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Posts Tagged ‘Joseph Stiglitz’

Correva l’anno 1971 quando usciva il celebre libro di Roberto Vacca, Medioevo prossimo venturo, per l’appunto. Scopro oggi, nel fare qualche ricerca su Internet che, una trentina d’anni dopo ne è stato fatto un aggiornamento, che non ho letto, in cui vengono apportate le dovute correzioni e aggiornamenti. Ma non è di questo che voglio trattare.

William Hogarth, Il Banchetto (1754)

Volendo associare al concetto di Medio Evo un’immagine, la prima che mi viene in mente è quella di un banchetto. A tavola, insieme al nobile, siedono i suoi ospiti, mentre tutt’attorno uno stuolo di servitori, musici, saltimbanchi, buffoni, lavoranti vari si occupa di servirli, riverirli e intrattenerli fra una portata e l’altra, per avere poi la possibilità di dividersi gli avanzi e gli scarti della “crapula” (l’immagine qui sopra – “Il banchetto” di William Hogarth – rende bene l’idea, anche se si riferisce a un periodo storico diverso).

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Adam S. Hersh e Joseph Stiglitz, sbilanciamoci.info, 13 ottobre 2015

Il Tpp ha ben poco a che fare con il libero scambio, e somiglia piuttosto a un accordo che vuole gestire i rapporti commerciali e di investimento tra i suoi membri ­per conto delle più potenti lobby di ciascun paese

Mentre i negoziatori e i ministri degli Stati Uniti e degli altri undici paesi del Pacifico si incontrano ad Atlanta per definire i dettagli del nuovo Accordo Trans-Pacifico (TPP), un’analisi più seria è fondamentale. Il più grande accordo della storia sul commercio e gli investimenti non è come sembra.

Si sentirà parlare molto dell’importanza del TPP per il “libero scambio”. La realtà è che si tratta di un accordo che vuole gestire i rapporti commerciali e di investimento tra i suoi membri ­- e farlo per conto delle più potenti lobby di ciascun paese. Fate attenzione: è evidente dalle principali questioni, sulle quali i negoziatori stanno ancora contrattando, che il TPP non ha niente a che fare con il “libero” scambio.

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Pietro Reichlin, eutopiamagazine.eu, 21 settembre 2015

La crisi greca ha prodotto una notevole divaricazione d’idee tra esperti e commentatori. Una scuola di pensiero influente esprime un punto di vista molto critico nei confronti della Germania, delle istituzioni europee e, qualche volta, della stessa idea di unione monetaria.

La gestione della politica monetaria e fiscale a livello europeo sarebbe troppo concentrata sull’obiettivo di ridurre i disavanzi di bilancio, e dominata da scelte tecniche invece che politiche.

In concreto, occorreva dare alla Grecia maggiore spazio fiscale (un piano di rientro dai disavanzi più lento) e concedere un ulteriore taglio del debito. Queste concessioni avrebbero comportato un costo irrilevante per l’Eurozona e consentito alla Grecia di uscire dalla crisi.

Autorevoli economisti (tra cui Eichengreen, Stiglitz e Krugman) hanno apertamente criticato l’ultimo accordo perché esso non contiene misure di stimolo fiscale ed è troppo oneroso per il paese.

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Giorgio Lunghini, Il Manifesto, 17 ottobre 2015

Un investimento è davvero tale se aumenta lo stock di capitale di un paese, per esempio se si costruisce una nuova fabbrica, si impiegano nuove macchine e si assumono nuovi lavoratori

In molti paesi civili, di là e di qua dall’Atlantico, dagli stessi Stati uniti alla Ger­ma­nia, il Ttip è oggetto di cri­ti­che severe e ben fondate.

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Valentino Parlato, Il Manifesto, 23 luglio 2015

L’Europa mone­ta­ria, unita solo dall’euro e domi­nata dalla teo­lo­gia dell’austerità, non fun­ziona pro­prio. Sono in molti ad affer­marlo e non è un caso che la Gran Bre­ta­gna abbia voluto con­ser­vare la ster­lina pur ade­rendo all’Unione euro­pea nei con­fronti della quale mani­fe­sta dis­sensi cre­scenti. E, in gene­rale, non dob­biamo dimen­ti­care che siamo in una fase di con­ti­nui cam­bia­menti, tali da indurre Guido Rossi a scri­vere (Il Sole 24 Ore, 19 luglio) un edi­to­riale dal titolo «Quei Trat­tati supe­rati che creano disordine».

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Gabriele Pastrello, Il Manifesto, 24 giugno 2015

Qui nep­pure i fondi di caffè né la sfera di cri­stallo pos­sono aiu­tare. Nes­suno può dire come andrà a finire con la Gre­cia. Ma si può ragio­nare su quello che è successo.

Comin­ciando, ad esem­pio, dall’atteggiamento della Lagarde, pre­si­dente del Fmi.

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Leonardo Becchetti e Mauro Gallegati, sbilanciamoci.info, 25 marzo 2015

Il sistema economico non produce tutta la felicità e il benessere che vorremmo. L’Italia ha fatto importanti passi avanti in questa direzione costruendo con un processo partecipato dal basso il sistema di indicatori del Bes. Ma il problema non è solo quello di costruire statistiche quanto quello di utilizzarle nelle scelte politico-economiche

Il sistema economico non produce tutta la felicità e il benessere che vorremmo e appare particolarmente “inefficiente” da questo punto di vista (basta pensare agli enormi problemi distributivi, ambientali, finanziari e di senso di vita esistenti nelle nostre società). Il problema di fondo per cui questo avviene è che la scala gerarchica dei portatori d’interesse implicita nelle logiche economiche (prima gli azionisti, poi i clienti, per ultimi i lavoratori) è l’opposto di quella ottimale per la nostra felicità (dove la nostra sorte come lavoratori viene prima di quella come consumatori e come azionisti). La radice di questi problemi sta in una concezione “misera” di individuo, impresa e valore che espelle i valori dalla vita economica. Sul valore e sugli indicatori il riduzionismo sta nel considerare il PIl e la sua crescita come sintesi della nostra felicità. Ma la ricchezza delle nazioni non è il PIL ma lo stock dei beni spirituali, culturali, ambientali, relazionali ed economici di cui una comunità inserita su un territorio può godere.

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Alberto Burgio, Il Manifesto, 9 marzo 2015

L’austerity non è solo un modello viziato, un errore o una follia. È una distruzione creatrice finalizzata al passaggio da una democrazia post-bellica a un’oligarchia post-democratica

Il recente arti­colo di Joseph Sti­glitz (il manifesto,3 marzo) ha il merito di dise­gnare un qua­dro lim­pido della situa­zione sociale ed eco­no­mica dell’Unione euro­pea dopo otto anni di crisi, e dei peri­co­losi con­trac­colpi poli­tici (crisi demo­cra­tica e impe­tuosa cre­scita della destra radi­cale) che ne con­se­guono. Sti­glitz insi­ste sulle respon­sa­bi­lità delle lea­der­ship euro­pee (scrive di un «males­sere autoin­flitto») e punta il dito sulle «pes­sime deci­sioni di poli­tica eco­no­mica» (l’austerity) ispi­rate a teo­rie fal­li­men­tari. È una base di par­tenza per una seria discus­sione, e anche un utile con­tri­buto per la rico­stru­zione di una pra­tica cri­tica che ria­pra un qua­dro poli­tico sta­gnante, impri­gio­nato (non solo in Ita­lia, ma soprat­tutto qui da noi) in una cami­cia di forza che sta rapi­da­mente sof­fo­cando la demo­cra­zia. Con gravi respon­sa­bi­lità delle sini­stre socia­li­ste, che hanno coo­pe­rato alla costru­zione dell’architettura isti­tu­zio­nale e mone­ta­ria di que­sta Europa.

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Alessandro Visalli, Tempo Fertile, 5 febbraio 2015

Joseph Stiglitz

Interessante intervento di Joseph Stiglitz, su Project Syndacate che ricorda come già all’inizio della crisi dell’Euro, la previsione degli economisti “keynesiani” era che l’austerità imposta alla Grecia ed agli altri paesi in crisi sarebbe fallita. Avrebbe fatalmente soffocato la crescita ed aumentato la disoccupazione (senza peraltro migliorare il rapporto debito/PIL). Il rapporto, infatti, dipende dal PIL tanto quanto dal debito; inoltre la contrazione economica fa salire la spesa (per effetto degli ammortizzatori) e contrae il gettito fiscale.

Ma queste cose sono ormai più che ovvie. Solo chi, presso la Commissione Europea, la BCE e alcune università (diciamo dalle parti di Chicago) credeva nella “austerità espansiva” poteva immaginare che la contrazione selvaggia della spesa pubblica potesse avviare una ondata di investimenti “fiduciari”. Non è successo perché non poteva succedere.

Persino, sottolinea Stiglitz, il FMI alla fine ha confermato che la contrazione ha creato (ma che strano) … contrazione.

Altri test sono superflui dopo cinque anni di applicazioni e conferme. La cosa non funziona perché non può funzionare. Sicuramente non in un’economia aperta.

Del resto l’austerità in condizioni simili ha fallito sempre: la prima volta sotto Herbert Hoover nella Grande Depressione, poi nei “programmi” (indimenticabile il libro del nobel americano su queste vicende) del FMI durante gli anni del “Washington Consensus” imposti all’est asiatico ed all’America latina. Politiche che guardavano il mondo dal lato di chi stacca le cedole e vuole assicurarsi di continuare a farlo.

Sapendo questo “quando la Grecia si è messa nei guai, è stato provato di  nuovo”. Dopo il salvataggio dei creditori la Grecia è riuscita a creare l’avanzo primario necessario per pagare gli interessi sul debito contratto. Però questo ha avuto un prezzo: “la contrazione della spesa pubblica è stata prevedibilmente devastante: 25% di disoccupazione, un calo del 22% del PIL dal 2009, e un aumento del 35% del rapporto debito-PIL”.

Un disastro epocale sul quale, con la schiacciante vittoria elettorale anti-austerity del partito Syriza, gli elettori greci hanno dichiarato di aver avuto abbastanza.

Che si deve fare? Si chiede Stiglitz. Intanto chiarire che non è colpa della Grecia, le stesse ricette sono state applicate in Spagna, che aveva surplus e debito pubblico basso prima della crisi ed è andata in una profonda depressione e deflazione.

Non servono riforme strutturali all’interno della Grecia e della Spagna ma “una riforma strutturale del design della zona euro e di un ripensamento fondamentale dei quadri politici che hanno portato ad una spettacolarmente cattiva performance dell’Unione Monetaria”.

Il problema della Grecia è più ampio, il mondo intero ha bisogno di uno schema di ristrutturazione del debito. Del debito eccessivo che ha creato la crisi del 2008, e quelle orientali del 1990, come la crisi dell’America Latina nel 1980. La cosa viene da lontano (e fa capo alla finanziarizzazione spinta che il crollo degli equilibri degli anni settanta ha portato nel mondo). Tutto ciò “continua a causare indicibili sofferenze negli Stati Uniti, dove milioni di proprietari di case hanno perso le loro case, e ora minaccia altri milioni in Polonia e altrove che hanno preso prestiti in franchi svizzeri”.

Il nodo è che “data la quantità di disagio causata da un debito eccessivo, ci si potrebbe anche chiedere perché gli individui e le nazioni si sono più volte messi in questa situazione. Dopo tutto, i debiti sono contratti – cioè, con accordi volontari – così i creditori sono altrettanto responsabili per loro come debitori. In realtà, i creditori probabilmente sono più responsabili: in genere, sono sofisticate istituzioni finanziarie, mentre i mutuatari spesso sono molto meno in sintonia con vicende di mercato e dei rischi associati ai diversi accordi contrattuali. Sappiamo, infatti, che le banche statunitensi hanno in realtà predato i loro debitori, approfittando della loro mancanza di sofisticazione finanziaria”.

Ogni paese avanzato si è reso conto che il capitalismo richiede che gli individui possano avere “nuovi inizi” per continuare a produrre. Come si è visto la prigione per debiti del XIX secolo era un danno per tutti e non una dissuasione. Normalmente non si prendono prestiti per fallire. Si fallisce perché condizioni avverse si verificano (e spesso senza colpa). La prigione distrugge il lavoro dell’individuo e non garantisce alcun rimborso. Compresa questa cosa si è capito anche che il punto è fornire incentivi migliori per garantire che i prestiti siano prudenti. Il punto è, cioè, più dall’altro lato del contratto di debito: “fornire migliori incentivi per un buon prestito, rendendo i creditori più responsabili per le conseguenze delle loro decisioni”.

Questa soluzione trovava senso, aggiungo, in un’economia in cui il prestito ordinariamente serve per fare investimenti, perché il lavoro è adeguatamente remunerato. Ma nella nuova economia in cui lavorare non basta per mantenere il livello di consumi aggregati necessari per tenere in attività tutti (quindi in cui permane una tendenziale carenza di domanda e conseguentemente una latente sovrapproduzione e disoccupazione) i prestiti sono andati a recuperare il gap e finanziare i consumi. Chiaramente ciò al prezzo, ed a causa, di un progressivo allentamento della responsabilità dei creditori.

Per questa via il cerchio si chiude. Ma non poteva durare e non è durato.

Spostando la cosa a livelli di paesi, nasceva la necessità (che le Nazioni Unite hanno richiesto da anni) di creare una sorta di “legge fallimentare” di tipo moderno che salvasse dall’analoga prigione per debiti (quella in cui è la Grecia, costretta dai creditori internazionali a lavorare solo per pagare gli interessi per molti anni, deperendo): o in altri termini dai “lavori forzati”.

Da prima del 2008 si è tentato (ne parla anche Raghuram Rajan alla fine del suo libro), ma gli Stati Uniti (e la Germania) si sono opposti fermamente. Dice Stiglitz: “forse vogliono reintrodurre le prigioni debitorie per i funzionari dei paesi indebitati (in tal caso, lo spazio può essere l’apertura di Guantanamo Bay)”. Samaras è avvisato.

Questa idea sembra inverosimile, ma risuona tra le righe dei discorsi sull’azzardo morale e la perdita di responsabilità fatta dai creditori. Risuona nel timore che se si lascerà ristrutturare il debito si aprirà una via per contrarlo di nuovo. Cioè per continuare a spendere sopra le righe.

Una sciocchezza. Nessuno potrebbe intenzionalmente voler attraversare l’inferno Greco solo per fare alla fine un “giro libero” con i suoi creditori.

La verità è che il rischio morale è dall’altra parte. Sono gli Istituti di Credito che sono stati salvati qui. Sono loro che non hanno guardato con prudenza alla solidità del prenditore pensando che, tanto, al momento del rendiconto sarebbero stati salvati. Che nessuno avrebbe fatto fallire la Deutsche Bank (che era esposta per il 95% del patrimonio di vigilanza con le banche greche, su un totale del 6.800 % come racconta France Coppola, ed ora è scesa a 300 milioni). Che le stock option non si toccano. Che, tanto, al momento sarò già stato promosso…

L’Europa (e gli Stati Uniti, che con AIG hanno per lo più salvato crediti bancari in sofferenza, ancora di Deutsch Bank, magari alla Germania andrebbe gentilmente ricordato) ha permesso, per evitare “il contagio”, che questi debiti si spostassero dal portafoglio degli azionisti in quello dei contribuenti. Ma se ha fatto questo, per salvare i poveri azionisti e dirigenti imprudenti, “dovrebbe essere l’Europa, e non la Grecia a sopportarne le conseguenze. Infatti l’attuale situazione della Grecia, incluso il suo massiccio ricorso del rapporto di debito è in gran parte colpa dei programmi sbagliati della Troika rifilati.” Non è la ristrutturazione del debito ma la sua assenza ad essere “immorale”.

Del resto quel che succede alla Grecia è abbastanza normale nell’attuale fase di sovraindebitamento e carenza di domanda mondiale (due cose strettamente connesse, come anche connesse alle riserve ed alla enorme massa di denaro liquido che si sposta nei mercati), ciò che la rende difficile, dice Stiglitz “è la struttura della zona Euro”. Infatti “l’unione monetaria implica che gli Stati membri non possono svalutare ed in questo modo tirarsi fuori dai guai, ma il minimo di solidarietà europea che deve accompagnare questa perdita di flessibilità politica semplicemente non c’è”.

Perfidamente il nobel americano (che è  nella migliore posizione per dirlo) ricorda che settanta anni fa, alla fine della seconda guerra mondiale, gli alleati hanno concesso alla Germania un “nuovo inizio”. Comprendendo che l’ascesa di Hitler era stata causata più dal tasso di disoccupazione che dai disordini monetari (peraltro deflattivi e non inflattivi) e hanno rinunciato a far pagare alla Germania i suoi debiti di guerra ed i danni ciclopici provocati in mezzo mondo. Hanno perdonato i debiti ed hanno anche fatto di più: fornito aiuti e stimoli fiscali.

Insomma, se è un’azienda a fallire si fa un accordo tra debito e patrimonio (che li coinvolge) allo scopo di trovare la migliore soluzione in termini di equità ed efficacia possibile. Per la Grecia, sostiene Stiglitz, questo significherebbe convertire i suoi attuali debiti in Obbligazioni connesse alla crescita del PIL (io preferirei al tasso di disoccupazione ed al PIL) che spingerebbero tutti ad avere corretti interessi in favore della crescita sostenibile.

Per concludere lo studioso americano ricorda che “raramente le elezioni democratiche lasciano un messaggio chiaro come quello greco”, se l’Europa dice di no, “sta dicendo che la democrazia non ha alcuna importanza, almeno quando si tratta di economia”. Ma allora, “perché non chiudere la democrazia”?

“Si spera che coloro che comprendono l’economia del debito e dell’austerità, e che credono nella democrazia e nei valori umani prevalgano”.

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Il premio Nobel per l’economia Stiglitz ribadisce come la crisi dell’eurozona sia provocata da una serie incredibile di politiche sbagliate e che non potrà esserci una ripresa se non si rovescerà completamente la direzione. Ma il problema più grave è che gli elettori fanno cadere i governi solo per trovarsi altri governi che portano avanti le stesse politiche imposte da Bruxelles. E così non può continuare

ÈJoseph Stiglitz, Socialeurope.eu, 9 gennaio 2015

Finalmente, gli Stati Uniti stanno mostrando segni di ripresa dalla crisi scoppiata al termine dell’amministrazione del Presidente George W. Bush, quando la quasi-implosione del suo sistema finanziario ha destabilizzato il mondo. Ma non è una ripresa robusta; nella migliore delle ipotesi, il divario tra la crescita potenziale e quella effettiva non si sta allargando. Se si sta restringendo, lo sta facendo molto lentamente; il danno causato dalla crisi sembra essere di lungo termine.

Certo, potrebbe andare peggio. Al di là dell’Atlantico, non ci sono segnali nemmeno di una ripresa modesta come quella USA: il divario tra lo stato effettivo dell’economia europea e la sua crescita potenziale in assenza della crisi continua a crescere. Nella maggior parte dei paesi dell’Unione Europea, il PIL pro capite è inferiore a quello di prima della crisi. Un quinquennio perduto si sta rapidamente trasformando in un intero decennio. Dietro le fredde statistiche, ci sono vite rovinate, sogni delusi, e famiglie distrutte (o mai formate),  mentre la stagnazione –  in alcune zone vera e propria depressione – prosegue anno dopo anno.

Il popolo europeo è fatto di persone di grande talento, con una buona istruzione. I suoi paesi membri hanno ordinamenti giuridici solidi e società ben funzionanti. Prima della crisi, la maggior parte dei paesi avevano anche delle economie efficienti. In alcune zone, la produttività oraria – o il suo tasso di crescita – era tra le più elevate del mondo.

Ma l’Europa non è una vittima. Sì, l’America ha gestito male la sua economia; ma, no, gli Stati Uniti non hanno fatto in modo di scaricare il peso della crisi globale sulle spalle dell’Europa. Il malessere dell’UE è auto-inflitto, provocato da una serie senza precedenti di decisioni economiche sbagliate, a cominciare dalla creazione dell’euro. Anche se progettato per unire l’Europa,  l’euro alla fine l’ha divisa e, in mancanza della volontà politica di creare quelle istituzioni che avrebbero consentito alla moneta unica di funzionare, il danno non è stato riparato.

L’attuale caos nasce in parte dall’aderire a quella fiducia  su mercati perfettamente funzionanti, privi di imperfezioni per quanto riguarda le informazioni e la concorrenza, che ormai è stata screditata da tempo. Ma anche la “hybris” ha giocato un ruolo. Altrimenti, come spiegare il fatto che, anno dopo anno, le previsioni dei funzionari europei sulle conseguenze delle loro politiche economiche si siano rivelate costantemente sbagliate?

Queste previsioni si son dimostrate sbagliate non perché i paesi dell’UE non siano riusciti a implementare le ricette prescritte, ma perché i modelli su cui si basavano quelle politiche erano completamente sbagliati. In Grecia, ad esempio, le misure volte a ridurre l’onere del debito hanno in realtà lasciato il paese più indebitato di quanto non fosse nel 2010: il rapporto debito-PIL è aumentato a causa dell’impatto brutale dell’austerità fiscale sul PIL. Alla fine, almeno il Fondo Monetario Internazionale ha ammesso questi fallimenti intellettuali e di politica economica.

I leader europei rimangono convinti che le riforme strutturali debbano essere l’assoluta priorità. Ma i problemi che loro indicano erano già presenti  negli anni precedenti alla crisi, e non hanno fermato la crescita. L’Europa ha bisogno, più che di riforme strutturali all’interno dei paesi membri, di una riforma della struttura della zona euro stessa e di un’inversione delle politiche di austerità, che hanno sempre fallito nel tentativo di riaccendere i motori della crescita economica.

Coloro che pensavano che l’euro non sarebbe sopravvissuto si sono ripetutamente sbagliati. Ma i critici hanno avuto ragione su una cosa: a meno che la struttura dell’eurozona non venga riformata e  rovesciata l’austerità, l’Europa non si riprenderà.

Il dramma in Europa è tutt’altro che finito. Uno dei punti di forza dell’UE è la vitalità delle sue democrazie. Ma l’euro ha tolto ai cittadini – soprattutto nei paesi in crisi – qualsiasi voce in capitolo sul destino delle loro economie. Ripetutamente gli elettori hanno fatto cadere i governi in carica, insoddisfatti della direzione dell’economia – solo per avere un nuovo governo a continuare lo stesso percorso imposto da Bruxelles, Francoforte e Berlino.

Ma per quanto tempo può andare avanti così? E come reagiranno gli elettori? In tutta Europa abbiamo visto l’allarmante crescita di partiti nazionalisti estremisti, in contrasto coi valori dell’Illuminismo che tanto successo hanno dato all’Europa. In alcune aree, stanno nascendo grandi movimenti separatisti.

Ora la Grecia rappresenta ancora un’altra prova per l’Europa. Il calo del PIL greco dal 2010 è di gran lunga peggiore di quello registrato in America durante la grande depressione degli anni ’30. La disoccupazione giovanile è oltre il 50%. Il governo del primo ministro Antonis Samaras ha fallito, e ora, a causa dell’incapacità del Parlamento di scegliere un nuovo Presidente, il 25 gennaio si terranno elezioni anticipate .

Il partito di opposizione di sinistra Syriza, che si è impegnato a rinegoziare i termini del piano di salvataggio della Grecia da parte dell’UE, è in testa nei sondaggi. Se Syriza vince ma non prende il potere, la ragione principale sarà la paura di come l’UE potrebbe reagire. La paura non è la più nobile delle emozioni, e non darà luogo a quel genere di consenso nazionale di cui la Grecia ha bisogno per andare avanti.

Il problema non è la Grecia. È l’Europa. Se l’Europa non cambia – se non riforma l’eurozona e non revoca l’austerità – una violenta reazione popolare diventerà inevitabile. La Grecia forse terrà duro stavolta. Ma questa follia economica non può continuare per sempre. La Democrazia non lo consentirà. Ma quanto dolore dovrà ancora sopportare l’Europa prima che la razionalità torni a prevalere?

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Esisterebbero 7 Premi Nobel per l’economia che spingono per l’uscita dall’Euro. O almeno così sembrerebbe da quello che si legge in rete e dagli inviti di Matteo Salvini a cercare su Google “Nobel euro patacca”. Ed invece…

Guido Iodice, Lavoro & Politica, anno 4 n. 6 – 14 febbraio 2014

«Prima se ne esce e meglio è. Oramai sono diventati 5 i premi Nobel che lo sostengono insieme a noi». Così si è espresso recentemente, riferendosi all’euro, il segretario della Lega Matteo Salvini, aggiornando successivamente il numero di Nobel che, stando alle ultime ricerche, ammonterebbero ora a sette. Ma come stanno precisamente le cose? La fonte di Salvini è molto probabilmente il sito web scenarieconomici.it che, in questo articolo, riassume le posizioni critiche sull’euro di sette Nobel per l’economia. A parte un caso (molto particolare, come vedremo), nessuno di questi pronuncia le fatidiche parole «uscire dall’euro ora», come piacerebbe ai più decisi noeuro padani. Gli economisti in questione criticano apertamente la moneta unica, tuttavia ben si guardano dal suggerire esplicitamente l’uscita di un grande paese dall’eurozona. Ma procediamo con ordine.

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Nell’ambito dell’economia di mercato, nella sua variante liberista, vi sono tre principi generali, accettati acriticamente come dogmi, e quindi come tali non discussi né discutibili. Vengono ripetuti come un mantra, da economisti, dirigenti di grandi multinazionali, ma anche da giovani lavoratori specie del settore finanziario. Eccoli:

  1. tutti credono nella bontà dell’assenza di sussidi, credono che i sussidi siano una cosa negativa:
  2. tutti considerano la concorrenza come una cosa positiva, cioè sono convinti che sia la forza della concorrenza a far sì che i mercati funzionino meravigliosamente;
  3. trasparenza e apertura sono una cosa buona.

Questi tre principi vengono ripetuti ossessivamente, con forza, sono uno scudo dietro il quale giustificare il proprio operato. Ma c’è una postilla: fra chi enuncia questi principi, coloro i quali sono impegnati operativamente sul mercato – imprenditori, manager – aggiungono, più sommessamente una frase, “tranne che nel mio settore“. Ovvero, tutte queste belle parole valgono per gli altri, ma non per me. Ogni settore presenta delle particolarità specifiche, sta affrontando una congiuntura internazionale particolare, sta affrontando riforme strutturali, ecc. ecc.

Per illustrare meglio il concetto, prendo due esempi dal libro Globalizzazione di Joseph Stiglitz (tanto per far vedere a Beppe Grillo che, al di fuori dell’ambiente accademico, a Genova siamo almeno in due a conoscere l’opera del premio Nobel per l’economia 2001…), Donzelli 2011.

Stiglitz è un economista neo-keynesiano. Ritiene che lo Stato debba avere un ruolo di redistribuzione dei redditi e di garanzia della piena occupazione; in sostanza è favorevole a un economia regolamentata. In America, dove le classificazioni sono assai diverse rispetto alle nostre, si colloca a sinistra in un contesto nel quale il ruolo della destra estrema è rappresentato dai conservatori ultra-liberisti che fanno capo al cosiddetto Tea Party. A grandi linee i neo-keynesiani si dichiarano vicini ai democratuci, mentre i conservatori neo-liberisti sono sostenitori del Partito repubblicano.

[…] Sulla questione della concorrenza, posso ricorrere a un episodio che coinvolse il futuro ministro del Tesoro dell’amministrazione Bush, Paul O’Neill. Paul O’Neill proveniva dalla comunità degli affari – allora era presidente e amministratore delegato di Alcoa, un’azienda leader nella produzione dell’alluminio e dei suoi prodotti derivati, e come tutti gli altri membri della comunità degli affari credeva nei mercati e nella concorrenza. Nel 1993 il prezzo dell’alluminio aveva cominciato a precipitare. Questo crollo era stato determinato da tre ragioni. Innanzitutto, vi era stato un rallentamento nell’economia globale: i prezzi delle materie prime tendono a essere molto sensibili in questi casi, e quasi sempre i prezzi di beni come l’alluminio scendono. La seconda ragione era legata alla Coca-Cola, più in generale a tutte le bevande in lattina. Una nuova tecnologia consentiva di produrre lattine con il 10% in meno di alluminio. Uno degli usi principali dell’alluminio è proprio quello delle lattine per bevande. Negli Stati Uniti, tra i ragazzi, c’è la tradizione, quando si finisce di bere una Coca-Cola, di schiacciare la lattina per mostrare la propria forza. Nel 1993 c’è stato un grande incremento nella forza dei maschi americani. Potevano schiacciare le lattine molto più vigorosamente. Quello che non sapevano era che le lattine erano in effetti molto più sottili. Ciò che li faceva stare meglio, e che può aver contribuito alla loro fiducia nell’economia americana, contribuì contemporaneamente alla caduta del prezzo dell’alluminio. La terza ragione era la fine dell’impero sovietico che aveva portato a tagli nelle spese per la difesa: uno degli altri grandi usi dell’alluminio è nella costruzione degli aeroplani. Fu una grande notizia per l’Occidente sapere che la Russia aveva interrotto la produzione di aeroplani che potevano essere usati per sganciare bombe sull’Occidente medesimo. Ma fu una brutta notizia per Alcoa, perché significava che una maggiore quantità di alluminio sarebbe arrivata nei nei mercati occidentali. Tutti concordavano sul fatto che la Russia sarebbe dovuta divenire un’economia di mercato. I russi non sarebbero stati in grado di vendere le loto macchine in America o in Europa – le loro automobili non avrebbero potuto competere con quelle prodotte in Giappone, in Germania o negli Usa. La sola cosa che potevano produrre, e che si poteva facilmente vendere sul mercato, era l’alluminio. Provarono a venderlo in Occidente.

Quando ho visto li prezzo dell’alluminio scendere, ho pensato che nel giro di pochi mesi qualche rappresentante dell’Alcoa sarebbe immancabilmente arrivato alla Casa Bianca (Stiglitz è stato  fra i consiglieri economici dell’amministrazione Clintom, ndr) per chiedere qualcosa. Arrivarono persino più velocemente di quanto pensassi. Paul O’Neill era alla nostra porta con una proposta semplice ma audace: un cartello globale per l’alluminio, capace di tenere quello russo fuori dagli Stati Uniti. […]

L’America predicava che sarebbe stato bene che la Russia diventasse un’economia di mercato, ma non appena quest’ultima riusciva a produrre qualcosa che era in grado di competere, il governo americano era indotto a schiacciarla mettendola fuori mercato. […]

Un altro esempio che illustra il secondo dei due principi enunciati in precedenza (concorrenza in ogni settore tranne nel proprio, nessun sussidio in ogni settore, tranne nel proprio) : Wall Street è stata tra i fautori più devoti di questi due principi. In pieno dibattito sulla riforma del welfare negli Stati Uniti, alcuni di noi dissero che bisognava intervenire sul welfare aziendale. Come potevamo tagliare il welfare per i poveri, senza tagliare anche il welfare per i ricchi, per le grandi imprese? Ma i tagli nel welfare aziendale toccavano molto di più gli interessi del Tesoro americano. In effetti, i dirigenti del Tesoro si irritarono molto quando parlammo di questo settore del welfare. Pensarono che quei discorsi fossero «anti-business», che rappresentassero un residuo del linguaggio della lotta di classe. Io vedevo queste questioni semplicemente come il riflesso dei principi dell’equità e dell’economia: nel corso degli anni passati abbiamo utilizzato miliardi e miliardi di dollari in ripianamenti (inclusi i massicci soccorsi ai risparmi e ai consorzi di credito), cifre che sono un multiplo di quelle destinate al welfare per i poveri. Lo stesso Tesoro degli Stati Uniti, che ha sborsato miliardi per salvataggi di imprese nel Sud-est asiatico – salvataggi che si sono mostrati inefficaci nello stabilizzare i tassi di cambio o nel risuscitare quelle economie -, ha stanziato fondi irrisori per ristrutturare le decrepite scuole della provincia americana.

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