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Posts Tagged ‘Francesco Guccini’

9 ottobre 1967, da qualche parte in Bolivia veniva ammazzato Ernesto Guevara e nasceva il mito del Che, il rivoluzionario più amato di tutti i tempi.

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A Onzo, in provincia di Savona, il parroco si è goduto il suo quarto d’ora di gloria dichiarando che avrebbe preferito dar fuoco alla canonica piuttosto che ospitare i clandestini. Non sono un estimatore di papa Francesco, ma, a giudicare da quello che leggo sui giornali, la posizione ufficiale della Chiesa mi sembra lievemente diversa, oserei dire un po’ più evoluta rispetto a quanto dichiarato (e poi, puntualmente, smentito, a testimonianza di estrema superficialità nel modo di rilasciare dichiarazioni pubbliche).

Dedico quindi a questo – spero ancora per poco – “pastore di anime”, questo brano, una delle prime canzoni di Francesco Guccini, resa celebre dai Nomadi, ora rivisitata in chiave rock dura da Gianna Nannini. Scritta nei primi anni Sessanta, Dio è morto è tuttora di amara attualità (così come Aushwitz e tante altre canzoni scritte dai nostri migliori cantautori storici). Voglio anche ricordare al parroco di Onzo che la prossima volta che si accingerà ad allestire il presepe nella sua chiesa metaforicamente accoglierà dei profughi clandestini in fuga dalla repressione in corso in un altro paese. E voglio anche ricordargli che, ad assecondare i luoghi comuni non si fa un buon servizio di educazione culturale alla propria comunità di riferimento.

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Lo so, un intero concerto di Guccini è un po’ lungo, ma merita, soprattutto per gli stacchetti parlati nei quali il “maestrone” è realmente insuperabile.

Poi… non è obbligatorio ascoltarlo tutto.

Il concerto si svolse all’Anfiteatro di Cagliari il 4 settembre 2004.

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Oggi, Ernesto “Che” Guevara avrebbe compiuto 87 anni. Francesco Guccini invece ne fa 75.

Questa brillante constatazione è l’unica novità rispetto a quanto scritto esattamente un anno fa nella stessa ricorrenza. In questo modo, riesco a fare la bella figura di essermi ricordato il doppio compleanno e posso farlo con il minimo sforzo. Meraviglie di Internet!

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Settantadue anni fa nasceva Lucio Dalla.

In questo video interpreta “Piazza grande”, uno dei suoi brani più famosi, in occasione del concerto “Fra la via Emilia i il West”, tenutosi a Bologna nel 1984 per celebrare i vent’anni di carriera di Francesco Guccini.

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Sono sempre stato affascinato dalla storia e dalle storie della conquista del West. Letture, fumetti, film western, mi hanno accompagnato durante infanzia e prima adolescenza. Divoravo Tex, leggevo Jack London e il mito della “frontiera” deve essersi impresso profondamente nella mia mente.

Poi… poi ho iniziato ad ascoltare Guccini e come dimenticare strofe come:

L’ America era allora, per me i G.I. di Roosvelt, la quinta armata,
l’ America era Atlantide, l’ America era il cuore, era il destino,
l’ America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata,
l’ America era il mondo sognante e misterioso di Paperino.

L’ America era allora per me provincia dolce, mondo di pace,
perduto paradiso, malinconia sottile, nevrosi lenta,
e Gunga-Din e Ringo, gli eroi di Casablanca e di Fort Apache,
un sogno lungo il suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra.

che descrivono perfettamente la visione di un bambino a proposito del Nuovo Continente.

Ma l’America è stata anche la magnifica resistenza delle popolazioni autoctone, che, sebbene inferiori per tecnologia, decisero di vendere cara la pelle ai colonizzatori. Un’epopea raccontata da moltissimi film che, nonostante il tentativo retorico di mostrare l’indiano “cattivo”, selvaggio, non sono riusciti del tutto a farci smettere di amare questi popoli fieri. Sono riusciti invece, almeno per quella parte di noi più portata alla verifica dei fatti storici, a farci valutare meglio la portata dello sterminio, l’inutilità della crudeltà, perpetrata dai colonizzatori europei. Sono quindi convinto che, oggi, parlare un po’ di questa parte della nostra storia, dei tentativi di cancellarla, di proiettare l’immagine dell’europeo civilizzatore buono, non possa che aiutarci a valutare meglio quello che sta succedendo intorno a noi, il nostro atteggiamento nei confronti dei popoli e delle culture “altre”.

Recentemente, ho comprato un libro, del quale mi ha incuriosito il titolo (Sul sentiero di guerra. Scritti e testimonianze degli Indiani d’America). È una di quelle raccolte che, se lette dalla prima all’ultima pagina, rischiano di risultare noiose. Ma, se prese a piccole dosi, una testimonianza ogni tanto, possono aiutare a far luce sullo spirito, i sentimenti, le tradizioni e il modo di vivere di questo popolo. Insomma, l’ideale per alimentare un blog…

Voglio cominciare con la testimonianza di un Cheyenne, Gamba di Legno, che ci spiega come alcune tribù indiane si preparavano alla guerra.

Come ci si prepara alla battaglia
di Gamba di Legno, Cheyenne

Wooden Leg (Gamba di Legno)

Quando un guerriero usciva in cerca del nemico, portava con sé tutti i suoi abiti migliori. Il vestiario lo si riponeva in una borsa speciale – di solito una sacca di pelle di capriolo ornata di perline, oppure anche solo una borsa di pelle cruda – che pendeva al fianco del cavallo. La sacca conteneva, inoltre, un paio di mocassini di scorta, ricamati a perline, l’acconciatura di guerra, i colori per tingersi, uno specchio, certi speciali oggetti di medicina, e altri arnesi simili. In vista di una battaglia, per prima cosa il guerriero provvedeva a togliersi gli abiti comuni, affrettandosi a indossare quelli buoni. Inoltre, se aveva il tempo, si pettinava, si tingeva il viso alla maniera che gli era propria, faceva, insomma, tutto ciò che era necessario per assumere l’aspetto più splendido possibile; in altre parole, si preparava a morire.

Non bisogna credere che l’idea di vestirsi di tutto punto in vista della battaglia sia originata dalla convinzione che ciò possa accrescere il valore del combattente: il guerriero, al contrario, si prepara per la morte, nel caso che questa sia il risultato dello scontro. Ogni indiano desidera avere l’aspetto migliore quando si presenterà al Grande Spirito, perciò il rito di abbigliarsi viene compiuto quando il pericolo è imminente, che si tratti di una battaglia, di una malattia o di un incidente in tempo di pace. Certe tribù indiane non si preoccupavano di seguire questo rituale, e pare che alcune di esse non attribuissero eccessiva importanza al fatto di rischiare la vita nudi, parzialmente coperti, o malvestiti. Ma I Cheyenne e i Sioux osservavano scrupolosamente le usanze, e quando uno di loro veniva a trovarsi coinvolto in uno scontro imprevisto, senza avere la possibilità di vestirsi come si deve, di regola si dava alla fuga, evitando il combattimento e i rischi che ne derivano. E poteva darsi che il nemico, non comprendendo quel modo di fare, fosse portato a ritenerlo un vigliacco. In realtà, quegli stessi che le apparenze denunciavano come vigliacchi, potevano essere i più valorosi degli eroi, una volta indossati i loro abiti migliori e quando avevano la certezza di potersi presentare con un aspetto decente, nel caso fossero chiamati al cospetto del Grande Spirito.

Presso i Cheyenne e i Sioux, combattevano nudi soltanto quei guerrieri che s’erano particolarmente preparati con preghiere e altri esercizi spirituali. Costoro ricevevano precise istruzioni dagli uomini di medicina, si tingevano il corpo in maniera speciale, osservando ciascuno le indicazioni della guida spirituale preferita, e ognuno possedeva certi personali poteri personali di medicina, conferitigli dalla guida stessa. Si riteneva che il guerriero, il quale si preparava in questo modo ad affrontare la battaglia, fosse invulnerabile alle armi nemiche, e il suo posto era in prima linea, sia in caso d’attacco che in caso di difesa. L’idea che lo sorreggeva era questa: “Sono così validamente protetto dalla mia medicina, che non occorre mi vesta per la morte. Non c’è pallottola o freccia che possa colpirmi, adesso”. Invece il guerriero che non si preparava con speciali cerimonie o riti religiosi, pensava tra sé: “Una pallottola o una freccia potrebbe colpirmi e uccidermi, Devo vestirmi in modo da piacere al Grande Spirito, nel caso debba andare a Lui”.

Guerrieri Cheyenne

Copricapo indiano esposto alla mostra “La nuova frontiera. Storia e cultura dei nativi d’America dalle collezioni del Gilcrease Museum”, Firenze, Palazzo Pitti (3 luglio 2012 – 9 gennaio 2013)

Non tutti i guerrieri portavano l’acconciatura di guerra: pochissimi, infatti, erano i guerrieri appartenenti ai singoli clans della nostra tribù cui tale onore fosse concesso. Si pretendeva che uno studiasse l’arte di guerra per parecchi anni, o dimostrasse di essere un allievo eccezionale, prima di poter portare la corona di penne d’aquila. E solo allora il guerriero si decideva a farlo, a volte di sua spontanea iniziativa, più spesso dietro insistenza degli anziani. Tale gesto equivaleva all’affermazione che s’era ormai raggiunta un’indiscussa abilità nel maneggio delle armi: non solo, ma così facendo si veniva anche a dichiarare che s’era in grado d’accoppiare scaltrezza, buon senso, fredda capacità di calcolo, al valore di cui ogni guerriero doveva essere dotato. Si riteneva che colui il quale indossava tale acconciatura non avrebbe mai chiesto pietà in battaglia. Se capitava che qualche giovanotto ancora immaturo pretendesse tale onore, prima che ai suoi compagni sembrasse giunto il momento opportuno, costui veniva rimproverato e invitato a frenare la sua impazienza, Io mi misi per la prima volta l’acconciatura di guerra all’età di trentatré anni, quattordici anni dopo aver iniziato la vita nomade. Quando uno era stato riconosciuto degno di portare l’acconciatura di guerra, tale onore gli spettava per tutto il resto della sua vita. Di solito, l’acconciatura di guerra spettava sia ai capi guerrieri che ai capi della tribù, ma questo non era comunque un attributo indispensabile alla loro condizione. Poteva darsi che un sentimento di modestia trattenesse i guerrieri più valorosi e capaci dall’affermare il proprio diritto, come poteva pure darsi che un uomo, universalmente riconosciuto degno di portare l’acconciatura, non fosse scelto, o rifiutasse di assumere incarichi ufficiali. Ne derivava che il copricapo di penne non era affatto un segno che distinguesse chi aveva una carica, ma un simbolo dell’opinione personale e collettiva circa quello che era il valore di combattente d’un certo guerriero.

L’acconciatura di guerra veniva preparata dall’uomo stesso, che doveva portarla. La moglie, madre, o sorella che fosse, si limitava a cucire la striscia adorna di perline che cingeva la fronte. L’uomo doveva prepararsi anche gli oggetti magici che avrebbe adoperato, oppure poteva affidare tale incarico all’uomo di medicina. Le donne cucivano l’intero corredo da guerra, dalle casacche alle uose, ai mocassini, a tutti gli altri capi di vestiario maschile; e inoltre tutti gli abiti di ogni giorno per gli uomini, per se stesse, e per gli altri membri della famiglia. Gli uomini si fabbricavano le pipe, le armi, le lariat[1], e vari oggetti di uso esclusivamente maschile.

Gli specchietti non li adoperavamo solo per vestirci e dipingerci, ma anche per fare le segnalazioni. Due persone che fossero in grado di capirsi, potevano, con questo mezzo, comunicare tra loro a grande distanza, anche quando non riuscissero a vedersi. Alcune di queste segnalazioni le comprendevano tutti i membri della tribù. Spesso si poneva mano allo specchietto quando ci si avvicinava a un accampamento e il viaggiatore non fosse sicuro che si trattasse della sua oppure di gente nemica o sconosciuta. In tal caso, i lampeggiamenti di domanda e quelli di risposta, oppure la mancanza di una risposta, toglievano ogni dubbio.

Gamba di Legno o Gambe di Legno fu forse il più famoso guerriero Cheyenne. La sua storia è narrata nel libro Memorie di un guerriero cheyenne. La lunga marcia verso l’esilio, a cura di T.B. Marquis. Nella scheda informativa riportata su ibs,com si legge:

Tra i guerrieri pellerossa il più famoso è stato senza dubbio il cheyenne Gambe di Legno (Wooden Legs), così chiamato per la sua incredibile resistenza fisica. Gambe di Legno partecipò alla battaglia del Little Big Horn contro Custer e fu contattato dall’autore del libro, Thomas Marquis, allo scopo di ricostruire il ricordo di quell’evento. Ne nacque invece una sorta di racconto lunghissimo sulla vita dei cheyenne prima di venire rinchiusi nelle riserve; un racconto vivissimo e dettagliato di tutti i fatti che riempivano le giornate della tribù, negli anni che vanno dal 1855 al 1877 circa. Il libro è prezioso per le descrizioni delle usanze guerriere e di tutti i giorni dei cheyenne e, più in generale, degli indiani delle grandi pianure di allora, quando quasi tutte le altre tribù erano ormai state sconfitte. Queste pagine hanno ispirato i capolavori che hanno reso omaggio agli Indiani di America e cantato la crudele scomparsa del loro mondo, tra cui “Piccolo grande uomo” di Arthur Penn con Dustin Hoffman e la stupenda canzone “Fiume Sand Creek” di Fabrizio del André[2].

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NOTE

[1] Lariat: corda per il bestiame, lazo (termine in uso negli “Stati dell’Ovest” e derivante dal messicano la reaza, corda a laccio.
[2] Sulla strage del fiume Sand Creek (29 novembre 1864) sto periodicamente riportando quanto scritto nel libro di Dee Brown, Seppellite il mio cuore a Wounded Knee.

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Si dice che ogni canzone abbia una vita propria, indipendente da quella che l’autore avrebbe voluto darle. Una vita che le viene data da chi l’ascolta, la fa propria e la erige a simbolo. E le canzoni con queste caratteristiche, ce ne sono, ma non moltissime, sono quelle che non hanno tempo, passano di generazione in generazione.

In questo caso, sto parlando della “Locomotiva” di Francesco Guccini, canzone che, a conclusione dei concerti del “maestrone” fa scattare in aria i pugni chiusi, che nelle manifestazioni fa sentire orgogliosi di essere lì, che ti fa sentire fiero della tua indipendenza di giudizio e di pensiero.

La storia la conoscono tutti. È quella di un giovane ferroviere anarchico che all’inizio del secolo scorso, per protesta, ruba una locomotiva con l’intenzione di andare a schiantarsi contro “un treno carico di signori”. Intervengono le competenti autorità e lo deviano “lungo una linea morta”, con tutto quello che ne consegue.

In occasione delle celebrazioni dei 150 anni dalla morte dell’anarchico Gori, Guccini, che era sul palco fra gli invitati, ne ha raccontato la genesi e la storia. Ce ne dà un resoconto Marinella Venegoni su La Stampa di oggi.

Guccini: questa la verità sulla mia “Locomotiva”

Il cantautore alle celebrazioni dei 150 anni della morte dell’anarchico Gori: “Ne ho dato una visione romantica”

Marinella Venegoni, La Stampa, 11 gennaio 2015

Il Maestrone c’è, e parla ma non canta. Lo fa per lui un glorioso filmato che mette insieme La Locomotiva da concerti di varie epoche: c’è un Guccini bruno, riccioluto e vigoroso, e poi eccolo con i capelli d’argento, sorridere al popolo scatenato nel coro con il pugno chiuso. Al suo fianco sul sofà, Sergio Staino recensisce: «Erano tutti invidiosi che ad ogni tour ti si ringiovanisse il pubblico».

«Perciò fummo ribelli»

Si pensa a Charlie, qui a Rosignano. Si alzano cartelli, si parla di anarchia. Oggi La locomotiva è per molti il canto anarchico più conosciuto, ben più di Addio Lugano Bella dell’avvocato e poeta Pietro Gori, qui celebrato a 150 anni dalla morte; l’ultimo ad averla avuta in repertorio è stato Giorgio Gaber, pensa te. «Giorgio ed io eravamo anarcoidi – si confessa Luporini, il suo coautore – Niente di incanalato, ma ne parlavamo molto. Ci invitavano nei circoli a Carrara, ora so che di gente ne va meno». Addio Lugano bella è senza cover, ed è un addio, anche, alla nostra memoria. Ma qui in teatro, ad ogni canto accennato da Les Anarchistes o Gian Piero Alloisio, i miei vicini di fila scattano: «Nostra patria è il mondo intero/nostra legge la libertà».

Sul palco a raccontare ci sono anche Maurizio Antognoli, direttore di «A», storica rivista anarchica, e Claudia Pinelli: suo padre è sepolto a pochi chilometri da qui. Una tre giorni voluta dal Comune per onorare Pietro Gori: nella serata a cura della Fondazione Gaber, il presidente Paolo Dal Bon ha invitato un mondo di cui non si vedono eredi: chi raccoglierà mai, per esempio, quella Gorizia che Paolo Rossi lancia con baldanza verso la sala piena: «O Gorizia tu sei maledetta/da ogni cuore che sente coscienza/dolorosa ci fu la partenza/e il ritorno per molti non fu». Sempre a partire, a scappare, gli anarchici. Come Pietro Gori, del resto.

Il ferroviere Rigosi

Invece Guccini racconta un’altra storia, nella Locomotiva e la spiega a Rosignano come forse non ha fatto mai: «La mia è una visione romantica, la canzone nasce da incontri strani. In un diario di ex operai del Bolognese dell’800 avevo trovato la storia di questo Pietro Rigosi che arrivato in officina si impadronisce di una locomotiva e si dirige a velocità folle verso Bologna. Deviata su un binario morto, si schiantò contro carri merci fermi. Sbalzato dall’abitato, Rigosi sopravvisse ma non disse mai i perché. Il mio vicino di casa Mignani mi spiegò che era stato un gesto anarchico. Conoscevo uno del circolo anarchico di Carpi e parlandoci mi è venuta voglia di scrivere una canzone in stile Pietro Gori. Non ho mai scritto così veloce, ci ho messo mezz’ora. Scrivevo e prendevo appunti, e l’inizio mi è venuto per ultimo. Il musicologo Roberto Leydi definì La Locomotiva la più bella canzone popolare del Dopoguerra». Uscì nel ‘72, in Radici.

Guccini che canta quella locomotiva «lanciata a bomba contro l’ingiustizia» ora ricorda: «Ai concerti la cantavo per ultima, ma sei volte più veloce». Poi racconta anche, divertito, di certi fans catturati anche a colpi di Locomotiva: «Renzi ha detto che sono il suo cantautore preferito, ma non ne ho colpa».

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Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini

La quarta di copertina ci mostra due giovanotti coi capelli grigi, ma l’occhio vispo, Sono Loriano Macchiavelli, classe 1934, e Francesco Guccini, nato a Modena nel 1940 addì 14 giugno (e ne abbiamo già parlato, in fondo a questo post).

La pioggia fa sul serio è la loro ultima fatica letteraria, ed è la strenna natalizia che ho ricevuto il 26 dicembre da sorella e nipotine. Oggi è il 28 quindi non posso dire di averlo divorato, ma quasi. Chiaramente, trattandosi di un giallo non svelerò trama (qualche indicazione è disponibile a questo link) e assassino, ma ci sono alcune altre considerazioni che secondo me vanno fatte e possono risultare interessanti.

Si potrebbe dire che è un romanzo “all’americana” e non solo per il genere e lo stile di scrittura lineare. Infatti, molti autori statunitensi di best seller, come ad esempio John Grisham, usano il romanzo per veicolare dei messaggi, per sensibilizzare il lettore su temi sociali o di interesse generale. Nel nostro caso, la trama si svolge sull’Appennino toscoemiliano, nei pressi di un paesino chiamato Casedisopra, (una sorta di Vigata settentrionale) con i suoi problemi di dissesto idrogeologico, spopolamento e invecchiamento della popolazione. È chiaro fin dalla prima pagina:

Era un settembre che “così piovoso non s’era mai visto”, sostenevano i vecchi del paese. Non è detto che fosse proprio così. Certo, loro se ne intendevano del tempo e delle avversità meteorologiche. Se ne intendevano anzitutto perché non avevano molti altri argomenti di conversazione con cui passare le giornate.

A metà del mese c’era stata una vera e propria bomba d’acqua, una cosa da diluvio universale, durata un paio d’ore, roba che veniva giù così fitta da non vedere a due metri di distanza. Poi, fortunatamente, s’era un poco quietata, la pioggia, ma aveva continuato a butta già acqua per due notti e due giorni.

Il sole si era fatto vedere, per un po’, poi altra acqua, poi un poco di sole poi, neanche a dire, altra acqua.

Come conseguenza inevitabile frane, in qua e in là. Frane più o meno grosse, smottamenti, un macigno rotolato su una strada, dilavamenti vicino ai fossi ingrossati e pezzi di monte che se ne scendevano giù, verso valle.

L’argomento viene approfondito per il tramite di uno strano personaggio, che mi ha ricordato il Tönle di RIgoni Stern o alcuni dei montanari raccontati da Nuto Revelli quando girava di casa in casa per la provincia di Cuneo armato di registratore. Adùmas – questo il nome, che deve alla passione di suo padre per I tre moschettieri…-, camminando per i boschi, fra sé e sé riflette:

“Poveri boschi” pensò, “poveri castagneti, siete diventati vecchi come me. Pensare che avete sfamato generazioni di persone. Ora le castagne non le raccoglie più nessuno. Troppa fatica, dicono, non vale la pena. Ma una volta qui la fatica era di casa. Ora nessuno vuol più durare fatica. Potendo, fanno bene. Chissà però che non tocchi di nuovo durarla, quella fatica, e non tocchi alla gente, coi tempi che corrono, di tornare a pulirli, questi castagneti. Prima che sia troppo tardi, con tutte le malattie arrivate. Anche dalla Cina, arrivate. Guarda lì quel povero castagno. Secco come un…” Cercò il paragone frugando qua e là, rimuginando quei pensieri. “Secco come un Cristo in croce. Poi ci si mettono anche le frane. Quante sono state quest’anno? Con nessuno che cura più niente, basta un po’ d’acqua… oddio, un po’, ne è venuta ma tanta, non ci sono più fossetti di scolo, nei campi… è che non ci sono più campi coltivati, chi vuole ancora fare il contadino, quassù, hanno ragione, e i muretti crollano, e le mulattiere si intasano, è tutto un gran troiaio, ma in che mondo viviamo…” Imprecò a mezza voce: «E neanche un fungo, neanche l’odore, neanche quelli matti. Per forza, con tutta ‘st’acqua». Ci pensò un momento. “Andare a funghi dopo tant’acqua, ci vuole una bella voglia. Fammi provare al casone di Realdo, dove c’è sempre quella bolata. Il mio povero babbo ci trovava sempre gli ovoli, Chiappali adesso, se sei bono, gli ovoli. Mah! È che gli ovoli vogliono il pulito.” Buttò uno sguardo attorno. “E qui di pulito…”

Fra le righe, i due autori suggeriscono anche una soluzione per salvare la montagna. Soluzione che sembra banale ma, a pensarci bene, non lo è. L’Appennino tutto è stato, nei secoli, tragitto di pellegrini che, da ogni parte d’Europa, si sobbarcavano il viaggio fino a Roma. Nei posti più impensati si trovano edicole votive, chiesette, tracce di antiche osterie, e una serie infinita di vestigia, per lo più malandate, che richiamano alla memoria Medio Evo e Rinascimento. Nel romanzo, Guccini e Machiavelli parlano di una di queste, con un affresco di Piero della Francesca che richiama il mistero della Madonna del Parto, opera custodita in una chiesetta del piccolo comune di Monterchi. Insomma, Guccini e Macchiavelli ci suggeriscono, neanche troppo velatamente, di trascorrere un periodo di vacanza dalle loro parti dove, alla scoperta di meraviglie nascoste.

Anche in questo caso, il personaggio cui viene affidato il compito di illustrare il tema, è assai curioso: un estroso architetto inglese che si esprime in italiano in maniera alquanto “pittoresca”. D’altra parte:

Una frase pronunciata dal Professore tornò in mente a Gherardini: “Siamo talmente abituati alle bellezze del nostro territorio, avendole sotto gli occhi fin dalla nascita, che non le apprezziamo come dovremmo”.

E poi, nel testo, molti temi cari a Guccini (a Macchiavelli non saprei dire. Lessi alcuni suoi romanzi molti anni fa, per cui non posso dire di conoscerne l’opera), del tipo:

[…] Controllò sul cellulare: «Dieci e cinquanta».

Sua madre non avrebbe mai detto “dieci e cinquanta”. Avrebbe detto “dieci minuti alle undici”. O “le undici meno dieci”. Non usava più”.

In due frasi – e qui mi sembra di riconoscere il Guccini del Dizionario delle cose perdute – viene descritto il passaggio dall’ora analogica (le vecchie care lancette) a quella digitale. Oppure il riferimento a uno dei poeti preferiti dal maestrone, il Guido Gozzano che ci accompagna dai tempi de L’Isola non trovata:

Era rimasto colpito dalla sua figura, alta e sottile, ma ben proporzionata, un viso grazioso, bionda, con gli occhi azzurri.

“Azzurro pervinca” si disse, “azzurro di un azzurro di stoviglia… Chi è quel poeta? Ah sì, Gozzano, la signorina Felicita“. […]

E via andare… La finisco qui perché, per un appassionato gucciniano come il sottoscritto, è facile trovare infiniti riferimenti alle canzoni scritte dal “maestrone”. Talmente facile che a volte si trovano anche quando non ci sono…

Un ‘ultima riflessione, anche questa dettata, forse, dal voler trovare quello che non c’è, tanto, si dice, ogni operazione artistica vive una vita a sé. Ed è il lettore, l’ascoltatore, oppure chi guarda che ne trova un significato, anche se questo è completamente diverso da quello che l’autore aveva intenzione di comunicare. In questo caso, il genere scelto, personaggi come Adùmas, la collocazione della vicenda in quella montagna appenninica che fa parte a pieno titolo della profonda provincia italiana, la semplicità di linguaggio, mi hanno fatto pensare alle note scritte da Gramsci nei Quaderni del Carcere in relazione all’assenza di una letteratura nazionale-popolare nell’Italia dell’inizio del secolo scorso e per tutto il precedente, quando si parla delle nuove forme di intrattenimento culturale per il popolo: il romanzo d’appendice in Francia e il romanzo poliziesco in Inghilterra.

——
PS: per approfondire il tema del rapporto dei due autori con la montagna, consiglio di leggere l’intervista a Macchiavelli e Guccini curata da Wu Ming 2 su La Domenica di Repubbica,del 19 giugno 2011: “T’î pròpi un muntàner

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Che GuevaraPossono tre grandi personaggi incontrarsi in una canzone?

Se sono Manuel Vázquez Montalbán, Francesco Guccini ed Ernesto Guevara (senza peraltro dimenticare il grande Juan Carlos “Flaco” Biondini, autore delle musiche), la risposta è decisamente sì.

Dei tre il più famoso è senz’altro “Che” Guevara (provate a chiedere a un giapponese se conosce Guccini…) e infatti la canzone è a lui dedicata.

Qualche anno fa Montalbán, basandosi su testi scritti dallo stesso Guevara, compose il Poema al Che:

Un pueblo puede liberarse a sí mismo
pese a su jaulas de animales electrodomésticos
en la vanguardia de América
debemos hacer sacrificios
por el camino lento de la plena libertad

Y si el revolucionario
non tiene otro descanso que su muerte
que renuncie al descanso y sobreviva
que nada o nadie lo detenga
siquiera por un istante de beso o por algún calor de piel o prebenda.

Los hechos de la conciencia interesan tanto como la perfección de un resultado
luchamos contra la miseria
pero al mismo tiempo contra la enajenación.

Dejenme decirlo
el revolucionario verdadero está guiado por grandes sentimientos de amor
tiene hijos que non aprenden a llamarlo
mujeres que hacen parte de su sacrificio
sus amigos son sus compañeros de la revolución.

Adiós viejos
ésta es la definitiva
no lo busco pero está dentro del cálculo
adiós Fidel,
ésta es la definitiva
bajo los cielo de la gran patria del Bolívar
la luna de Higueras es la luna de Playa Girón.

Soy un revolucionario cubano
Soy un revolucionario de América
Señor coronel
soy Ernesto, el Che Guevara
dispare
seré tan útil muerto como vivo.

Flaco Biondini, musicista argentino, decise di mettere in musica il testo di Montalbán e lo fece sentire a Guccini, il quale, a sua volta, volle tradurlo e inserirlo nel suo album “Ritratti” del 2004:

Un popolo può liberare se stesso
dalle sue gabbie di animali elettrodomestici
ma all’avanguardia d’America
dobbiamo fare dei sacrifici
verso il cammino lento della piena libertà.

e se il rivoluzionario
non trova altro riposo che la morte,
che rinunci al riposo e sopravviva;
niente o nessuno lo trattenga,
anche per il momento di un bacio
o per qualche calore di pelle o prebenda.

I problemi di coscienza interessano tanto
quanto la piena perfezione di un risultato
lottiamo contro la miseria
ma allo stesso tempo contro la sopraffazione

Lasciate che lo dica
mai l rivoluzionario quando è vero
è guidato da un grande
sentimento d’amore,
ha dei figli che non riescono a chiamarlo,
mogli che fan parte di quel sacrificio,
suoi amici sono “compañeros de revolucion”.

Addio vecchi, oggi è il giorno conclusivo;
non lo cerco, ma è già tutto nel mio calcolo.
Addio Fidel, oggi è l’atto conclusivo;
sotto il mio cielo, nella gran patria di Bolìvar
la luna de Higueras è la luna de Playa Giron.
Sono un rivoluzionario cubano.
Sono un rivoluzionario d’America.

Signor Colonnello, sono Ernesto, il “Che” Guevara.
Mi spari, tanto sarò utile da morto come da vivo

Lo stesso Guccini, nel 2000, aveva pubblicato l’album “Stagioni” con il brano omonimo, anch’esso dedicato a Ernesto Guevara. La canzone Stagioni ha una genesi particolare. Una parte venne infatti scritta di getto subito dopo la morte del rivoluzionario argentino nell’ottobre del 1967 e lasciata in un cassetto, Trent’anni dopo, Guccini, vedendo ai suoi concerti moltissimi giovani che indossavano la maglietta con la famosa effige, provò a far ascoltare le poche strofe fino ad allora scritte e, vedendo l’accoglienza entusiastica da parte del pubblico, decise di completarla. Eccola:

Infine una curiosità. Ernesto Guevara era nato a Rosario il 14 giugno del 1928, mentre Guccini è nato a Modena il 14 giugno 1940, anni diversi ma lo stesso giorno. Per gli appassionati di numerologia – materia della quale non so assolutamente nulla, ma mi ha stupito la ricorrenza – va segnalato che anche Montalbán era nato il 14, ma questa volta di luglio, esattamente il 14 luglio 1939. Non so se questo significhi qualcosa,.. se sì, fatemelo sapere.

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Quando l’altro giorno ho scritto quelle poche righe sulla poetica di Francesco Guccini, avevo intenzione di concludere indicando il link a un saggetto, intitolato semplicemente Francesco Guccini, che, a quanto pare, è stato scritto da Roberto Vecchioni, o meglio, dal professor Vecchioni. Infatti, è pubblicato sul sito dell’Università di Pavia, dove il noto cantautore milanese insegna Forme di poesia per musica nei corsi di laurea interdipartimentali Comunicazione, Innovazione, Multimedialità e Comunicazione Professionale e Multimediale.

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Però non ho mai detto che a canzoni
si fan rivoluzioni
si possa far poesia…

Nell’Avvelenata, Guccini metteva le mani avanti. I Settanta erano anni in cui, a salire su un palco, c’era da aver paura. A Santana tirarono le molotov, lo stesso Guccini venne pesantemente contestato per quella che sembrava una sua mancanza di coerenza rispetto al messaggio rivoluzionario del periodo, e ci era rimasto, com’è ovvio, malissimo; ce lo ricorda anche Vecchioni in Canzone per Francesco:

Ma coi ragazzi c’era un fatto personale
non ha capito chi ci marcia su e chi vale.
La rabbia un tempo la scandiva
soltanto la locomotiva
gettata a sasso sulla strada…

E anche Edoardo Bennato, in quegli anni, teneva a precisare che Sono solo canzonette.

Ma torniamo a Guccini e all’Avvelenata. Con le canzoni non si è fatta la rivoluzione, questo ormai è assodato. Ma per fortuna, Guccini – e altri con lui – un po’ di poesia sono riusciti a farla. Forse inconsapevolmente, ma abbastanza da vincere il prestigioso Premio Librex Montale nella categoria Poetry for music. A Guccini il premio venne conferito nel 1992 per la sua Canzone delle domande consuete.

Vedi anche Ancora sulla poetica di Francesco Guccini

Una riflessione sulla poetica di Francesco Guccini

Di Marco Sgrignoli, OndaRock

“No, Guccini non mi piace, troppo politicizzato“. L’ho sentita molte volte, questa frase o una sua equivalente. Uno scrive La locomotiva e da lì in poi basta, sarà per sempre “il cantautore di sinistra”. Ho perfino fatto il conto, una volta: le sue canzoni anche solo lontanamente “schierate” sono meno di un quinto del totale. Ma non importa. Non importa, perché sentendo Cyrano è facile restare incantati dall’utopia o gridare all’eccesso di retorica; insomma, la reazione è immediata: bello/brutto, amore/orticaria. E allora contano poco tutti gli altri pezzi meno espliciti, meno moraleggianti e a ben vedere anche meno orecchiabili: il Guccio è il poeta dell’Eskimo, della Primavera di Praga e del Che, punto.

Punto un corno. Chi non va oltre al Guccini “sessantottino” se non per qualche sporadico sentimentalismo d’effetto (Canzone per un’amica, Farewell, Incontro) o goliardata di lusso (La genesi, I fichi) non sa cosa si perde. E cosa si fa sfuggire sotto il naso, perché alcuni di questi pezzi nascondono proprio le “chiavi d’accesso” a quello che l’amico Vecchioni definisce il Guccinicantadubbio.

Incontro, ad esempio: perché non cominciare da qui. La storia è semplice, no? Dopo dieci anni incontrare un’amica (una ex?), a cena da lei abbozzarne un resoconto e poi, inevitabilmente, finire a parlare dei bei tempi andati. Come in un libro scritto male il marito di lei si è ucciso per Natale, ma non è tristezza quella avvolge la situazione: è piuttosto una dolce nostalgia, disillusione, malinconia sottile (Amerigo).

Una sensazione che è centrale nella poetica di Guccini e si coniuga con altri due temi fondamentali: lo scorrere del tempo e la Verità.

In Gulliver, il navigatore di Swift ormai vecchio racconta ai nipoti delle sue avventure:

E sorridendo come sa sorridere soltanto
Chi non ha più paura del domani,
Parlava coi nipoti, che ascoltavano l’incanto
Di spiagge e odori, di giganti e nani,
Scienziati ed equipaggi
E di cavalli saggi
Riempiendo il cielo inglese di miraggi.

I racconti di Gulliver sono per chi ascolta solo incanto, miraggio. L’età porta forse con sé la saggezza, ma questa non può essere trasmessa ed è per gli altri indistinguibile dalla fantasia.

Ma se i desideri sono solo nostalgia
O malinconia di innumeri altre vite,
Nei vecchi amici che incontrava per la via,
In quelle loro anime smarrite,
Sentiva la balbuzie intellettuale e l’afasia
Di chi gli domandava per capire;
Ma confondendo i viaggi con la loro parodia,
I sogni con l’azione del partire
Di tutte le sue vite vagabondate al sole
Restavan vuoti gusci di parole.

L’incapacità di capire ricade però su Gulliver stesso, che non sa più discernere tra realtà e immaginazione: il racconto perde di corpo, restano solo vuoti gusci di parole. La Verità è allora impossibile da trattenere, e ancor più da esprimere a parole, al punto tale che nulla possono i poteri accumulativi di età ed esperienza: da tempo e mare non si impara niente.

La Verità si svela invece in epifanie, momenti di illuminazione in cui sembra di poterla cogliere, ma svaniscono prima che sia possibile razionalizzare. Ecco dunque L’isola non trovata:

Appare a volte avvolta di foschia, magica e bella,
Ma se il pilota avanza, su mari misteriosi è già volata via,
Tingendosi d’azzurro color di lontananza.

Tutto quel che resta delle fugaci apparizioni è il ricordo di questa stupida ebbrezza (L’orizzonte di K.D.), che si tramuta proprio in malinconia sottile, assieme rimpianto di un’occasione persa e gioia di riviverla anche se sbiadita.

Occasioni perdute che traducono l’incapacità di vivere il presente, perennemente sospesi tra nostalgia del passato e speranza (già in partenza disillusa) di riaverlo in futuro: Autogrill è un breve attimo di folgorazione, intuizione di una possibilità di cambiamento, immediatamente scartata preferendo per pigrizia il rimpianto al rimorso; Lettera constata che il tempo non ha pietà dei continui rinvii e tentennamenti di chi aspetta sempre l’inverno per desiderare una nuova estate:

Io sdraiato sull’erba verde fantastico piano sul mio passato
Ma l’età all’improvviso disperde quel che credevo e non sono stato

[…]
Ma il tempo, il tempo chi me lo rende, chi mi da indietro quelle stagioni
Di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia, il gesto, donne e canzoni,
Gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
L’arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?

Fra le righe della stessa Lettera emerge il mito della Natura e dell’infanzia come condizione di innocenza, “Età dell’Oro” ormai irrecuperabile, che arriva a identificarsi implicitamente con l’estasi senza tempo che è causa e oggetto della malinconia sottile:

Son tornate a sbocciare le strade, ideali ricami del mondo
Ci girano tronfie la figlia e la madre nel viso uguali e nel culo tondo
In testa identiche, senza storia, sfidando tutto confini
Frantumano un attimo quella boria grida di rondini e ragazzini

La collina è interamente incentrata su questo dualismo, ma la sovrapposizione si fa totale in La canzone della bambina portoghese, summa dell’epifanismo Gucciniano. Alla supponenza degli adulti e delle loro certezze, si contrappone l’istante di ineffabile meraviglia vissuto da una bambina di fronte all’immensità dell’Oceano.

Gli amici vicino sembravan sommersi dalla voce del mare
O sogni o visioni qualcosa la prese e si mise a pensare
Sentì che era un punto al limite di un continente
Sentì che era un niente, l’Atlantico immenso di fronte.
E in questo sentiva qualcosa di grande
Che non riusciva a capire,
Che non poteva intuire,
Che avrebbe capito
Se avesse saputo, lei,
Che l’Oceano è infinito.
Ma il caldo l’avvolse e si sentì svanire, e si mise a dormire.
E fu solo nel sole, come di mani future.
Restaron soltanto il mare e un bikini amaranto.

All’opposto speculare, quantomeno per la scelta del protagonista, è Bisanzio. Qui i temi già analizzati assumono una dimensione epica, tragica, disarmante. Filemazio, dotto di una Costantinopoli in decadenza traccia il bilancio desolante ella sua vita, spesa in nome di una Ragione che non gli ha insegnato come leggere il senso del Mondo, più chiaro a barbari che forse sanno già la Verità.

Io, Filemazio, protomedico, matematico, astronomo, forse saggio
Ridotto come un cieco a brancicare attorno
Non ho la conoscenza, od il coraggio, per fare quest’oroscopo, per divinar responso
E resto qui a aspettare che ritorni giorno.
E devo dire, devo dire che sono forse troppo vecchio per capire
Ho perso la mia mente in chissà quale abuso od ozio,
Ma stan mutando gli astri nelle notti d’equinozio.
O forse io, forse io ho sottovalutato questo nuovo Dio
Lo leggo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando
Ma è un debole presagio che non dice come e quando.

Cari gucciniani di Dio è morto e Cyrano, spero che questo excursus attraverso alcuni brani “minori” della sua discografia possa gettare una nuova luce sul finale della “vostra” Incontro:

E pensavo dondolato dal vagone:
Cara amica, il tempo prende, il tempo da;
Noi corriamo sempre in una direzione
Ma qual sia e che senso abbia chi lo sa.
Restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento
Le luci nel buio di case intraviste da un treno.
Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa
E il cuore di simboli pieno.

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Video rarissimo del 1977 nel quale i tre cantautori, a pranzo in un’osteria milanese, si divertono a cantare un classico della canzone milanese.

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Nel suo ultimo lavoro, L’ultima Thüle (2012), Francesco Guccini dedica una canzone ai partigiani dell’Appennino emiliano. Il brano è la trascrizione in italiano e in musica di una poesia di Gastone Vandelli, uno di massimi esponenti della poesia dialettale bolognese, vincitore di svariati premi.

Si dice che la poesia di Vamdelli sia stata mostrata a Guccini da Loriano Machiavelli, il coautore di molte opere letterarie del “maestrone”, nel corso di uno dei loro periodici incontri. Commosso, Guccini avrebbe deciso di trasformarla in canzone. Un parto lungo, iniziato nel 2001 e terminato, sembra, nel 2009.

Su in collina
Francesco Guccini
Môrt in culéṅna
Gastone Vandelli
Pedro, Cassio ed anche me, quella mattina
sotto una neve che imbiancava tutto
dovevamo incontrare su in collina
l’altro compagno, Figl’ del Biondo, il Brutto
Mé, Cassio, Pêdro al Mòro, cla matéṅna,
såtta una naiv ch’la s inbianchèva tótt,
avêven da incuntrèr só la culéṅna
al fiôl dal Biånnd, ciamè da tótt “al Brótt”.
Il vento era ghiacciato e per la schiena
Sentivamo un gran gelo da tremare
c’era un freddo compagni su in collina
che non riuscivi neanche a respirare
Al vänt l êra giazè e par la schéṅna
a sintêven di brévvid da tarmèr,
ai êra un fradd cunpâgn, só la culéṅna,
ch’as tulêva la fôrza ed respirèr.
Andavamo via piano, “E te cammina!”
perché veloci non potevamo andare
ma in mano tenevam la carabina
ci fossero dei Crucchi a cui sparare
E caméṅna pian pian, che té caméṅna,
parché andèr fôrt an s psêva par cal żêl,
con nó avêven tôlt la carabéṅna
ch’l’êra cåntr ai tudéssc al nòster fêl.
Era della brigata Il Brutto su in collina
ad un incrocio forse c’era già
e insieme all’altra stampa clandestina
doveva consegnarci “l’Unità”
Arivénn al incråuṡ d una stradléṅna
pr incuntrères con quall ed la Brighè
che insàmm a cl’ètra stanpa clandestéṅna
l avêva da cunsgnères l’Unitè.
Ma Pedro si è fermato e stralunato
gridò “compagni mi si gela il cuore
legato a tutto quel filo spinato
guardate là che c’è il Brutto, è la che muore”
Quand Pêdro as farmé ed bòt, tótt agitè
«Cunpâgn – al déss – a m sént giazèr al côr,
a n vdî là in fånnd, lighè a cla ramè?
Par Dío, l é ló, l é al Brótt ch’l é là ch’al môr!».
Non capimmo più niente e di volata
tutti corremmo su per la stradina
là c’era il Brutto tutto sfigurato
dai pugni e i calci di quegl’assassini
Nó a n capénn pió gnént e żå, d vulè,
tótt quant fén a cal pónt, in cal stradlén
dóvv ai êra al Brótt che l êra sfigurè
dal bòt ch’i i avêven dè chi asasén.
Era scalzo, né giacca né camicia
lungo un filo alla vita e tra le mani
teneva un’asse di legno e con la scritta
“questa è la fine di tutti i partigiani”
L êra dschèlz, sänza giâca, ne capèl,
nûd fén ala zintûra e lighè al man
l avêva un’âsa ed laggn fâta a cartèl
con scrétt “Quassta l’é la fén pr i partigiàn!”.
Dopo avere maledetto e avere pianto
l’abbiamo tolto dal filo spinato
sotto la neve, compagni, abbiam giurato,
che avrebbero pagato tutto quanto.
Dîr quall che nó a pruvénn in cal mumänt
an s pôl, cunpâgn, an s pôl, cardîm a mé;
ai êren tótt quant fòra ed sentimänt
davanti a cal cunpâgn ardótt acsé.
L’abbiam sepolto là sulla collina
e sulla fossa ci ho messo un bastone
Cassio ha sparato con la carabina
un saluto da tutto il battaglione
Dåpp avair maledàtt e avair zighè,
a stachénn cal dṡgraziè dala ramè
e só la naiv, cunpâgn, avän żurè
ch’i arénn paghè cla môrt, ch’i arénn paghè!
Col cuore stretto siam tornati indietro
sotto la neve andando, piano piano
piano sul ghiaccio che sembrava vetro
piano tenendo stretta l’asse in mano
E pò a suplénn al Brótt só la culéṅna
e só la bûṡa mé a i mité un bastån.
Cassio al tiré dû cûlp ed carabéṅna,
ûltum salût ed tótt al batagliån.
Quando siamo arrivati su al comando
ci hanno chiesto: “la stampa clandestina!”
Cassio mostra il cartello in una mano
e Pedro indica un punto su in collina
Col côr asrè a s aviénn par cla stradléṅna
che la purtèva al cmand dal batagliån,
pian pian, såtta ala naiv, in cla matéṅna,
turnànd só i nûster pâs con cl’âsa in man.
Il cartello passò di mano in mano
sotto la neve che cadeva fina
in gran silenzio ogni partigiano
guardava quel bastone su in collina
Quand a fónn arivè ala puṡiziån
i se dmandénn la stanpa clandestéṅna;
Cassio al mustré al cartèl con una man
e Pêdro al sgné cal pónt só la culéṅna.
Al cartèl al pasé da man a man,
la naiv la caschèva féṅna féṅna,
in gran silänzi, tótti i partigiàn
i guardénn cal bastån só la culéṅna.

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Dall’album D’amore, di morte e di altre sciocchezze, 1996.

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