dall’altro, ci sono dei progressisti sempre più in balia di una deriva destrorsa e per lo più arrendevoli di fronte all’agenda della destra. Può parlarci un po’ di Big Green?
L’universo del Big Green è fatto di semplici progressisti, si tratta di un movimento molto liberal. La sinistra in quanto tale ha infatti pressoché rinunciato a confrontarsi con il tema del cambiamento climatico. Salvo rare eccezioni, a sinistra la questione climatica non ha mai preso vero slancio come problematica a sé stante e si è sempre configurata piuttosto come un’appendice di qualcos’altro. È significativo il fatto che, quando il movimento di Occupy si è costituito, il primo manifesto programmatico che elencava tutti i mali del capitalismo non facesse parola del cambiamento climatico. Si tratta a mio avviso di una svista rivelatrice.
Penso che il cambiamento climatico sia il miglior argomento che abbiamo mai avuto a disposizione contro la tendenza alla destabilizzazione della vita sul nostro pianeta insita nel capitalismo. Eppure, la sinistra si è come chiamata fuori. Parte di tutto ciò è anche l’idea che il movimento contro il cambiamento climatico abbia a che fare con Al Gore – per l’amor di Dio! – con le star di Hollywood e con un generico progressismo. Noi gente di sinistra non volevamo avere nulla a che spartire con costoro, per cui abbiamo di buon grado abbandonato il cambiamento climatico nelle mani dei Big Green.
Credo abbia giocato un ruolo anche una sorta di stanchezza che pesa sulle spalle degli attivisti di sinistra, dal momento che ci si chiede di occuparci di così tante questioni e questa qui, nello specifico, dava l’impressione di essere seguita da altri. In questo senso, non è che le persone di sinistra abbiano mai pensato che il cambiamento climatico non fosse in atto, semplicemente lo hanno trattato dicendo: “Ok, questa me la risparmio, perché ho una sacco di altre cose da fare e in fin dei conti non mi sembra una questione così urgente”.
Penso infine che sia difficile tenere adeguatamente in considerazione le conseguenze della paura di fare errori che caratterizza molte persone. Le politiche climatiche sono il regno dell’incertezza. I Big Green sono riusciti a trasformare una problematica che è in realtà piuttosto semplice in qualcosa di sorpredentemente inaccessibile e misterioso.
Ci si confronta qui con due universi che sono entrambi problematici. Uno è quello della scienza e l’altro quello della politica. Ambedue sono in apparenza molto complicati. Si tratta di un ambiente che può risultare tutt’altro che accogliente, se uno non ne fa parte. Un ambiente fatto di persone che si sventolano vicendevolmente in faccia grafici e tabelle. E va detto che i negazionsiti, col loro gridare costantemente “Ecco, vi abbiamo beccato!”, hanno in qualche modo esercitato un condizionamento. Molti si sono sentiti obbligati ad essere estremamente circospetti, a non dare nulla per scontato; si sono sentiti impossibilitati a stabilire un collegamento fra le condizioni metereologiche estreme e la questione climatica, perché le due cose non sono sovrapponibili. Per un bel po’ di tempo si è fatta una certa fatica a parlar chiaro.
Quando il linguaggio si fa così circospetto, complesso e specializzato, il messaggio che arriva alle persone comuni è che hanno a che fare con un club esclusivo, di cui non sono parte. Penso che tutto ciò valga anche per le persone di sinistra.

Lei sottolinea che il sistema capitalista è responsabile della difficile situazione in cui ci troviamo dal punto di vista climatico, poi però fa anche riferimento, per lo più en passant, alla necessità di un cambiamento di stile di vita da parte di tutti coloro che abitano in paesi come gli Stati Uniti e il Canada. A un certo punto menziona l’abbandono di alcuni dei valori dell’Illuminismo che ritiene connessi con l’estrattivismo. Devo dire che mi innervosisco parecchio, talvolta, quando sento gente di sinistra che parla di voltare le spalle ad alcune parti dell’Illuminismo e della modernità.
Penso che vada chiarito in maniera molto netta che affrontare la questione del cambiamento climatico non significa essere contrari alla tecnologia. Il punto è il bisogno che abbiamo di trasformare la tecnologia in un potere diffuso e non centralizzato. La tecnologia può svolgere un ruolo centrale praticamente in ogni tipo di trasformazione, ma questo non significa che tutte le tecnologie vadano bene ed abbiano effetti positivi.
Dobbiamo fare molta attenzione al culto feticistico e totalmente reazionario di un qualche idilliaco passato. Allo stesso tempo, però, l’aver frequentato un po’ i geoingegneri mi ha veramente messo addosso una paura boia. È evidente che più proseguiamo lungo questa strada, più l’idea baconiana di progresso finisce per coincidere con l’imbrigliamento e il controllo della natura, più prenderanno piede questo tipo di tecnologie che comportano rischi sempre più estesi e sempre maggiori.
Ritengo che dobbiamo effettivamente aprire un dibattito che abbia al centro la questione fondamentale del nostro ruolo su questo pianeta, se esso debba cioè consistere o meno nel dominare la natura e se noi esseri umani dobbiamo considerarci in guerra con quest’ultima. Non sono contro la scienza, ma andremo verso una moltiplicazione dei rischi veramente preoccupante se non cominciamo a domandarci, in maniera decisamente scomoda, fino a che punto si estende la nostra intelligenza. Non dobbiamo sguazzare nell’ignoranza, ma la sopravvalutazione della nostra intelligenza può essere foriera di enormi pericoli.

Verso la fine del libro lei parla della sua crescente insofferenza nei confronti di quei movimenti privi di strutture stabili che ha invece difeso in passato, primo fra tutti il movimento no global che animò diversi momenti di protesta all’inizio del nuovo millennio. Ciò è dovuto all’urgenza della questione climatica o ci sono altre motivazioni?
Non penso di essere la sola a provare quest’insofferenza. Ritengo che si sia trattato di un’evoluzione e che la mia generazione – la generazione degli attivisti no global, la generazione di Seattle – si sia lasciata trasportare un po’ troppo nella sua avversione per le strutture. Tutto ciò che puzzava di politica e di istituzioni era visto in maniera sospettosa. Nella generazione di Occupy e nei movimenti europei anti-austerità osservo invece il desiderio di trovare una via che sappia raggiungere un equilibrio fra la convinzione della necessità del decentramento e la legittima diffidenza nei confronti del potere statale centralizzato da un lato e un serio impegno politico e di prassi politica dall’altro.
È per questo che dedico una parte abbastanza significativa del libro ai successi, per quanto imperfetti, della transizione energetica tedesca. Questa è un’importante vittoria dei movimenti sociali: Angela Merkel non ha fatto quello che ha fatto a causa del suo buon cuore, ma perché la Germania ha il più forte movimento antinuclearista del mondo e, più in generale, un movimento ambientalista molto agguerrito.
La rapidità della transizione tedesca lascia sbalorditi. Stiamo parlando di un paese che, nell’arco di dieci anni e mezzo, è arrivato a produrre il 25 per cento della propria energia da fonti rinnovabili, in buona parte ricorrendo a cooperative decentrate e controllate dalle comunità locali. Tuttavia, la cosa non si è svolta all’insegna del “Ehi, facciamolo, io e i miei amici vogliamo metter su una cooperativa energetica”… Si è trattato piuttosto di una politica nazionale generalizzata che ha creato un contesto nel quale si sono potute moltiplicare una serie di alternative che, sommate fra di loro, hanno dato vita al più significativo processo di transizione energetica del mondo, almeno per come la vedo io.
Conosco personalmente alcuni attivisti del movimento ambientalista tedesco. Anche loro affondano le proprie radici politiche nel movimento no global, e un tempo erano molto più propensi a respingere in maniera sdegnata l’idea di impegnarsi in politica. Oggi, tuttavia, le persone si sporcano le mani. Lo si vede a Seattle, con la lotta per il salario minimo. Lo si vede a Chicago con il movimento degli insegnanti. Lo si vede in Islanda, con il movimento anti-austerità che dà vita ad una sua propria creatura politica. Lo si vede in Spagna con Podemos. Sempre più spesso nascono nuove organizzazioni tramite le quali le persone cercano di trasformare l’essenza stessa della politica.
Non è solo la scienza del clima a rendermi insofferente. Quando difendevo l’assenza di strutture del movimento no global lo facevo soprattutto per cercare di respingere i tentativi di cooptarlo posti in essere da altre realtà, che comparivano improvvisamente dicendo: “Ecco qui, ho per voi un programma in dieci punti”. Io rispondevo: “Dateci tempo, saremo noi stessi a produrre un programma, prima o poi”. Però non lo abbiamo fatto.
Non ho mai sostenuto che non dovessimo avere un programma, ero solo alla ricerca di un catalizzatore e di un quadro adatto nel quale inserirlo. Credo che il cambiamento climatico, col suo fondare la necessità della trasformazione su basi scientifiche, il suo darci un termine temporale e la sua capacità di fare da collettore di tanti movimenti diversi, possa oggi essere sia quel quadro che quel catalizzatore.

Vorrei farle una domanda sul sindacato. In alcuni punti del libro lei fa infatti riferimento ai sindacati, ad esempio a proposito della Blue-Green Alliance.[1] D’altro lato, però, è abbastanza evidente che tanto i sindacati Usa quanto quelli canadesi sono ben lontani dall’avere realmente compreso la portata della questione climatica. In che modo, secondo lei, la nuova generazione di ambientalisti – “Blockadia”, come la chiama nel suo libro – dovrebbe guardare al sindacato e relazionarsi ad esso?
Penso si sia ormai molto diffusa all’interno del movimento contro l’oleodotto Keystone [2] un’autocritica (che anch’io faccio mia) secondo la quale sarebbe stato meglio coinvolgere sin dall’inizio anche una componente sindacale. Quando erano ormai due anni che lottavamo contro quel progetto è saltato fuori un rapporto molto accurato che spiegava come gli investimenti dirottati verso di esso sarebbero potuti servire a creare una quantità nettamente superiore di posti di lavoro ecologicamente puliti, come farlo e come coinvolgere a questo scopo tutta una serie di realtà sindacali.
Non penso che i giovani ambientalisti di oggi ce l’abbiano con i sindacati. Vedo al contrario una spinta molto forte a lavorare insieme e a proporre modelli che contengano soluzioni corrette. Molte tensioni si concentrano sicuramente attorno ai progetti di nuovi oleodotti. Credo che a New York (alla People’s Climate March, tenutasi lo scorso 21 settembre, n.d.t.) vedremo una forte presenza sindacale, ed è questo uno degli aspetti più inediti e interessanti di questo appuntamento unitario.
Le opportunità mancate, da entrambe le parti, ormai non si contano più. È evidente che ci sono settori del movimento operaio statunitense che continuano a sprecare grandi energie nella difesa di un numero molto esiguo di posti di lavoro pessimi, soprattuto se li si confronta con l’opportunità che abbiamo di creare un numero veramente elevato di posti di lavoro di qualità. Tuttavia, penso che dovremmo andare un po’ oltre il semplice parlare di posti di lavoro: la questione vera è l’attività lavorativa in quanto tale.
Il libro si confronta da vicino col fatto per cui le risposte keynesiane, prese singolarmente, non ci portano al raggiungimento dell’obiettivo. È necessario cominciare a discutere della necessità di ridurre alcune parti della nostra economia per espanderne invece altre. Ciò significa ad esempio ampliare la fetta destinata al lavoro di cura. Significa riconoscere il lavoro che non è considerato tale, come è appunto nel caso della cura dei figli o degli anziani. Significa cominciare a parlare di reddito minimo garantito. Dobbiamo andare oltre la semplice discussione sui posti di lavoro.
Da un certo punto di vista, per il sindacato tradizionale si tratta di una sfida ancora più impegnativa, non appena smettiamo di parlare solo di posti di lavoro e cominciamo invece a discutere di come valorizzare l’attività lavorativa in generale. Sono convinta che una battaglia per il reddito minimo garantito, un dibattito reale e vivo su questa questione, potrebbero portare alla costituzione di un blocco elettorale di un certo peso. E ciò potrebbe avere degli effetti positivi sul sindacato.

Nel libro viene sottolineata tutta una serie di possibili connessioni fra le questioni di genere, la lotta delle lavoratrici domestiche, il reddito minimo universale, la questione dei risarcimenti, tutti temi che cominciano ad imporsi sempre di più ma che sono completamente isolati l’uno dall’altro.
Una cosa che trovo emozionante è che il mio libro può servire ad incoraggiare altri a dire: “Ehi, anche questa questione ha a che fare con il clima. Devo scriverne in qualche modo, Klein l’ha menzionata solo di sfuggita”. E devo dire che sto già avendo un ritorno di questo tipo, ad esempio di gente che mi scrive: “Dovresti dire qualcosa in più sull’esercito e sulle guerre, sul finanziamento della ricerca di base e sull’istruzione pubblica…”. E, veramente si tratta di una lista infinita.
Mi auguro che siano tante le persone di sinistra che, leggendo il libro, si sentano stimolate a scrivere a loro volta. Che si tratti di critiche, di cose tipo “hai dimenticato questo”, “ecco un’altra cosa” o in qualunque altro modo ciò si esprima. Abbiamo assolutamente bisogno di un dibattito di questo tipo.

Molte delle notizie riguardanti i disastri climatici che si profilano all’orizzonte rischiano di portare ad una paralisi dei sensi e al nichilismo. Lei scrive in modo molto commovente di come è riuscita a lasciarsi alle spalle un po’ di questo senso di paralisi, circostanza che l’ha portata a decidere di avere un figlio. Tuttavia, oltre a preoccuparci del fatto che le persone vengano alle prese con la devastazione cui porteranno i cambiamenti climatici, non dovremmo anche essere in apprensione per il fatto che esse dovranno confrontarsi con l’enorme portata delle contromisure da intraprendere – ad esempio, privare le grandi multinazionali dei combustibili fossili di profitti miliardari – e che potrebbero alzare le mani in segno di resa di fronte a compiti così gravosi?
Non penso sia nulla di più spaventoso di quanto si è cercato di fare con Occupy Wall Street. Nulla di più preoccupante dello sfidare le banche. C’è una forza, che ci spinge a combattere collettivamente questa crisi esistenziale, che è allo stesso tempo fonte di timore e una potenziale spinta ad agire. Non sto dicendo che tutto ciò non faccia paura. Tuttavia, i movimenti progressisti assumono sempre su di sé grandi sfide. Tutti siamo consapevoli, credo, del fatto che dobbiamo venire alle prese con ricchezze consolidate, con diseguaglianze mostruose presenti nei nostri rispettivi paesi e con il controllo che le grandi aziende esercitano sulla politica. Il punto non è se dobbiamo farlo o meno: sappiamo tutti che dobbiamo farlo. Sappiamo tutti che non possiamo sottrarci a questa battaglia.

(traduzione di Marco Zerbino)

NOTE

[1] Realtà associativa Usa che riunisce in un unico organismo alcuni fra i più grandi sindacati di categoria statunitensi (ad esempio il sindacato dei metalmeccanici, quello dei lavoratori dell’industria automobilistica e quello del settore sanitario) e diverse importanti associazioni ambientaliste. Scopo dell’associazione è quello di costruire “un’economia americana più pulita, più giusta e più competitiva” (n.d.t.).
[2] Il progetto Keystone XL riguarda la costruzione di un megaoleodotto che dovrebbe servire a trasportare il petrolio delle sabbie bituminose canadesi fino alle coste texane del golfo del Messico. (n.d.t.).

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Il maggior linguista vivente è in Italia per presentare I padroni dell’umanità (Ponte alle Grazie) e non ha risparmiato nessuno: “Le nostre società stanno andando verso la plutocrazia. Questo è neoliberismo” ha detto. La sfida del futuro? Non limitarci a osservare il corso degli eventi ed eliminare le istituzioni che perseguono il “tutto per noi stessi, niente per gli altri”.

Da Cadoinpiedi.it, 24 gennaio 2014

Noam Chomsky, il maggior linguista vivente, l’autore del capolavoro Il linguaggio e la mente (Bollati Boringhieri, 2010), a 86 anni ha mantenuto una lucidità di pensiero che non lascia spazio a dubbi e illusioni. “Le nostre società stanno andando verso la plutocrazia. Questo è neo-liberismo” ha detto Chomsky, in Italia per il Festival delle Scienze all’Auditorium Parco della Musica di Roma dove è protagonista di due appuntamenti sold out in sale di 700 e 1.200 posti tanto che sabato 25 gennaio è previsto uno schermo supplementare nel foyer dell’Auditorium.

LA DEMOCRAZIA È SCOMPARSA Chomsky ha ricordato che “secondo uno studio della Oxfam, l’Ong umanitaria britannica, 85 persone nel mondo hanno la ricchezza posseduta da 3,5 miliardi di individui. Questo era l’obiettivo del neoliberismo” di cui parla come di “un grande attacco alle popolazioni mondiali, il più grande da 40 anni a questa parte”.
In Italia “la democrazia è scomparsa quando è andato al governo Mario Monti designato dai burocrati seduti a Bruxelles, non dagli elettori” spiega il linguista di Filadelfia, che vive vicino a Boston ed è a Roma con la raccolta di testi inediti in Italia su oltre 40 anni di lotte e pensiero I padroni dell’umanità (Ponte alle Grazie). Sono saggi politici dal 1970-2013 dove i principali accusati dello sfruttamento politico e delle guerre, dal Vietnam alla Serbia e all’Iraq, restano gli Stati Uniti e la società dominata dalle multinazionali.

L’EUROPA È AL COLLASSO In generale “le democrazie europee sono al collasso totale indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere perché sono decise – sottolinea Chomsky – da banchieri e dirigenti non eletti che stanno seduti a Bruxelles. Questa rotta porta alla distruzione delle democrazie e le conseguenze sono le dittature”. “Mario Draghi – continua – ha detto che il contratto sociale è morto.
Ciò che conta oggi è la quantità di ricchezza riversata nelle tasche dei banchieri per arricchirli. Quello che capita alla gente normale ha valore zero. Questo è accaduto anche negli Stati Uniti ma non in modo così spettacolare come in Europa. Il 70% della popolazione non ha nessun modo di incidere sulle politiche adottate dalle amministrazioni”. E da chi è composto questo 70%? “Da quelli che occupano posizioni inferiori sulla scala del reddito. Quell’1% che sta nella parte superiore ottiene a livello politico ciò che desidera. Questa è la plutocrazia”.

INFORMARSI SOLO SUI BLOG È SBAGLIATO Da sempre punto di riferimento per la sinistra internazionale, Chomsky nei suoi saggi invita a riflettere sulla manipolazione dell’opinione pubblica. Dei new media dice: “Hanno portato ad una maggior vivacità di opinioni rispetto ai media ortodossi” ma un effetto negativo è “la tendenza a sospingere gli utenti verso una visione del mondo più ristretta perché quasi automaticamente le persone sono attratte verso quei nuovi media che fanno eco alle loro stesse vedute” ha sottolineato. “Se uno si informa solo sui blog le prospettive saranno molto più ristrette”. Inoltre, la proliferazione di informazioni ha avuto, secondo il linguista, come “contraltare la riduzione del livello dei reportage”.

GLI INTELLETTUALI HANNO LE LORO COLPE Tra i pensatori più autorevoli del nostro tempo, Chomsky non risparmia critiche agli intellettuali che, spiega, “hanno tutte le responsabilità degli altri esseri umani: cercare di incentivare il bene comune e del resto del mondo”. La sfida del futuro è “non limitarci a osservare il corso degli eventi” e per farlo, conclude, “bisogna eliminare la struttura di quelle istituzioni che perseguono il ‘tutto per noi stessi, niente per gli altri’, non colpire il singolo perché verrà semplicemente buttato fuori dal sistema”.

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Mary Kaldor, Sbilanciamoci, 30 maggio 2014

A uscire vincitore dalle elezioni europee è soprattutto un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni di Bruxelles. Per ricomporre un’Europa dei popoli bisogna partire dalla costruzione di una democrazia post-nazionale, dove i processi decisionali rimettano i cittadini al centro

Il nazionalismo è un modo per dirottare lo scontento popolare su un capro espiatorio di comodo, l’«altro» – l’immigrato o l’Europa. E per guadagnare consenso politico evitando al contempo di rivolgersi alle cause profonde del malcontento. Xenofobia ed euroscetticismo non possono in alcun modo rappresentare risposte costruttive. Al contrario, quanto più si afferma la retorica nazionalista, tanto più i nostri problemi si moltiplicano e siamo portati a prendercela con l’«altro». Abbiamo alle spalle una lunga e drammatica storia sulla corruzione delle istanze democratiche tramite il ricorso ad appelli nazionalisti, e la prima guerra mondiale è forse l’esempio più calzante in merito. Più di recente, i conflitti sia in Bosnia sia in Siria sono stati e sono tuttora occasioni di risposta, e persino di soppressione, dei movimenti democratici. In Ucraina, ciò che in origine era una protesta diffusa in tutto il paese contro la corruzione e per i diritti umani, si sta rapidamente trasformando in un conflitto aperto tra russi «orientali» e ucraini «europei».

Qual è allora la causa dello scontento? Si tratta di un’enorme frustrazione e mancanza di fiducia nei confronti della classe politica. A dispetto del nostro diritto di voto e di protesta, vi è un diffuso senso di impotenza, la sensazione che qualunque cosa facciamo o diciamo non produca alcuna differenza, che i partiti politici siano tutti uguali e il voto perlopiù irrilevante. Nella teoria della democrazia si opera spesso una distinzione tra democrazia formale o procedurale e democrazia sostanziale. La democrazia formale ha a che vedere con le regole e le procedure democratiche, tra cui il suffragio universale, la regolarità delle elezioni, la libertà di associazione e di stampa, e così via.

La democrazia sostanziale è legata all’uguaglianza politica. Riguarda la capacità di influenzare le decisioni che impattano sulla nostra vita. E riguarda anche la cultura democratica – le «abitudini del cuore», per dirla con Tocqueville. Nonostante la grande diffusione delle procedure democratiche nel corso degli ultimi decenni, oggi vi è ovunque un profondo e crescente deficit di democrazia sostanziale. «La chiamano democrazia, ma non lo è», è uno degli slogan degli indignados spagnoli.

Ci sono molte ragioni che spiegano la debolezza della democrazia sostanziale. La più immediata è la globalizzazione. La democrazia procedurale è organizzata su base nazionale. Ma le decisioni che impattano direttamente sulle nostre vite sono in realtà prese a Bruxelles, Washington, nei quartieri generali delle multinazionali o da rampanti professionisti della finanza che da Londra, Hong Kong o New York operano sul mercato dagli schermi dei loro computer. Per quanto le procedure democratiche possano essere ottimali a livello nazionale, se le decisioni che riguardano le nostre vite trascendono questo livello, allora il voto non può influire su queste decisioni.

Tuttavia non è questa la sola ragione. La globalizzazione è stata un modo per fuoriuscire da ciò che potremmo definire la sclerosi dello Stato-nazione. Le istituzioni chiave dello Stato-nazione sono cresciute e si sono affermate nel secondo dopoguerra, cristallizzandosi in pratiche e consuetudini tra cui quelle, difficilmente emendabili, di controllo e sorveglianza.

I partiti politici si sono progressivamente trasformati da luoghi di dibattito sull’interesse pubblico in macchine elettorali capaci soltanto di riprodurre e rinforzare i pregiudizi esistenti raccolti in focus group che rappresentano il cosiddetto ceto medio.

Le burocrazie pubbliche – in primo luogo l’amministrazione statale e il settore militare e dell’intelligence – hanno sviluppato una propria logica di auto-riproduzione. Là dove nascono iniziative politiche volte al cambiamento, queste finiscono spesso per essere risucchiate e annichilite all’interno di questi cunicoli istituzionali.

Paradossalmente, l’inerzia statale si è combinata con venti anni di neoliberismo che, invece, avrebbe dovuto ridurre e indebolire lo Stato.

Così, se da un lato il neoliberismo ha causato un enorme aumento delle disuguaglianze e la scomparsa del welfare, dall’altro ha lasciato le istituzioni chiave dello Stato intatte oppure le ha legate a doppio filo con il capitale. Il neoliberismo ha generato una cultura di egoismo individualista e ha fortemente rinsaldato il potere del denaro e la sua influenza sulla classe politica. Ed è proprio la presa della finanza sul finanziamento dei partiti e sui media che spiega in larga misura, come sostiene Colin Crouch, il perdurare del neoliberismo nel mondo del dopo-crisi.

Ma allora come è possibile affermare o ri-affermare la democrazia sostanziale?

La risposta non sta nel riportare le decisioni nell’alveo dello Stato-nazione poiché, anche se ciò fosse possibile nell’interdipendente contesto neoliberista, il ritorno allo Stato-nazione di fatto corrisponde a un ritorno all’inerzia, al paternalismo, a logiche securitarie e di paura dell’«altro». Così come non è una risposta il miglioramento delle procedure democratiche nell’Unione europea – anche se si tratta di un evento auspicabile -, dal momento che le procedure senza la sostanza ci lascerebbero esattamente al punto in cui siamo.

Per democrazia sostanziale intendo il modo in cui la gente comune può influenzare le decisioni che riguardano le loro vite in un’Europa concepita nel suo insieme, come un tutto. Penso a una democrazia post-nazionale in Europa piuttosto che al ripristino della democrazia a livello statale o alla democratizzazione dell’Unione, anche se entrambe le formule potrebbero essere parte della soluzione. Dal mio punto di vista, per fare tutto ciò sono necessarie trasformazioni sia dal basso sia dall’alto.

La risposta dal basso consiste nell’allargamento della sfera pubblica a tutti i livelli e nello sviluppo di forme dialogico-deliberative di politica – specialmente a scala locale e transnazionale – che si fondino sulla nuova «cultura 2.0» di scrittura ed editoria, oltre che di lettura. Consiste nel delegare le decisioni che riguardano le nostre vite a comunità di interesse controllabili, sia locali sia transnazionali, e nel costruire un’infrastruttura complessa e articolata per un impegno pubblico rinnovato ed estensivo.

Per fare questo, però, serve anche una risposta dall’alto. Abbiamo bisogno di forme di governance globale che tengano questi processi al riparo dalle tempeste della globalizzazione: limiti alla speculazione finanziaria, anche per mezzo di una Tobin Tax; una maggiore regolamentazione delle imprese transnazionali, a partire dalla chiusura dei paradisi fiscali; politiche finalizzate a mitigare il cambiamento climatico, tra cui una carbon tax.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di regolamentare, limitare e tassare le attività globali dannose, e al contempo finanziare le attività globali virtuose, tra cui la stabilizzazione dell’euro, la promozione dell’occupazione, la trasparenza delle istituzioni, l’investimento nel risparmio energetico e nelle rinnovabili, e le missioni di pace. In altre parole, l’obiettivo della governance globale dovrebbe essere quello di creare una cornice istituzionale che sia in grado di civilizzare la globalizzazione e di far sì che i processi decisionali siano devoluti al livello più basso possibile, rimettendo i cittadini al centro.

Questo è il modello di cui dovrebbe dotarsi l’Unione Europea, ma per farlo avrebbe bisogno di istituzioni più visibili e democratiche.

Non basta l’anti-europeismo a spiegare il successo dei partiti populisti alle ultime elezioni europee. A questo si aggiunge il sentimento diffuso che le elezioni europee non contino.

L’Unione Europea è considerata un’entità astratta e burocratica, in cui il Parlamento Europeo ha poco potere. A peggiorare le cose, poi, c’è il fatto che le votazioni per il Parlamento Europeo vengono fatte su base nazionale. Come fa notare Anna Topalsky, questo vuol dire che i cittadini non possono votare per un partito europeo, ma sono costretti a votare per un partito nazionale. Se si esclude la Germania, negli altri paesi il dibattito sul futuro dell’Unione è stato pressoché nullo. I cittadini non usano le elezioni europee per scegliere il Parlamento che vogliono, ma per protestare contro le politiche nazionali; votare in maniera irresponsabile è considerato accettabile perché nessuno sa realmente cosa sta votando.

Ma la verità è che questo non è accettabile, perché alimenta una retorica anti-europea che potrebbe anche portare alla dissoluzione dell’Ue, con conseguenze incalcolabili. Trasformare l’Unione Europea, dunque, richiede innanzitutto un cambio procedurale. Per esempio, si potrebbe basare la cittadinanza sulla residenza piuttosto che sulla nazionalità, emancipando così gli immigrati che vivono in Europa. Invece che avvenire su base nazionale e con partiti nazionali, le elezioni dovrebbe avvenire su base transnazionale e con partiti transeuropei. Le elezioni europee, poi, dovrebbe avere luogo in una data diversa dalle elezioni locali e nazionali, in maniera da concentrare l’attenzione sulle questioni europee. E sarebbe auspicabile permettere alla gente di eleggere un presidente europeo, al fine di identificare l’Unione con una persona piuttosto che con l’apparato burocratico. Ma queste riforme procedurali avranno senso solo se saranno accompagnate da una maggiore democratizzazione del processo decisionale a tutti i livelli.

Per concludere, due parole sul mio paese, il Regno Unito. In queste ore, molti commentatori stanno facendo appello ai leader degli altri partiti politici perché colgano la sfida lanciata dall’Ukip, che è arrivato primo alle elezioni europe, e perché prendano sul serio l’euroscetticismo e le preoccupazioni dei cittadini nei confronti dell’immigrazione.

Questo è esattamente quello che non dovrebbero fare. Sdoganare queste posizioni alimenta il populismo e ci impedisce di affrontare il nodo della questione democratica. Finora i laburisti di Ed Miliband hanno resistito a queste pressioni, mantenendo l’attenzione sui problemi reali: il mercato immobiliare, i prezzi energetici, il servizio sanitario nazionale e il costo della vita. Resistere a queste pressioni è più di una semplice strategia elettorale; è una strategia per evitare di scivolare in una spirale nazionalista da incubo.

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Lelio De Michelis, Alfabeta 2, 20 aprile 2014

Un po’ di filosofia e di psicanalisi; spunti dalla riflessione di Hannah Arendt sul totalitarismo, ma applicandola al capitalismo; e Michel Foucault. Sono alcuni degli strumenti utili per capire la crisi di questa Europa.

Dal 2008 gli europei vivono un incubo che coniuga ideologia (il neoliberismo), autoritarismo (lo stato d’eccezione, i governi di larghe intese, il non poter votare e decidere), volontà di potenza (il capitalismo totalitario), moralismo religioso (protestante), inquisizione (cattolica), nichilismo (ancora il capitalismo), pulsioni libidiche e aggressive (l’austerità e il pareggio di bilancio). Secondo una colossale menzogna (sempre l’ideologia neoliberista), che ha prodotto (come ogni ideologia) altrettanto colossali meccanismi di falsificazione della verità e della stessa razionalità economica (l’austerità come via virtuosa per la crescita, mentre è una politica pro-ciclica che peggiora la crisi, non correggendone le cause). Il tutto emarginando ogni tentativo di fare parresia. Di dire il vero contro la menzogna.

L’Europa (gli europei): in questo incubo l’hanno portata le sue classi dirigenti (sic!) e le oligarchie economico-finanziarie. Non per un incidente della storia, ma perché la loro azione era ieri ed è ancora oggi finalizzata ad una trasformazione politica in senso antidemocratico e totalitario del potere; ed economica in senso definitivamente neoliberista. Suda, soffre, si impoverisce ma l’Europa subisce in silenzio questa ideologia neoliberista e questo collegato sadismo economico del capitalismo.

Capitalismo che prima ha mescolato abilmente il piacere al consumare (secondo il principio sadiano per cui il vizio è superiore alla virtù, e bastava indebitarsi) – producendo il discorso capitalista secondo Lacan; e poi la colpa al debito. Conseguentemente, tutti coloro che non appartengono all’oligarchia del capitale (e i super-ricchi sempre più ricchi) sono stati obbligati a soggiacere ad un gioco sado-masochistico, tra dominio-sottomissione da un lato e autopunizione dall’altro. Perché si compisse e fosse accettata e condivisa (perché questo doveva accadere) la liquefazione della società voluta con determinazione e consenso crescente (da destra e da sinistra) dal neoliberismo in questi ultimi maledetti trent’anni.

Ciascuno dovendo accettare anche le pratiche sadiche dei mercati e della finanza (i delitti gratuiti, progettati a tavolino dagli egoismi del capitale che ovviamente escludono ogni interesse collettivo) – e i governi lasciando fare o facendosi promotori essi stessi della perversione – così come le donne del marchese de Sade dovevano subire il piacere dei loro padroni. Un’Europa dove appunto il piacere (sadismo – azione attiva) di chi produce sofferenza (banche, borse, agenzie di rating, governi, troike), si è combinata con la perversione opposta (masochismo – reazione passiva) degli europei che devono provare piacere (infatti non reagiscono) alle sofferenze inflitte loro dal neoliberismo.

Un incubo, il neoliberismo. Eppure questo incubo è ancora saldamente al potere. Perché il neoliberismo (meglio: il capitalismo) è un’ideologia (la più nichilistica ma l’unica che è riuscita a diventare globale, internazionalista). Perché il neoliberismo aveva promesso la libertà dell’individuo e ha invece prodotto (inevitabilmente, date le premesse che negavano ab initio la promessa), l’assoggettamento di tutti al mercato, la mobilitazione di tutti al lavoro via rete, l’indebitamento come legame proprietario tra debitore e creditore. Dalla soggettivazione promessa all’assoggettamento realizzato.

Per capire cosa sia una ideologia vale la definizione di Hannah Arendt: è «la logica di un’idea». Ma integrandola così: è la logica di un’idea chiusa in se stessa. Perché se è vero che l’idea è ciò che fa guardare avanti, l’ideologia, pur promettendo il futuro chiude nella propria autoreferenzialità che uccide il futuro. La sua materia è la storia, scrive Hannah Arendt. E le ideologie sono «ismi che possono spiegare ogni cosa e ogni avvenimento, facendoli derivare da una singola premessa». Per l’Europa la premessa è appunto il neoliberismo. E sono le Tavole dei numeri (il rapporto pil/debito-deficit pubblico, il pareggio di bilancio), diventate le Tavole della Legge.

E ancora: l’ideologia diviene indipendente da ogni esperienza, che non può comunicare nulla di nuovo al potere ideologico, per il quale sbagliata non è l’ideologia – l’austerità europea, i tagli alla spesa pubblica, l’impoverimento e la disoccupazione di massa, la precarizzazione di lavoro e di vita – ma la realtà che con vuole corrispondere, come invece dovrebbe, alla verità ideologica. L’ideologia nega la realtà, insediando sulla realtà «una realtà più vera», che sarebbe nascosta dietro alle cose percepibili; una realtà più vera che si avverte (ma solo pochi eletti la possono avvertire: oggi i tecnici), disponendo di una sorta di «sesto senso».

Che «è fornito appunto dall’ideologia, da quel particolare indottrinamento che viene impartito negli istituti appositamente creati per l’educazione di ‘soldati politici’. (…) Una volta giunto al potere, il movimento procede a mutare la realtà secondo i suoi postulati ideologici». Scuole e università hanno così indottrinato generazioni di studenti al capitalismo e al neoliberismo; i mass media hanno amplificato e validato l’ideologia; mentre Fmi e Bce, ma soprattutto borse e agenzie di rating hanno modificato l’immaginario collettivo: alla fine, ecco prodotta l’educazione dei soldati economici (di tutti e di ciascuno). Perché obiettivo del capitalismo – e del suo estremismo neoliberista – non era tanto quello di produrre beni o denaro, ma soggetti-solo-economici e relazioni-solo-di-mercato.

Ideologia. E totalitarismo. Oggi appunto quello del capitalismo (e della rete) globale. Che mira cioè (Foucault parlerebbe di biopolitica e di governamentalità) alla «trasformazione della natura umana che, così com’è, si oppone invece al processo totalitario» (Arendt). Natura che doveva diventare capitalistica, per cui «al di sopra dell’insensatezza della società totalitaria è insediato, come su un trono, il ridicolo supersenso della sua superstizione ideologica». Ovvero (andando oltre Foucault), il potere pastorale del mercato e della rete e i suoi meccanismi di sapere e di potere e di connessione/legame che hanno ormai trasformato ogni individuo in lavoratore o imprenditore o merce, la cultura in bene culturale o in evento, la società in capitale sociale, gli stati in impresa, gli individui in capitale umano, la propaganda in pubblicità, Dio nella mano invisibile – con contorno di controllo capillare per il governo eteronomo (la governamentalità) della vita di tutti e di ciascuno.

Meccanismi di produzione di una verità (i foucaultiani meccanismi di veridizione) non vera ma utile (perché fatta credere come vera) al potere. Reiterata inducendo in ciascuno reazioni pavloviane (Arendt) ai segnali (Foucault) che il potere diffonde perché sia obbedito da ciascuno anche senza minacciare e senza obbligare. Il totalitarismo capitalistico non si è negato neppure il potere/diritto di usare il terrore politico (impedendo ai greci un referendum sulle misure di austerità); e di attuare laboratori dove sperimentare la sua pretesa di dominio assoluto sull’uomo (come in Grecia dove, a causa della malnutrizione e della riduzione dei redditi le morti bianche dei lattanti sono aumentate del 43% tra il 2008 e il 2010 e quello dei nati morti del 20%; dove il 30% dei greci deve ricorrere agli ospedali di strada, mentre i suicidi sono saliti del 45% (Barbara Spinelli, citando la rivista Lancet).

Urge allora che il demos si riprenda il potere. Che esca dall’incubo in cui si è lasciato ingabbiare dalla biopolitica/tanatopolitica neoliberale. Cercando, fuori dall’ideologia, un’idea virtuosa di Europa.

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Di Alberto Burgio, da Il Circolo de Il Manifesto di Bologna, 7 maggio 2014

Esi­stono legami sot­ter­ra­nei tra quanto di più sini­stro accade sotto i nostri occhi in que­ste ore sulla scena poli­tica mon­diale, dalla bru­tale stretta repres­siva in Egitto ai venti di guerra sull’Ucraina, alla pro­li­fe­ra­zione di ultra­na­zio­na­li­smi fasci­sti in tutta Europa?

Rispon­dere non è sem­plice, forse è azzar­dato. Una pro­spet­tiva che con­si­deri uni­ta­ria­mente feno­meni radi­cati in con­te­sti dif­fe­renti non è fal­si­fi­ca­bile: siamo quindi nel regno dell’opinabile, se non delle impres­sioni. Inol­tre, molto, se non tutto, dipende dalle dimen­sioni del qua­dro sto­rico di rife­ri­mento, defi­nite con qual­che rischio di arbi­tra­rietà. Resta il fatto. Minac­ciosi segnali di ten­sione inve­stono non sol­tanto quelli che nella guerra fredda erano bloc­chi con­trap­po­sti, ma anche (si pensi al dif­fon­dersi nell’eurozona di un sordo ran­core anti-tedesco) gli stessi stati euro­pei che hanno vis­suto que­sti sessant’anni in pace.

E a tali segnali si accom­pa­gna la ricom­parsa dei più cupi fan­ta­smi (nazio­na­li­smo e popu­li­smo, xeno­fo­bia e raz­zi­smo) della moder­nità «avan­zata». La sto­ria del Nove­cento sem­bra ripre­sen­tarsi in blocco sulla scena, come per un bru­sco ritorno del rimosso. E se è natu­ral­mente un caso che ciò avvenga a cent’anni esatti dallo scop­pio della prima guerra mon­diale, è vero anche che gli anni­ver­sari offrono spesso spunti istrut­tivi. Pro­viamo a vedere che cosa sug­ge­ri­sce que­sta non fau­sta ricorrenza.

Il Nove­cento è stato il secolo delle guerre mon­diali. Si suole dire per­sino che, tra il 1914 e il ’45, il mondo ha vis­suto una nuova guerra dei trent’anni. C’è del vero. L’imperialismo fu il deno­mi­na­tore comune dei due con­flitti: il primo fu uno scon­tro tra impe­ria­li­smi vec­chi e nuovi (o poten­ziali) a ridosso della prima crisi glo­bale del capi­ta­li­smo; l’imperialismo costi­tuì un fat­tore cru­ciale anche nella seconda guerra mon­diale, che la Ger­ma­nia nazi­sta sca­tenò nell’intento di dotarsi di un impero colo­niale sfon­dando prin­ci­pal­mente a est (e il colo­nia­li­smo fu un movente essen­ziale della stessa alleanza con l’Italia fasci­sta, mossa a sua volta dalla spinta all’espansione colo­niale in Africa).

D’altra parte que­sta ana­lo­gia tra­scura una dif­fe­renza essen­ziale. Nel corso della grande guerra, la prima rivo­lu­zione pro­le­ta­ria vin­cente della sto­ria tra­sforma la scena poli­tica mon­diale. Defi­ni­ti­va­mente.

Oggi non abbiamo memo­ria dell’ondata di panico che l’ottobre bol­sce­vico pro­ietta sull’occidente capi­ta­li­stico. Basti un dato, che rara­mente si ricorda: Gran Bre­ta­gna, Stati Uniti, Fran­cia e Ita­lia con­tri­bui­rono all’Armata bianca con­tro­ri­vo­lu­zio­na­ria inviando in Rus­sia oltre 600mila uomini, al fianco dei cosacchi.

Il mondo, entrato in guerra nel 1914, ne esce tra­sfi­gu­rato nel ’18. Non solo sul piano «geo­po­li­tico» ma anche all’interno dei sin­goli paesi, tea­tro, tra le due guerre, di con­flitti sociali che paiono met­tere all’ordine del giorno, in gran parte dell’Europa, la pro­spet­tiva della rivo­lu­zione ope­raia. In que­sto senso la seconda guerra mon­diale tiene a bat­te­simo il mondo con­tem­po­ra­neo, e per ciò essa è ancora un «pas­sato che non passa». Fu un con­flitto ben più com­plesso del pre­ce­dente: non sol­tanto uno scon­tro tra stati e imperi, ma anche, espli­ci­ta­mente, un urto armato tra classi sociali. La prima guerra totale della bor­ghe­sia con­tro il pro­le­ta­riato, del capi­ta­li­smo con­tro il comu­ni­smo. Il che spiega tanto l’iniziale indul­genza delle «demo­cra­zie occi­den­tali» nei con­fronti dei fasci­smi (a comin­ciare dalla guerra civile spa­gnola), quanto la reni­tenza ad allearsi con l’Urss con­tro Hitler; le bombe ato­mi­che ame­ri­cane sul Giap­pone; la man­cata discon­ti­nuità post­bel­lica nella costru­zione delle éli­tes poli­ti­che e degli appa­rati buro­cra­tici dei paesi sconfitti.

Pro­prio que­sta com­ples­sità – l’intreccio orga­nico tra fat­tore mili­tare e con­flitto sociale – è la cifra del secondo dopo­guerra. Che si svolge all’insegna dello scon­tro tra il «mondo libero» (l’economia-mondo capi­ta­li­stica) e il varie­gato blocco socia­li­sta, inter­fe­rendo pesan­te­mente nel pro­cesso di de-colonizzazione. Più che la nuova guerra dei Trent’anni (1915-45), è dun­que il ses­san­ten­nio 1939-89 la fase costi­tuente del nostro mondo. Sorto all’insegna del con­ti­nuum tra con­flitti mili­tari e sociali. O, se si pre­fe­ri­sce, sulla base dell’aperto rico­no­sci­mento della natura bel­lica – di guerra civile, direbbe Marx – della lotta di classe.

Poi cos’è suc­cesso? È cam­biato tutto? Lo si è voluto pen­sare. Nelle uto­pie «demo­cra­ti­che» che pren­dono piede a ridosso della caduta del Muro di Ber­lino (e che in Ita­lia accom­pa­gnano la liqui­da­zione del Pci) l’89-91 doveva segnare l’avvio di un’«era glo­bale di pace e di demo­cra­zia». Que­sta spe­ranza sot­tende anche l’immagine hob­sba­w­miana del «secolo breve», ma la sto­ria degli ultimi 25 anni la con­futa, e impone di leg­gere anche il nostro pre­sente in un qua­dro di lungo periodo. Non per­ché oggi il mondo sia uguale a prima. La Rus­sia post-sovietica non ha più, nem­meno di nome, un con­no­tato rivo­lu­zio­na­rio. La Cina intrat­tiene stretti rap­porti col mondo capi­ta­li­stico, di cui per diversi aspetti (com­mer­cio e finanza) è parte sem­pre più rile­vante. Il «blocco socia­li­sta» non esi­ste più, assor­bito dalla Ue o imme­dia­ta­mente sus­sunto, attra­verso la Nato, nell’orbita ame­ri­cana. Eppure il con­fine (poli­tico, eco­no­mico, per­sino sim­bo­lico) tra est e ovest resta cru­ciale. È ancora la linea lungo la quale corre più alta la ten­sione inter­na­zio­nale.

Per­ché le cose stiano in que­sti ter­mini, nono­stante la crisi del pro­getto rivo­lu­zio­na­rio nei paesi del «socia­li­smo reale», non è certo un mistero. Implosa l’Urss, l’Occidente tenta un salto di qua­lità nelle pra­ti­che del domi­nio. Teso a supe­rare la crisi strut­tu­rale del capi­ta­li­smo che ancora imper­versa (è di pochi giorni fa la noti­zia del pil Usa a cre­scita zero nel tri­me­stre), il neo­li­be­ri­smo a cen­tra­lità ame­ri­cana uni­fica i mer­cati finan­ziari con­tro le Costi­tu­zioni; rilan­cia la spesa mili­tare; esa­spera lo sfrut­ta­mento del lavoro vivo; sman­tella i sistemi pub­blici di wel­fare, frutto della com­pe­ti­zione col sistema socia­li­sta. Di qui l’esplosione delle spe­re­qua­zioni. Di qui la deriva auto­ri­ta­ria, post-costituzionale. Di qui anche l’architettura tecno-oligarchica della Ue, fun­zio­nale all’instaurarsi di gerar­chie con­ti­nen­tali coin­ci­denti con quelle vagheg­giate, nella prima metà del Nove­cento, dai teo­rici della Mit­te­leu­ropa e dagli archi­tetti del Nuovo ordine europeo.

Ma non si tratta sol­tanto del soft power del «libero mer­cato». Ancora prima della fine uffi­ciale dell’Urss la guerra guer­reg­giata torna al cen­tro della scena inter­na­zio­nale, a seguito della rin­no­vata spinta impe­ria­li­stica dell’occidente (degli Stati Uniti anche con­tro una parte dell’Europa) in Medio Oriente (Iraq) e in Asia cen­trale (Afgha­ni­stan), sino alle porte dell’ex-Urss (Geor­gia e paesi bal­tici) e della vec­chia Europa (le guerre nei Bal­cani degli anni Novanta). È così che il mondo oggi offre un pano­rama per tanti aspetti simile a quello che l’ha visto nascere. Con una miscela esplo­siva tra ele­menti del qua­dro 1914-38 (nazio­na­li­smi, irre­den­ti­smi e popu­li­smi, soprat­tutto nell’Europa fla­gel­lata dalla nuova grande depres­sione) ed ele­menti del qua­dro 1939-89 (con­flitto est-ovest, tra «occi­dente» capi­ta­li­stico e «oriente» post-rivoluzionario). Per dirla con un para­dosso, e con buona pace dei nuo­vi­smi ricor­renti, assi­stiamo alla lunga durata del secolo breve. Sulla base della regres­sione auto­ri­ta­ria degli Stati «demo­cra­tici» e della rin­no­vata cen­tra­lità del tema impe­riale e coloniale.

Se que­sto è vero, non è con­si­glia­bile sot­to­va­lu­tare la gra­vità degli acca­di­menti ai quali assi­stiamo in que­ste set­ti­mane. L’esplosione di revan­sci­smi raz­zi­sti e neo­fa­sci­sti in tutta Europa – dall’Ungheria alla Fran­cia pas­sando per Gre­cia, Fin­lan­dia e Olanda, Sve­zia, Austria e Polo­nia, per i paesi bal­tici e l’Italia – rivela il volto arcaico del capi­ta­li­smo sfi­dato dalla crisi orga­nica. La repres­sione delle pri­ma­vere arabe, la bal­ca­niz­za­zione della Libia e la restau­ra­zione del potere mili­tare in Egitto par­lano di nuovo impulso impe­ria­li­stico alla rico­lo­niz­za­zione del Medio Oriente. Il dramma dell’Ucraina rias­sume in sé e sem­bra ripro­porre tutti i motivi della tra­ge­dia nove­cen­te­sca, dallo scon­tro tra nazio­na­li­smi etnici all’urto tra bloc­chi «geo­po­li­tici», ali­men­tato in larga misura pro­prio dalla poli­tica di allar­ga­mento della Nato a est. Non è con­si­glia­bile sot­to­va­lu­tare, e non è nem­meno ragio­ne­vole scin­dere pro­cessi che, pur diversi, si col­le­gano tra loro nel con­te­sto poli­tico mondiale.

Due ultime con­si­de­ra­zioni, infine, ci riguar­dano da vicino. Fati­chiamo a vedere tutto que­sto per­ché abbiamo sacri­fi­cato gli stru­menti dell’analisi storico-materialistica a una futile – e scia­gu­rata – «moder­niz­za­zione» ideo­lo­gica. A mag­gior ragione, non sap­piamo che fare con­tro que­sta nuova corsa verso il precipizio.

Ripie­gati sulle nostre cure quo­ti­diane, siamo privi di antenne, oltre che di una dire­zione poli­tica degna di que­sto nome. Non per que­sto ripe­te­remo quanto ebbe a dire – «ormai solo un dio ci può sal­vare» – un filo­sofo com­pro­messo con il cuore di tene­bra del secolo scorso. Ma vedere una luce alla quale fare affi­da­mento sarà dif­fi­cile fin­ché, in Ita­lia e in Europa, non rina­scerà una seria forza di oppo­si­zione al capi­ta­li­smo. Capace final­mente di pre­pa­rare una tran­si­zione sto­rica già da tempo matura.

Questo articolo è stato pubblicato dal Manifesto il 2 maggio 2014 e dalla Fondazione Luigi Pintor

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