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Archive for the ‘Resistenza e Resistenze’ Category

Esattamente 151 anni fa, il 29 novembre 1864, si svolse uno dei peggiori massacri nella storia della conquista coloniale dell’America del Nord. Forse non per il numero di morti e feriti, ma per le modalità, particolarmente brutali con cui si svolge: una strage di donne, anziani e bambini pianificato fin nei minimi dettagli.

Sto parlando dell’assalto, da parte dell’esercito degli Stati Uniti all’accampamento di Cheyenne e Arapaho nei pressi del fiume Sand Creek. Un fatto storico che ha ispirato romanzieri (fra cui Salgari, Sulle frontiere del Far West), musicisti (ad esempio Fabrizio de André) e cineasti.

Quello degli indiani d’america fu probabilmente il più spietato sterminio della storia. Un intero popolo, milioni di individui pacifici che vivevano in perfetta simbiosi con il loro ambiente, furono uccisi con diversi mezzi, fra cui la guerra batteriologica, all’unico scopo di impossessarsi delle loro terre e delle risorse in esse contenute. A questo proposito, recentemente, ho deciso di avviare un progetto su Internet, in modo da divulgare il più possibile la storia dei pellerossa, le loro tradizioni e la loro filosofia di vita. Questo progetto, ancora agli albori, si chiama america[N]atives.

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Un’altra opera di Sherko Bekas, poeta curdo del Novecento.

Quando

Quando prendi un suo raggio
e con quello scrivi,
ti fa visita il sole
e ti regala un libro.

Quando sai leggere
le parole dell’onda
ti fa visita l’acqua
e ti regala la sua ninfa più bella.

E quando ti si accende nel cuore
l’amore per gli oppressi
ti fa visita il futuro
e ti offre tutta la felicità del mondo.

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Sherko Bekas nel 2007

Nato il 2 maggio 1940 a Sulaimaniya nel Kurdistan iracheno e figlio del poeta Fayak Bekas, Sherko Bekas (Şêrko Bêkes in lingua originale), nel 1961 venne colpito da mandato di cattura per la sua attività letteraria. Aderì al Movimento di liberazione della sua terra nel 1965 e fu collaboratore della “Voce del Kurdistan”, la stazione radio dell’organizzazione, fino a che non dovette  lasciare la sua terra d’origine nel 1986 per ragioni politiche trasferendosi, esule, in Svezia, dove visse dal 1987 al 1992, quando rientrò nel Kurdistan iracheno liberato, dove assunse la carica di ministro della Cultura. Morì di cancro il 4 agosto 2013 a Stoccolma.

Figlio d’arte, iniziò la sua carriera di poeta giovanissimo. La sua prima pubblicazione, infatti, risale a quando era appena diciassettenne. Nel 1970, con altri autori pubblicò il manifesto Osservatorio per il rinnovamento del linguaggio letterario e nel 1971 introdusse l’elemento “Rüwamge” (visione) nella poesia curda, rompendo con le rigide regole tradizionali del genere quali la rima.

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Mahmoud Darwish

La vicenda umana di Mahmoud Darwish è simile a quella di molti altri scrittori, poeti e intellettuali originari di paesi in guerra. All’attività letteraria o artistica in generale si unisce, infatti, quella di militante politico e sociale, spesso causa di carcerazione ed emigrazione.

Darwish, palestinese e considerato uno dei principali autori del mondo arabo contemporaneo, ha raccontato l’orrore della guerra, l’oppressione del suo popolo e l’esilio. Il suo villaggio natale, al-Birwa, dove nacque il 13 marzo 1941, venne distrutto dalle truppe israeliane durante la Nakba del 1948 e oggi non esiste più. Per scappare alle persecuzioni sioniste scappò insieme alla famiglia in Libano e successivamente – non potendone fare a meno – rientrò nella sua patria, nel frattempo divenuta territorio dello Stato d’Israele, da clandestino. Proprio questa condizione di “ospite illegale”, di “alieno” nel suo stesso paese diverrà uno dei temi principali della sua produzione letteraria.

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Mehmet (o Mehmed) Emin Bozarslan

Trovo che questa poesia di Mehmet (o Mehmed) Emin Bozarslan, poeta curdo del XX secolo, sia emblematica dello stato di angoscia e oppressione in cui vive quel popolo. Bozarslan, nato nel Sud della Turchia nel 1935, chiese asilo politico in Svezia nel 1978. Da allora vive nel paese scandinavo a Uppsala.

La sua vicenda personale lo vede due volte imprigionato: la prima, per aver dato alle stampe Alfabê, un abbecedario per lo studio della lingua curda che venne pubblicato in Turchia nel 1968, con l’accusa di separatismo; sotto il regime militare venne nuovamente incarcerato dal 1971 al 1974.

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La vettura di Mussolini. La freccia indica il punto dell’impatto della bomba scagliata da Lucetti

Molto poco sarebbe bastato per cambiare, forse, il corso della storia. L’11 settembre del 1926, infatti, Mussolini stava compiendo, a bordo di una Lancia Lambda coupé de ville, il consueto tragitto che lo portava da casa a Palazzo Chigi. Un anarchico carrarese, tale Gino Lucetti, che si era appostato nel piazzale di Porta Pia, lanciò contro l’auto del dittatore una bomba artigianale. La bomba, anziché centrare il finestrino, sfondandolo, andò a rimbalzare contro il bordo superiore metallico e rimbalzò in strada. Qualche secondo dopo esplose ferendo otto passanti. Mussolini rimase illeso.

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Claudio Vercelli, Il Manifesto, 2 settembre 2015

L’importante volume di Philip Cooke L’eredità della Resistenza passa criticamente in rassegna le prospettive interpretative su un fenomeno che ha visto manifestarsi una molteplicità di intenzioni, culture politiche e soggetti sociali

Per cele­brare la sua «resi­stenza» per­so­nale con­tro l’allora «editto bul­garo» – cor­reva l’anno 2002 e Sil­vio Ber­lu­sconi da Sofia aveva appena messo all’indice tre note firme della Rai – un gigio­ne­sco ed ego­cen­trico Michele San­toro cantò, in esor­dio della sua tra­smis­sione, alcune strofe di «Bella ciao». Fu uno stra­zio di note, di tona­lità e di ragioni ma l’escamotage dell’identificarsi con i motivi, non solo canori, della lotta di Libe­ra­zione parve fun­zio­nare. L’autobeatificazione, infatti, pagò. Ber­lu­sconi oggi sta die­tro le quinte della poli­tica, pur con­ti­nuando a mano­vrarne alcuni set­tori, men­tre San­toro con­ti­nua a reci­tare sul pal­co­sce­nico media­tico la sua par­ti­tura. Pari e patta. Quasi due facce della mede­sima meda­glia, ancor­ché di conio dif­fe­rente. Detto que­sto, qual è il vero nesso tra le abili com­par­sate pub­bli­che di un popu­li­sta tele­vi­sivo e una tra­iet­to­ria, quella com­piuta dalla memo­ria col­let­tiva della Resi­stenza, nelle sue mol­te­plici decli­na­zioni? Più pro­pria­mente, insieme ad un’identità esi­ste anche un’eredità della Resistenza?

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Alessandro Portelli, Il Manifesto, 30 luglio 2015

Le ferite d’Europa. Un po’ per volta l’Europa sta ritrovando le sue radici: confini inviolabili, egoismi e pregiudizi nazionali e razziali, l’eredità di un secolo e mezzo di colonialismo, le conseguenze di guerre dissennate a cavallo del terzo millennio, gli effetti del pensiero unico occidentale in forma di liberismo sfrenato

Da Lam­pe­dusa non si entra. Da Calais non si esce. Da Ven­ti­mi­glia non si passa. Dalla Ser­bia a Buda­pest si viag­gia in vagoni piom­bati. A Ceuta e Melilla, enclave spa­gnole in terra d’Africa, come al con­fine fra Bul­ga­ria e Tur­chia o al con­fine fra Unghe­ria e Ser­bia, si alzano reti­co­lati e muri.

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Giuliana Sgrena, Il Manifesto, 26 giugno 2015

Chi riu­scirà a scon­fig­gere i ter­ro­ri­sti dell’Isis? Solo chi ha un pro­getto di società alter­na­tivo a quello fon­da­men­ta­li­sta del calif­fato e dei suoi soste­ni­tori, a oriente e a occidente.

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Metà dei rifugiati del mondo sono minori, costretti a scappare e spesso separati dalla loro famiglia.

Non dobbiamo dimenticare che prima che rifugiati anzitutto sono bambini e hanno il diritto a esserlo!

20 giugno, giornata mondiale del rifugiato: su due rifugiati uno è un bambino, da Terre des hommes.

 

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Ieri pomeriggio, in coda all’assemblea pubblica della Rete a Sinistra in piazza don Gallo a Genova, abbiamo avuto modo di ascoltare la testimonianza “fresca di giornata” dei due parlamentari genovesi di sinistra: Luca Pastorino e Stefano Quaranta, appena tornati da Ventimiglia e, va detto, sensibilmente colpiti da quello che hanno visto, soprattutto da una “restituzione” di profughi da parte della polizia francese a quella italiana.

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Migranti alla frontiera di Ventimiglia

Questa istantanea dei migranti bloccati alla frontiera di Ventimiglia fra Italia e Francia è il simbolo crudo del fallimento e dell’ipocrisia delle politiche europee. A parole l’Unione Europea, che è molto, troppo diversa da quegli Stati Uniti d’Europa sognati da Altiero Spinelli, si erge a paladino dei diritti. Nei fatti…

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Cecilia Strada

In questi giorni i social network sono infestati da dichiarazioni squallidissime e sempre uguali in relazione al problema dei migranti. La più frequente è quella che invita a portarsi i profughi a casa propria (cosa che fra l’altro molti hanno fatto). Bene fa quindi Cecilia Strada a dare una risposta provocatoria e a mettere il dito sulla piaga delle inefficienze (prima di tutto culturali) del governo italiano e dell’Unione Europea. Ecco la dichiarazione postata su Facebook.

Perché non ospiti i profughi a casa tua? E perché dovrei? Vivo in una società e pago le tasse. Pago le tasse così non devo allestire una sala operatoria in cucina quando mia madre sta male. Pago le tasse e non devo costruire una scuola in ripostiglio per dare un’istruzione ai miei figli. Pago le tasse e non mi compro un’autobotte per spegnere gli incendi. E pago le tasse per aiutare chi ha bisogno.

Ospitare un profugo in casa è gentilezza, carità. Creare – con le mie tasse – un sistema di accoglienza dignitoso è giustizia. Mi piace la gentilezza, ma preferisco la giustizia.

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Trovo che questo manifesto, di provenienza sezione PD “Ponte Milvio” di Roma, sia bellissimo e rappresentativo del forte disagio che molti militanti del Partito democratico provano in questo periodo.

Particolarmente significativa l’ultima riga, che riporto perché scritta piccola:

Manifesto affisso da M. Polli nel rispetto della pluralità di opinioni

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Dove siete, partigia di tutte le valli,
Tarzan, Riccio, Sparviero, Saetta, Ulisse?

Molti dormono in tombe decorose,
quelli che restano hanno i capelli bianchi
e raccontano ai figli dei figli
come, al tempo remoto delle certezze,
hanno rotto l’assedio dei tedeschi
là dove adesso sale la seggiovia.

Alcuni comprano e vendono terreni,
altri rosicchiano la pensione dell’Inps
o si raggrinzano negli enti locali.
In piedi, vecchi: per noi non c’e’ congedo.

Ritroviamoci. Ritorniamo in montagna,
lenti, ansanti, con le ginocchia legate,
con molti inverni nel filo della schiena.
Il pendio del sentiero ci sarà duro,
ci sarà duro il giaciglio, duro il pane.

Ci guarderemo senza riconoscerci,
diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi.
Come allora, staremo di sentinella
perché nell’alba non ci sorprenda il nemico.

Quale nemico? Ognuno e’ nemico di ognuno,
spaccato ognuno dalla sua propria frontiera,
la mano destra nemica della sinistra.
In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:
La nostra guerra non e’ mai finita.

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Qui
vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti
li avessero aperti
per sempre
alla luce.

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Anna Maria Merlo, Il Manifesto, 21 aprile 2015

Bruxelles studia l’ipotesi di “operazioni militari” contro i trafficanti. L’obiettivo di Frontex resta sempre lo stesso: difendere la fortezza Europa. Le proposte della Commissione. La protesta delle associazioni umanitarie

Ue sarà più «soli­dale», come afferma Mat­teo Renzi, ma que­sta soli­da­rietà si esprime senza uscire dai cri­teri che hanno por­tato alla crea­zione di Fron­tex, dieci anni fa e, alla fine dell’anno scorso, del suo pro­gramma Tri­ton: sor­ve­gliare e punire, respin­gere il più pos­si­bile i migranti dispe­rati che cer­cano di sca­lare la for­tezza Europa. Tra i dieci punti pre­sen­tati dalla Com­mis­sione per rispon­dere nell’immediato all’emergenza dei 1600 morti in nean­che quat­tro mesi di que­sto 2015 (un morto ogni due ore, in media), ve ne sono alcuni molto pro­ble­ma­tici: Bru­xel­les pro­pone al Con­si­glio euro­peo straor­di­na­rio di domani dei capi di stato e di governo di orga­niz­zare una più pre­cisa lotta ai traf­fi­canti, di bloc­care le strade uti­liz­zate dai migranti, di seque­strare e distrug­gere i barconi.

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Enzo Costa nel porto di Genova

Questa poesia è stata scritta da Enzo Costa, giornalista e umorista recentemente scomparso, ascoltando i discorsi dei passeggeri sugli autobus. Affermazioni fatte, purtroppo, a Genova, città un tempo nota per l’accoglienza, non in qualche paesino sperduto della Louisiana.

Venne pubblicata per la prima volta sulla storica rivista satirica Cuore (anno I) il 2 aprile di venticinque anni fa e, quando l’ho sentita recitare un paio di mesi fa alla festa della Comunità di San Benedetto al Porto, mi ha stupito – in negativo – per l’attualità. In tutti questi anni nulla se qualcosa è cambiato lo ha fatto in peggio ed è sempre più urgente intervenire sulla deriva culturale del popolo italiano, a partire dall’accettazione del fatto che siamo di fronte a un’ondata epocale di migrazioni, non a un fenomeno transitorio e limitato nel tempo.

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Migranti

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