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Posts Tagged ‘Stefano Fassina’

Antonio Sciotto, Il Manifesto, 22 novembre 2015

Il segretario Fiom con le tute blu a Roma per il contratto e contro la legge di Stabilità. Tanti immigrati: «No alle guerre e al terrorismo». «Cgil, Cisl e Uil organizzino una grande mobilitazione sulle pensioni». L’anno prossimo il referendum per abrogare il Jobs Act. Sintonia con Susanna Camusso

«Noi non ci fermiamo e andremo avanti». Maurizio Landini conclude così il comizio più breve della sua storia di sindacalista, la pioggia è troppo forte e Piazza del Popolo rischia di svuotarsi. La frase è riferita a Matteo Renzi: parla del referendum contro il Jobs Act che la Fiom, insieme alla Cgil, prepara per il prossimo anno. Parla delle pensioni, con la proposta di una «grande mobilitazione che Cgil, Cisl e Uil devono organizzare dopo gli errori del passato». Ma c’è l’acqua che inzuppa vestiti e cappucci. La testa degli italiani — anche delle tute blu — è ferma a quelle immagini di Parigi, c’è la paura di un attacco terroristico e la voglia di reagire. C’è un 10% di manifestanti che a Roma non ci è venuto, nonostante gli oltre 230 pullman organizzati da tutta Italia, perché è difficile continuare a comportarsi come fino a dieci giorni fa.

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Da giorni mi domando come voterei se mi trovassi a essere un cittadino greco. E, francamente, non ho ancora trovato una risposta. Da un lato mi auguro che Tsipras vinca le elezioni perché credo sia fondamentale che ci sia almeno un governo di sinistra fra i membri dell’Unione Europea; dall’altro talvolta mi unisco al coro di coloro che sono rimasti profondamente delusi dopo le grandi speranze che il referendum del 5 luglio aveva acceso.

Ma procediamo con – relativo – ordine.

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di Stefano Fassina, Yanis Varoufakis, Oskar Lafontaine, Jean-Luc Mélenchon

Stefano Fassina

Il 13 luglio scorso, il governo democraticamente eletto di Alexis Tsipras è stato messo in ginocchio dall’Unione europea. “L”accordo” del 13 luglio è stato in realtà un coup d’état, messo in atto attraverso la chiusura delle banche greche indotta dalla Banca centrale europea, con la minaccia che non sarebbero state riaperte finché il governo non avesse accettato una nuova versione di quel fallimentare programma. Il motivo? L’Europa ufficiale non poteva tollerare che un popolo prostrato dalle sue politiche di austerità auto-distruttiva osasse eleggere un governo determinato a dire “No!”.

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Daniela Preziosi, Il Manifesto, 11 settembre 2015

Fuori dall’euro: lo propone un manifesto firmato Varoufakis, Lafontaine, Mélenchon e Stefano Fassina. Lanciano una conferenza internazionale. Propongono di dire basta ai trattati-capestro

«Un piano B per la Gre­cia» era quello di Yanis Varou­fa­kis, quello della famosa «moneta paral­lela», quando da mini­stro dell’economia, nel corso delle trat­ta­tive tra il suo paese e la Ue, cer­cava di con­vin­cere il primo mini­stro Ale­xis Tsi­pras a non cedere al ricatto delle isti­tu­zioni euro­pee e cer­care strade alter­na­tive a quella che lui con­si­de­rava una resa. «Un plan B» è lo slo­gan usato in que­ste set­ti­mane da Jean-Luc Mélen­chon, lea­der del Parti de Gau­che fran­cese, nel Front de Gau­che, per indi­care una strada alter­na­tiva a quella dell’obbedienza, anche obtorto collo, ai trat­tati euro­pei. «Un piano B in Europa» è il titolo di un dibat­tito sboc­ciato ieri a sor­presa nel pro­gramma della Fête de l’Humanité, sto­rico appun­ta­mento della sini­stra fran­cese in corso in que­sti giorni alla Cor­neuve, alle porte di Parigi. Si terrà domani alle 16 e 30. E sarà un evento per le sini­stre di tutta Europa. I pro­ta­go­ni­sti sono un poker d’assi dei cul­tori del genere. Nes­suno di pro­ve­nienza ’estre­mi­sta’, anzi: sono tutti ex socia­li­sti o social­de­mo­cra­tici. Ma sono tutti usciti dai rispet­tivi par­titi con­tro la loro irre­si­sti­bile e inar­re­sta­bile «deriva a destra».

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Nei giorni scorsi ho cercato di dare il massimo rilievo possibile, nel mio piccolo blog, al dibattito in corso sul referendum greco. Un dibattito che ha avuto una distorsione mediatica senza precedenti, in tutti i paesi europei, volta a sponsorizzare le ragioni del “SI” a discapito di quelle del “NO” e rendere, in questo modo invisa la posizione del governo Tsipras (che, occorre ricordarlo sempre, è stato eletto meno di sei mesi fa con una maggioranza schiacciante). Ci sono state notevoli ingerenze, diciamo così irrituali, da parte di importanti esponenti politici di altri paesi, che vanno ben oltre a semplici dichiarazioni d’auspicio per la vittoria del “SI”. Una distorsione della comunicazione, a onor del vero, in entrambi i sensi (Il Sole 24 Ore, Ma qual è il vero tallone d’Achille dell’euro?), tipica di questi tempi di spettacolarizzazione della politica, che porta spettatori e attori a doversi schierare. E quale soluzione migliore di un referendum per incentrare l’attenzione sul problema? Tsipras sta forzando il suo popolo alla sintesi plebiscitaria e può uscirne da trionfatore assoluto o con una sconfitta limitata (non dimentichiamo che Varoufakis è un grande esperto di teoria dei giochi e sicuramente avrà espresso il suo parere). In questo mi permetto di dissentire dall’articolo apparso sulla rivista Il Mulino (versione online), La retorica della sovranità popolare, che a mio avviso sottovaluta questo aspetto.

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Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 1 maggio 2015

Siccome, come diceva Karl Marx, le tragedie della storia tendono a ripetersi, ma in forma di farsa, la miglior descrizione del miserando squagliarsi della cosiddetta “opposizione interna” al Pd è “La rivolta dei santi maledetti” di Curzio Malaparte sulla rotta di Caporetto:

“Fuggivano gli imboscati, i comandi, le clientele, fuggivano gli adoratori dell’eroismo altrui, i fabbricanti di belle parole, i decorati della zona temperata, i cantinieri, i giornalisti, fuggivano i napoleoni degli Stati Maggiori, gli organizzatori delle difese arretrate, i monopolizzatori dell’eroismo degli angoli morti e delle retrovie, decisi a tutto fuorché al sacrificio, fuggivano gli ammiratori del fante, i dispensatori di oleografie e di cartoline illustrate, gli snob della guerra, gli ‘imbottitori di crani’, gli avvocati e i letterati dei comandi, i preti del Quartier Generale e gli ufficiali d’ordinanza, fuggivano i ‘roditori’ della guerra, i fornitori di carne andata a male e di paglia putrefatta, i buoni borghesi quarantotteschi che non volevano dare asilo al fante perché portava in casa pidocchi e cenci da lavare e parlavano del Re come del ‘primo soldato d’Italia’, fuggivano tutti in una miserabile confusione, in un intrico di paura, di carri, di meschinerie, di fagotti, di egoismi, e di suppellettili, fuggivano tutti imprecando ai vigliacchi e ai traditori che non volevano più combattere farsi ammazzare per loro”.

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Stefano Fassina, Il Manifesto, 10 aprile 2015

Stefano Fassina

Inutile alimentare l’illusione in una salvifica scissione del Pd. Serve un programma per una radicale ridefinizione del rapporto con l’Ue

È con­so­li­data l’analisi sul ripo­si­zio­na­mento cen­tri­sta del Pd e le rela­tive con­se­guenze sul nostro sce­na­rio poli­tico (tra gli altri, Franco Monaco su que­sto gior­nale, Michele Sal­vati sul Cor­riere della Sera): il pro­gramma attuato (dagli inter­venti sul lavoro al pac­chetto di revi­sioni costi­tu­zio­nali alla legge elet­to­rale) e il metodo di governo pra­ti­cato (dalla mar­gi­na­liz­za­zione del par­la­mento alla mor­ti­fi­ca­zione del dia­logo sociale) indi­cano la deriva centrista-plebiscitaria del par­tito nato come alter­na­tivo al cen­tro­de­stra. In sin­tesi, un «par­tito piglia­tutti», fat­tore di ini­bi­zione della demo­cra­zia dell’alternanza e, al con­tempo, poten­ziale gene­ra­tore di una sog­get­ti­vità poli­tica di sini­stra, pos­si­bile evo­lu­zione della «coa­li­zione sociale», con­dan­nata però, come sull’altro ver­sante la destra anti-euro, a rima­nere fuori dalle fun­zioni di governo e attratta dalla pro­te­sta e dal populismo.

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Moni Ovadia

Se non si stesse parlando di una vicenda tragica – quella del popolo palestinese – ci sarebbe da ridere. La nostra Camera dei Deputati, composta come è noto di nominati per mezzo di una legge incostituzionale, è riuscita nell’impossibile: votare, nel giro di pochissimo tempo, due mozioni sostanzialmente contraddittorie. Complimenti!

Sulla vicenda Giusy Baioni (Nuova Atlantide) ha intervistato Moni Ovadia il 27 febbraio 2015.

Vediamo cosa dice.

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Maurizio Landini scenderà in politica? Con chi? In che forma? Sono tutti interrogativi che circolano in questi giorni. Personalmente, mi auguro che Landini continui a fare il sindacalista perché, se è vero che il sindacato ha una forte necessità di una sponda politica, è altrettanto vero che una sinistra politica senza la spinta costante del sindacato sarebbe una costruzione monca. Staremo a vedere.

È necessario anche segnalare che esistono altri modelli, altri tentativi di unificazione della sinistra e vedremo quale sarà quello che riuscirà a ottenere il miglior risultato. Si sta giocando una partita molto importante ma fondamentale per il futuro di questo paese.

Infine, non mi piacciono i continui riferimenti a Syriza e Podemos. Non perché non mi piacciano Syriza e Podemos, ma perché penso che siano due costruzioni politiche che si sono costituite grazie alla compresenza di svariate circostanze, probabilmente irripetibili. La Sinistra unita italiana avrà caratteristiche del tutto differenti e particolari. Ma non chiedetemi adesso quali, perché non le so.

Maurizio Landini e Stefano Rodotà

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 Andrea Fabozzi, Il Manifesto, 13 febbraio 2015

Opposizioni fuori dall’aula, Pd e alleati votano da soli la riforma. Per Renzi «non è un problema». Per il suo partito solo un po’. L’«Aventino» al posto dell’ostruzionismo è la scelta della disperazione. Tra i dissidenti nessuno trova il coraggio di far mancare il numero legale

Non votano? Pro­blema loro». Comin­cia a scen­dere la sera quando l’aula della camera dei depu­tati si svuota per metà. Solo allora si sbloc­cano le vota­zioni sugli emen­da­menti, i sube­men­da­menti e gli arti­coli della legge di revi­sione costi­tu­zio­nale. Accade quando tutte le oppo­si­zioni sfi­lano via e il Pd e i suoi alleati cen­tri­sti comin­ciano a fare da soli. Nell’aula resta il ricordo delle risse e delle scaz­zot­tate not­turne; niente più ostru­zio­ni­smo né spar­ring part­ners. Ma il vuoto lascia addosso cat­tive sen­sa­zioni, rari ono­re­voli Pd ten­ten­nano. Renzi si occupa di rin­cuo­rare gli scet­tici e ammo­nire i dub­biosi: Le oppo­si­zioni non votano? «Pro­blema loro».

L’aula di Mon­te­ci­to­rio è un semi­cer­chio diviso in dieci spic­chi, i quat­tro più a destra sono com­ple­ta­mente vuoti. Un altro spa­zio abban­do­nato è all’estrema sini­stra, lì c’era Sel. Gior­nali, appunti, fasci­coli e cari­ca­bat­te­rie testi­mo­niano che i tito­lari dei posti non si sono allon­ta­nati troppo. Girano in altre stanze del Palazzo per con­fe­renze stampa, ven­gono con­vo­cati in riu­nioni. Fuori pro­te­stano, den­tro si cam­bia la Costituzione.

Fin­ché sono rima­sti in aula, Lega, Sel e 5 Selle con Forza Ita­lia di com­ple­mento hanno imbri­gliato notte e giorno discus­sione: si viag­giava al ritmo di tre arti­coli al giorno (su 41). Poi la scelta dell’Aventino, la stessa che il cen­tro­si­ni­stra fece nel 2003 con­tro la Devo­lu­tion di Bossi e Ber­lu­sconi ma sol­tanto all’ultimo voto, dopo aver dato bat­ta­glia sugli arti­coli. La fretta di oggi si spiega un po’ con il fatto che sta­vano per esau­rirsi anche i tempi sup­ple­men­tari per gli inter­venti della mino­ranza, un po’ con la ricerca di un gesto all’altezza del deci­sio­ni­smo di Renzi. E con la spe­ranza che gli spet­ta­tori guar­dino meno alla vit­to­ria del pre­si­dente del Con­si­glio e più alle mace­rie che la cir­con­dano. Per Renzi, appunto, non è un problema.

Dovrebbe esserlo per la mino­ranza ber­sa­niana del Pd, che negli ultimi tre giorni non ha toc­cato palla assi­stendo alla messa in scena di una media­zione tra palazzo Chigi e i gril­lini. Non che Renzi avesse inten­zione di modi­fi­care qual­cosa nella «sua» riforma, non che i 5 stelle fos­sero pronti al com­pro­messo. Ma gli abboc­ca­menti sono un ottimo metodo per sca­ri­care le respon­sa­bi­lità. «Abbiamo i numeri per andare avanti da soli, ma è un errore», pro­clama il capo­gruppo del Pd Spe­ranza prima di dedi­carsi con cura all’errore. La regia non è par­la­men­tare: nel momento delle deci­sioni tutti gli sguardi del gruppo demo­cra­tico cor­rono alla mini­stra Boschi e ai sot­to­se­gre­tari Lotti e Del­rio, loro a turno inter­ro­gano il tele­fono. Renzi non lo nasconde: «Stanno cer­cando di bloc­care il governo, non le riforme». Dal primo giorno su que­sta modi­fica di quasi un terzo della Costi­tu­zione pende la que­stione di fidu­cia, non si vota tanto sul bica­me­ra­li­smo quanto su un testo scritto a palazzo Chigi e por­tato avanti con i tempi decisi dal governo. Si vota in pra­tica sulla durata della legislatura.

Ecco il pro­blema della mino­ranza Pd: mal­grado non debba più trat­tare con Ber­lu­sconi, Renzi con­cede poco o nulla a chi chiede di cam­biare qual­cosa, qual­che pic­cola cosa della riforma. Anzi, il pre­mier rove­scia sulla mino­ranza il peso dell’accordo con l’ex Cava­liere: «Mai visti tanti nostal­gici del Naza­reno». L’aula vuota a metà è una cla­mo­rosa smen­tita del suo «le regole del gioco si fanno con tutti», lo slo­gan che ser­viva a giu­sti­fi­care i patti con Ver­dini. Adesso è cam­biato. «Non mi fac­cio ricat­tare», dice. È la Costi­tu­zione, ma anche un fatto per­so­nale. Intanto la mino­ranza si con­cen­tra sul metodo: cer­chiamo ancora un accordo con le oppo­si­zioni, dice Ber­sani nel secondo tempo della riu­nione del gruppo, fer­miamo la seduta fiume.

Volendo, potreb­bero. Svuo­tata dagli «aven­ti­niani», l’aula è con­ti­nua­mente a rischio numero legale. Sono fisi­ca­mente pre­senti tra i 300 e i 310 depu­tati. Diverse decine sono in mis­sione e dun­que for­mal­mente pre­senti solo per la rego­la­rità della seduta. Per bloc­care tutto baste­reb­bero un po’ di ber­sa­niani al bar. Non sal­te­reb­bero le riforme, sal­te­rebbe però la seduta fiume. Ma al dun­que solo Ste­fano Fas­sina e Pippo Civati pren­dono parola per dire «non così» e lasciare l’aula. Un altro po’ di depu­tati della mino­ranza, come Bindi, Zog­gia, Stumpo, lo stesso Ber­sani, a tratti evi­tano di votare. Sono poche gocce di una dis­si­denza che non si amal­gama. Dai ban­chi alti inter­viene Cuperlo per chie­dere alla pre­si­dente Bol­drini di con­ce­dere una sospen­sione, quella tre­gua che il Pd non intende con­ce­dere. E allora pro­te­stano i cen­tri­sti, Scelta civica e popo­lari. «È stato il Pd a por­tarci a que­sto punto, che que­sto sarebbe stato l’esito della seduta fiume era chiaro dal prin­ci­pio. Non si pos­sono avere dubbi adesso, non si pos­sono fare due parti in com­me­dia», infie­ri­sce Tabacci. Ed ecco che Renzi trova cin­que minuti per gli affi­da­bili alleati cen­tri­sti, una pas­se­rella che quelli del Nuovo cen­tro­de­stra si rispar­miano.

Per la mino­ranza interna le bri­ciole. Di primo mat­tino il depu­tato Lau­ri­cella quasi implora l’appoggio del par­tito sulla pro­po­sta di inse­rire in Costi­tu­zione il divieto di future revi­sioni con­tra­rie ai prin­cipi fon­da­men­tali: «Vi sto chie­dendo di votare l’acqua calda, se ci dite no anche adesso non abbiamo alcuna spe­ranza». Dicono no. E a sera è Spe­ranza ad annun­ciare il risul­tato dell’assemblea: «La mino­ranza ha opi­nioni non coin­ci­denti, ma in aula voterà rispet­tando la deci­sione della mag­gio­ranza». Rico­min­cia la seduta.

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