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Posts Tagged ‘memorandum’

Luciana Castellina, Il Manifesto, 22 marzo 2016

Tre giorni ad Atene in un convegno assai poco accademico. Un lungo week-end, per un incontro tra partiti e forze sindacali. E l’Europa a capotavola

È quasi impossibile dar conto di un convegno durato tre giorni (sei sessioni, due eventi pubblici, decine di relatori). Un centinaio di partecipanti, un terzo stranieri, promosso da Syriza, dal Partito della sinistra europea, da Transform e dalla «Fondazione Pulanzas»: «Alleanza contro l’austerità e per la democrazia in Europa». Non i soliti esperti delle oscure cose europee, o, almeno, non solo, anche non pochi accademici e però poco accademici.

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Luciana Castellina, Il Manifesto, 19 settembre 2015

Non sono greca e per­ciò dome­nica non voto. Tan­to­meno sono auto­riz­zata a sug­ge­rire ai greci come votare. Ma non me la sento nem­meno di dire che que­sta mia asten­sione deriva dal fatto che i loro sono affari che non mi riguar­dano. Se un anno fa in tanti ci siamo ritro­vati a soste­nere (o meglio a costruire) una lista che si è chia­mata l’«altra Europa con Tsi­pras» non è stato per via di una stra­va­ganza moda­iola, per­chè Siryza stava vin­cendo e noi in Ita­lia no. E’ stato per­chè abbiamo capito che la par­tita che Ale­xis stava ingag­giando con i mostri dell’euro capi­ta­li­smo era anche la nostra partita.

Alexis Tsipras e Pablo Iglesias

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di Stefano Fassina, Yanis Varoufakis, Oskar Lafontaine, Jean-Luc Mélenchon

Stefano Fassina

Il 13 luglio scorso, il governo democraticamente eletto di Alexis Tsipras è stato messo in ginocchio dall’Unione europea. “L”accordo” del 13 luglio è stato in realtà un coup d’état, messo in atto attraverso la chiusura delle banche greche indotta dalla Banca centrale europea, con la minaccia che non sarebbero state riaperte finché il governo non avesse accettato una nuova versione di quel fallimentare programma. Il motivo? L’Europa ufficiale non poteva tollerare che un popolo prostrato dalle sue politiche di austerità auto-distruttiva osasse eleggere un governo determinato a dire “No!”.

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Etienne Balibar, Sandro Mezzadra e Frieder Otto Wolf, Il Manifesto, 21 luglio 2015

Tsipras ha detto la verità dicendo che l’accordo con l’Unione Europea è pessimo. Per questo bisogna continuare a battersi

Gli «accordi» del 13 luglio a Bru­xel­les tra l’unione euro­pea e la Gre­cia segnano la fine di un’epoca? Sì, ma cer­ta­mente non nel senso indi­cato dal comu­ni­cato con­clu­sivo del «ver­tice». In effetti gli «accordi» sono fon­da­men­tal­mente inap­pli­ca­bili e tut­ta­via costi­tui­scono una for­za­tura altret­tanto vio­lenta, e ancor più con­flit­tuale, di quanto è già avve­nuto negli ultimi cin­que anni. Si è par­lato di dik­tat e que­sta dram­ma­tiz­za­zione è basata su fatti concreti.

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Alessandro Gilioli, L’Espresso – Blog autore, 10 luglio 2015

Ci sono almeno cinque o sei corni diversi nella vicenda greca, oggi.

Alcuni di questi sono frattaglie, per non dire meschinità. Altri sono invece molto rilevanti per il nostro futuro. Iniziamo tuttavia dalle minuzie.

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Martin Schulz

Su Change.org è in corso una petizione per chiedere le dimissioni di Martin Schulz da presidente del Parlamento Europeo. Ho firmato per le seguenti ragioni:

  1. Schulz, prendendo pubblicamente posizione a favore del voto per il SI al referendum in Grecia, ha sostanzialmente rinunciato al suo ruolo di garante super partes dell’unica istituzione europea democraticamente eletta;
  2. Come tutti i socialdemocratici tedeschi, Schulz sta portando avanti una politica di salvaguardia degli interessi della Germania. Ciò sarebbe legittimo se non fosse il presidente del Parlamento europeo. Vedi articolo sottostante di Marco Bascetta;
  3. Schulz ha firmato il cosiddetto documento dei cinque presidenti, nel quale, fra l’altro, si propone una riduzione dei poteri del Parlamento europeo. Trovo alquanto improprio che a firmare un simile testo sia proprio il presidente dell’istituzione alla quale si vogliono ridurre i poteri, peraltro già insufficienti.

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Yanis Varoufakis

Non ho mai nascosto la mia stima nei confronti di Yanis Varoufakis. In particolare, mi è sempre piaciuto quel suo modo di fare – forse un po’ snob – di mantenere un ironico distacco nei confronti di personaggi che si prendono troppo sul serio. Ogni tanto sono andato a leggere qualche articolo sul suo blog e ho avuto modo di apprezzare la sua ricerca costante di nuove vie in economia, mantenendo un elevato rigore scientifico.

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Il momento della demo­cra­zia e della respon­sa­bi­lità è arri­vato. È ora che le sirene dell’allarmismo e del disfat­ti­smo tac­ciano. Quando un popolo prende il futuro nelle pro­prie mani non ha niente da temere. Andiamo tutti alle urne con calma e fac­ciamo la nostra scelta, valu­tando gli argo­menti e non gli slogan.

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L’appello televisivo del premier greco Alexis TsiprasIl Manifesto, 2 luglio 2015

Il refe­ren­dum di dome­nica non riguarda la per­ma­nenza o no della Gre­cia nell’eurozona. Que­sta è scon­tata e nes­suno può con­te­starla. Dome­nica dob­biamo sce­gliere se accet­tare l’accordo spe­ci­fico oppure riven­di­care subito, una volta espresso il responso del popolo, una solu­zione sostenibile.

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Pedro Pessos Coelho, primo ministro portoghese

Quest’anno anche il Portogallo andrà alle urne. L’attuale governo, guidato da Pedro Passos Coelho, ha praticato pesantissime politiche di austerità. Ma, com’era prevedibile, a causa della crisi le forze di sinistra si sono rafforzate e potrebbero ottenere la maggioranza. Ecco quindi che, per l’attuale governo del Portogallo è conveniente (per il governo, non così per il popolo) fare in modo che alla Grecia non vengano concesse deroghe, in modo da spuntare alcune delle armi dell’opposizione politica.

Conservare il potere o dimostrare solidarietà, questo è il problema!

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Barbara Spinelli, Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2015

Barbara Spinelli

Nel 1998 il presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer descrisse i due «plebisciti» su cui poggiano le democrazie: quello delle urne, e il «plebiscito permanente dei mercati». La coincidenza con l’adozione di lì a poco dell’euro è significativa.

La moneta unica nasce alla fine degli anni ’90 senza Stato: per i mercati il suo conclamato vizio d’origine si trasforma in virtù. Le parole di Tietmeyer e i modi di funzionamento dell’euro segnano l’avvio ufficiale del processo che viene chiamato decostituzionalizzazione – o deparlamentarizzazione – delle democrazie.

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Pavlos Nerantzis, Il Manifesto, 17 febbraio 2015

Il premier Tsipras stretto tra l’Eurogruppo e l’opinione pubblica interna tenta un difficile compromesso. Il governo tedesco: «Greci irresponsabili». Corsa contro il tempo per reagire all’ultimatum della Ue.

È un dop­pio pres­sing quello con cui deve fare i conti Ale­xis Tsi­pras, alle prese sia con l’ultimatum dei part­ner euro­pei, che gli stanno impo­nendo l’estensione dell’attuale pro­gramma di risa­na­mento, sia con gli avver­sari interni a Syriza, che non sono d’accordo con un even­tuale com­pro­messo con il resto dell’Ue.

Il governo greco mira a una solu­zione van­tag­giosa per tutte le parti, ma a parte il movi­mento di soli­da­rietà che si è espresso nelle piazze del mondo, in seno dell’ Euro­gruppo il suo mini­stro delle Finanze è rima­sto solo con­tro i «18». Nono­stante alcuni, come l’Italia e la Fran­cia, sareb­bero pronti a dare una mano. Yanis Varou­fa­kis è rima­sto solo non per­ché sprov­vi­sto di una pro­po­sta ben arti­co­lata da pre­sen­tare ai suoi col­le­ghi, come hanno scritto alcuni opi­nion makers, bensì per il fatto che ha messo in evi­denza le poli­ti­che cata­stro­fi­che dell’austerity e il modo di fun­zio­nare delle isti­tu­zioni euro­pee (Com­mis­sione, Euro­gruppo, Bce) che fanno il gioco dei mer­cati e del paese eco­no­mi­ca­mente piú forte, la Ger­ma­nia, con­tro i prin­cipi fon­da­tivi dell’Unione europea.

Atene è rima­sta sola per­ché Ber­lino ha rischiato di essere messa con le spalle al muro. Il gioco delle parole — l’estensione del pro­gramma attuale, come vogliono Bru­xel­les e Ber­lino, o l’«emendamento» a cui punta Atene — in realtà rispec­chia uno scon­tro ideo­lo­gico. Ed è quello che ha fatto fal­lire la riu­nione dell’Eurogruppo.

La Ger­ma­nia ha deciso di mostrare i denti alla Gre­cia non solo per­ché la sod­di­sfa­zione di una parte delle richie­ste elle­ni­che potrebbe «sti­mo­lare l’appetito» di altri paesi euro­pei inten­zio­nati a per­se­guire una poli­tica anti-austerity. Né per­ché si sono con­fron­tati due prin­cipi etici diversi: il primo basato su un razio­na­li­smo rigido secondo il quale «i debiti comun­que vanno pagati»; l’altro basato sulla soli­da­rietà, che rifiuta lo stran­go­la­mento eco­no­mico di chi si trova in con­di­zione di biso­gno. Ber­lino ha cer­cato di scre­di­tare la poli­tica del nuovo governo greco per­ché una solu­zione a favore di Tsi­pras potrebbe met­tere in dub­bio la ger­ma­niz­za­zione del vec­chio con­ti­nente e apri­rebbe uno spi­ra­glio a una rifon­da­zione su basi diverse dell’Ue e delle sue isti­tu­zioni. Un’Europa rin­no­vata, dove saranno i popoli a decidere.

Non dimen­ti­chiamo che Ale­xis Tsi­pras è il primo lea­der euro­peo di sini­stra — dopo il cipriota Dimi­tris Chri­sto­fias, lea­der di Akel — che pro­pone un modello diverso di Europa. Syriza, la sini­stra radi­cale greca, nell’arco di poche set­ti­mane è riu­scita da una parte a riu­ni­fi­care la mag­gio­ranza dei cit­ta­dini, resti­tuendo loro spe­ranza e un pezzo della dignità che il memo­ran­dum gli aveva strap­pato, e dall’altra a mobi­li­tare le piazze euro­pee «per un’altra Europa».

Non a caso, nel momento in cui il mini­stro delle Finanze greco espri­meva la sua dispo­ni­bi­lità a fir­mare il comu­ni­cato finale dell’Eurogruppo che gli ha pre­sen­tato in forma di bozza il com­mis­sa­rio agli Affari eco­no­mici Pierre Mosco­vici — dove si parla di un piano inter­me­dio, non di una sem­plice esten­sione — è inter­ve­nuto il mini­stro delle finanze tede­sco per stop­pare il ten­ta­tivo di com­pro­messo fran­cese. «Il neo governo greco è irre­spon­sa­bile» ha sot­to­li­neato Wol­fgang Schau­ble poche ore prima della riu­nione dell’Eurogruppo. Che equi­vale a dire ai part­ner euro­pei: «Non date fidu­cia ai greci, cer­cano di fregarvi».

Ora tocca alla Bce, che ha il potere asso­luto sulla poli­tica mone­ta­ria dell’Ue e che sfugge a qual­siasi con­trollo poli­tico, sta­bi­lire oggi se biso­gna chiu­dere i rubi­netti del finan­zia­mento di emer­genza (Ela) che tiene in piedi le ban­che gre­che. A sen­tire i soliti media che non si stan­cano ogni giorno di ripro­porre gli sce­nari apo­ca­lit­tici del «Gre­xit», se entro venerdì non si rag­giun­gerà un accordo tra Euro­gruppo e governo elle­nico, la Bce non potrà che fer­mare il finan­zia­mento degli isti­tuti di cre­dito greci. Diverso, invece, sem­bra che sia per il momento il parere di Mario Draghi.

Ale­xis Tsi­pras sarebbe pronto a un com­pro­messo, ma senza ricatti: «Il memo­ran­dum ha pro­vo­cato una crisi uma­ni­ta­ria e l’ eco­no­mia si trova in una via senza uscita. Il suo annul­la­mento è l’ unica scelta det­tata non solo dal risul­tato elet­to­rale, ma dalla logica» ha affer­mato ieri il por­ta­voce del governo, rispon­dendo così anche a chi fa notare che entro venerdì il governo greco deve deci­dere se essere o meno abban­do­nato a se stesso. Otti­mi­sta su un accordo — «nei pros­simi due giorni, per­ché non vogliamo arri­vare a un punto morto» — si è detto anche il mini­stro Varoufakis.

E ieri sera fonti del goveno con­fer­ma­vano la noti­zia giunta da Bru­xel­les: Atene chie­derà l’estensione di 6 mesi non del memo­ran­dum, ma del «con­tratto di pre­stito» con i cre­di­tori inter­na­zio­nali; come a dire, rispet­tiamo il pro­gramma attuale, ma non ulte­riori misure restrit­tive della troika. La domanda però resta la stessa: come supe­rare le osses­sioni di Berlino?

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