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Archive for the ‘Biografie’ Category

Quarant’anni fa, nella notte fra l1 e il 2 novembre 1975, in circostanze che secondo taluni non sono mai state del tutto chiarite (e per una disamina delle quali rimando alla lunga trattazione di Wikipedia, in particolare per la descrizione delle teorie a favore o contro il complotto), veniva ucciso Pier Paolo Pasolini, intellettuale poliedrico e controverso, fra i più acuti critici della realtà italiana del dopoguerra.

PPP era un intellettuale scomodo, e non solo per la sua dichiarata omosessualità. Lanciava strali contro il conformismo di un’Italia bigotta, codina, pettegola, provinciale e lo faceva con tutti i mezzi a sua disposizione: la penna, la cinepresa, la televisione, la radio.

Nel mio piccolo ho già trattato diverse volte di Pasolini, nel tentativo di ricordare questo intellettuale militante al di là di quelli che sono gli anniversari canonici e questa volta voglio riprendere questo brano che, cambiando poche parole, potrebbe essere stato scritto oggi (credo sia anche inserito in una delle raccolte intitolate Scritti corsari).

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Luciana Castellina, Il Manifesto, 29 settembre 2015

Quando chi viene a man­care ha più di cent’anni all’evento si è pre­pa­rati, e dun­que il dolore dovrebbe essere minore. E invece non è così, per­ché pro­prio la loro lunga vita ci ha finito per abi­tuare all’idea irreale che si tratti di esseri umani dotati di eter­nità. Pie­tro Ingrao, per di più, è stato così larga parte della vita di tan­tis­simi di noi che è dif­fi­cile per­sino pen­sare alla sua morte senza pen­sare alla pro­pria. (E sono certa non solo per quelli di noi già quasi altret­tanto vecchi).

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Oggi a Roma si è spento Pietro Ingrao, uno degli ultimi grandi dirigenti del Partito Comunista Italiano della generazione della Resistenza. Classe 1915, aveva iniziato giovanissimo la propria attività nelle file dell’antifascismo militante, per poi diventare uno dei dirigenti più critici, ma anche moderni, del Pci.

Pietro Ingrao “voleva la luna” (per parafrasare il titolo della sua autobiografia [qui una bella recensione sulla rivista dell’ANPI, Patria Indipendente]), semplicemente perché voleva cambiare il mondo, rendendolo un posto più giusto e migliore per viverci.

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Geraldina Colotti, Il Manifesto, 29 maggio 2015

Avrebbe dovuto essere una visita pri­vata: alla ricerca dei suoi tra­scorsi liguri a Favaro, dove sono nati i nonni. Ma l’agenda dell’ex pre­si­dente uru­gua­yano José Alberto Mujica Cor­dano si è riem­pita subito. E “Pepe” ha avuto ben pochi momenti per godersi l’alternanza di sole e piog­gia di que­sti ultimi giorni, insieme alla moglie Lucia Topo­lan­sky. Una cop­pia inos­si­da­bile di diri­genti poli­tici dai tra­scorsi guer­ri­glieri, rima­sti insieme dai tempi in cui i Tupa­ma­ros ispi­ra­vano il cuore dei gio­vani, nel Nove­cento delle grandi speranze.

“Pepe” Mujica (Lapresse – Vincenzo Livieri, da Il Manifesto)

Il Movi­mento di libe­ra­zione nazio­nale Tupa­ma­ros è stato un’organizzazione di guer­ri­glia urbana di orien­ta­mento marxista-leninista che ha agito in Uru­guay tra gli anni ’60 e ’70. Fon­da­tori e diri­genti — da Raul Sen­dic a Mujica, a Topo­lan­sky a Mau­ri­cio Rosen­cof — hanno pagato con lun­ghi anni di car­cere, ostaggi del regime mili­tare che ha oppresso il paese a par­tire dal golpe del 1973, e che ha con­cluso il suo ciclo nel 1984, con l’elezione del mode­rato Julio Maria Sanguinetti.

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Il 30 marzo, Pietro Ingrao ha compiuto 100 anni. Un secolo. Quasi tutto il Novecento e questo primo scorcio del nuovo millennio.

La sua storia è quella di un antifascista, di un dirigente comunista per certi versi scomodo, spesso critico nei confronti del Partito, ma sempre costruttivo. In ogni caso una lezione da imparare per noi uomini e donne delle generazioni successive.

Per questa occasione Il Manifesto ha pubblicato un corposo inserto, intitolato “La Storia di PIETRO” e qui ripropongo il lungo articolo introduttivo di Luciana Castellina

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Nella vita o nello sport, chiunque faccia parte di una categoria fortemente identitaria prima o poi sente parlare di diversità. E allora ecco che gli Alpini sono orgogliosi della loro “alpinità”, i rugbisti  non dimenticano mai di ricordare che “loro” sono rugbisti. Naturalmente, si tratta di qualcosa assai difficile da definire e spiegare. In fin dei conti certe situazioni bisogna viverle o averle vissute, e non è detto che poi si sia capaci di raccontarle.

Una cosa del genere accade anche per i comunisti, i quali, spesso e volentieri, parlano della “diversità comunista”, sottintendendo con questa locuzione un qualcosa che li distingue da tutti gli altri, sia dal punto di vista etico sia da quello comportamentale. Ma come si spiega? Probabilmente solo con degli esempi. E uno mi viene fornito dalla lettura del libro In auto con Berlinguer. Quindici anni con il segretario del Pci di Alberto Menichelli che di Berlinguer fu per lungo tempo autista e accompagnatore.

L’episodio non riguarda Berlinguer, ma Umberto Terracini (Genova 1895 – Roma 1983), uno dei fondatori e massimi dirigenti storici del Partito Comunista Italiano, imprigionato insieme a Gramsci e successivamente, dopo undici anni, confinato a Ponza e Santo Stefano, presidente dell’Assemblea Costituente. Insomma, non proprio uno qualunque.

Umberto Terracini

[…] Molto presto assunsi un altro ruolo. Subentrai, infatti, all’autista di Umberto Terracini, Mario Gramaccini, che era stato vittima di un incidente d’auto al ritorno da Genzano. Durante gli accertamenti riguardo la dinamica dello scontro nel quale aveva perso la vita una persona, gli ritirarono la patente, mettendolo in difficoltà al lavoro. Noi della vigilanza non eravamo dei veri autisti ma fummo comunque tenuti in considerazione nella valutazione del possibile sostituto. Alla fine venni scelto io, che accettai con un pizzico di incoscienza. A pensarci bene, al tempo, ma anche ora, a sentir nominare Terracini mi venivano i brividi, provavo un senso di soggezione di fronte a un uomo di quel calibro, che era stato relatore e firmatario della Costituzione, eroe della Resistenza e dell’antifascismo oltre che dirigente del Pci. Mi spettava, dunque, un compito molto importante che mi rendeva responsabile di fronte a Terracini e all’intero partito. Il primo impatto con lui fu positivo. Non era solo un gran politico ma anche un grande signore, distinto ed elegante, che sapeva mettere a proprio agio chi gli stava davanti. La nostra prima uscita fu a Firenze nel 1966. La città era stata colpita da un’alluvione e l’Italia intera si era mobilitata per salvare le opere d’arte. Partimmo da Roma e arrivammo in tarda mattinata, dove ad attenderci al casello autostradale c’era il segretario regionale della Toscana che lo mise al corrente della drammaticità della situazione. A causa delle pessime condizioni in cui verteva la città pernottammo a Fiesole, dove i compagni toscani ci avevano riservato una stanza. Il problema fu il letto: era matrimoniale. Io mi sentivo imbarazzatissimo e allo stesso tempo terrorizzato dall’idea di condividerlo con Terracini: temevo di disturbarlo durante la notte, e di non farlo riposare perché, devo ammetterlo, russo. Quella sera arrivammo tardi in albergo per via dei numerosi incontri in Prefettura e in altri luoghi, fu una giornata davvero pesante, eravamo stanchi e affaticati. Nonostante ciò non credevo di potermi addormentare, o almeno di poterlo fare così velocemente. Nel giro di qualche minuto invece, dopo aver indossato il pigiama ed essermi raggomitolato sull’orlo del letto, caddi in un sonno profondo. La mattina seguente, prima ancora di aprire gli occhi, sentii un profumo di caffè. Mi svegliai con un colpettino sulla spalla che mi fece sobbalzare, mi alzai di scatto e mi trovai davanti Terracini che mi disse: “Buongiorno Alberto ti ho portato il caffè”. Rimasi senza parole, avevo davanti un eroe dell’antifascismo che mi portava il caffè a letto. Quando raccontai questo episodio a mio padre per poco piangeva dall’emozione perché lo ammirava e stimava moltissimo […].

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Dalla trasmissione RAI La storia siamo noi dell’8 febbraio 2011.

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Nelson Mandela, “Madiba”

Nella sua cella a Robben Island, Nelson Mandela trovava la forza per non mollare recitando questa poesia di Henley del 1875. Pubblicata per la prima volta nel 1888 nel libro Book of Verses, quarta di una serie di poesie intitolata Life and Death (Echoes), era originariamente senza titolo.

Fu lo scrittore e critico letterario Arthur Quiller-Couch, che la inserì nella sua antologia della poesia inglese (Oxford Book of English Verse, 1900), a intitolarla. (altro…)

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E’ appena giunta informazione della morte di Nelson Mandela, uno dei più grandi uomini del Novecento. Un combattente per la libertà, la giustizia, la dignità e l’uguaglianza.

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Testo del discorso pronunciato dall’on. Aldo Tortorella – membro della direzione e della segreteria del PCI durante l’ultima fase della segreteria di Berlinguer e nel periodo di quella di Alessandro Natta – il 18 gennaio 2009, in occasione dell’intitolazione ad Alessandro Natta della passeggiata del Molo lungo di Oneglia.

Alessandro Natta

Rendendo questo omaggio alla memoria di Alessandro Natta la comunità di Imperia ha compiuto un gesto meritorio innanzitutto verso se stessa. Una comunità che non sappia ricordare e onorare i suoi figli migliori non può essere detta civile, perché perde il senso della propria storia e dunque del proprio stesso essere, che è determinato dal proprio divenire continuo. E di questa comunità imperiese e in particolare del popolo di Oneglia, Natta fu figlio affezionatissimo e rappresentante insigne non solo per la sua partecipazione all’istituzione comunale e per averne portato la voce in Parlamento, ma come protagonista tra i più eminenti della direzione politica dell’Italia e della costruzione della rinata democrazia italiana.

Il reggimento di un Paese democratico non è solo nelle mani della maggioranza parlamentare e del governo che essa esprime. Se a questa compete la responsabilità delle decisioni, all’opposizione spetta la non meno rilevante funzione della critica, del controllo, della prospettazione di ipotesi diverse o alternative, una funzione che stimola e influenza più o meno direttamente le scelte stesse della maggioranza e del governo. In questo ruolo, determinante è stata l’opera di Alessandro Natta in quasi mezzo secolo di vita politica, iniziata fin dai primi impegni di ricerca culturale nella vita universitaria – con i saggi su Vincenzo Cuoco e Carlo Cattaneo – e culminata con la massima responsabilità di direzione nel più grande partito di opposizione parlamentare italiano, il Pci. Di questo partito Natta fu uno dei principali costruttori assai prima dell’assunzione della segreteria nazionale, avendone inteso la particolare natura a partire dalle motivazioni che lo spinsero ad aderirvi. Si era all’indomani della seconda guerra mondiale e Natta tornava a casa dopo aver partecipato a quella particolare forma di Resistenza che fu compiuta dalla massima parte degli ufficiali e dei soldati rinchiusi nei campi di prigionia tedeschi con il rifiuto di ogni collaborazione al fascismo e al nazismo: una Resistenza a lungo ignorata e misconosciuta anche a sinistra, come Natta giustamente denunciò. La sua adesione al Pci fu dovuta a quelle che egli chiamò le “inaudite scelte” – inaudite rispetto alle posizioni e tradizioni di tipo terzinternazionalista e sovietico – compiute da Togliatti tra il ’45 e il ’47: le scelte, cioè, per una vera rifondazione, per un “partito nuovo” che chiedeva l’adesione ad un programma democratico e nazionale e non ad una ideologia, che rifiutava ogni atteggiamento puramente propagandistico e si proponeva di qualificarsi per la propria azione nell’interesse generale del Paese e, dunque, per la propria capacità di governo quale che fosse la sua collocazione parlamentare.

Di questo orientamento politico nuovo Natta fu subito un protagonista deciso, come ricorda chi ebbe qualche responsabilità nel partito ligure ed ebbe modo di conoscerne il lavoro, come capitò anche a me subito dopo la partecipazione alla Resistenza. Nelle difficili traversie del dopoguerra, ma anche poi nell’aspra divisione del mondo in campi contrapposti, non fu facile affermare quell’orientamento politico definito “togliattiano”, ma che deve molto alla complessiva elaborazione di un partito e di un gruppo dirigente di cui Natta fu esponente sempre più autorevole per un trentennio, fin da quando assunse responsabilità politiche nazionali – dopo la svolta innovatrice seguita al 1956 – collaborando strettamente con Togliatti prima e poi con Longo e con Berlinguer.

È difficile intendere bene che cosa fu quel partito che giunse da solo fino a rappresentare un terzo del popolo italiano. Nonostante il trascorrere del tempo permangono giudizi più improntati alle passioni di parte – o talora, all’avversione faziosa – che animati dal desiderio di una onesta analisi storica, anche se cresce continuamente l’apprezzamento postumo non solo degli storici professionali, o di tante persone di sinistra, ma anche di dichiarati avversari politici di ieri e di oggi. La definizione che Natta, parlando alla Camera, negli anni Sessanta, dette del proprio partito a me sembra la più precisa: “Il nostro partito – egli disse – ha compreso che lo spirito di classe deve saldarsi con lo spirito statale…” e si è assunto “come compito inderogabile quello di cimentarsi con il più grande rigore intellettuale e politico sulla intera realtà nazionale, di studiare e di preparare soluzioni valide per la società e per lo Stato e su questo ingaggiare il confronto e la lotta”. Un partito, dunque, che non vantava soltanto i suoi indiscutibili meriti, e i suoi sacrifici nell’azione per battere il fascismo, per contribuire alla Resistenza, per arrivare alla Repubblica, per cooperare alla stesura della Costituzione, ma che sapeva di dover continuamente mostrare la propria capacità di affrontare i compiti volta per volta proposti dai bisogni delle classi lavoratrici e dell’insieme del Paese e suggeriti dalla superiore necessità di salvaguardare e sviluppare la democrazia italiana.

È invalso un giudizio spesso addirittura sprezzante su quella che viene definita la “prima repubblica”. Ma, a parte il fatto che è ancora da dimostrare che la seconda sia migliore della precedente, va detto che nei primi cinquant’anni furono superati ostacoli terribili, e lo furono perché le forze politiche di allora seppero – pur tra contrasti talora anche aspri – mantenere ferma la loro comunanza antifascista e la comune fedeltà costituzionale. Solo così poterono essere evitati i rischi assai gravi, come quello che Nenni chiamò il “rumore delle sciabole” al costituirsi del primo centro sinistra, o come quello tanto più grave dello stragismo e del terrorismo. Senza quell’opera comune la democrazia italiana non sarebbe stata al riparo da pessime avventure.

Il tempo di Natta come coordinatore unico della segreteria e poi capo del gruppo parlamentare è quello che vede l’affermarsi di riforme essenziali dello Stato (per esempio la creazione delle regioni a statuto ordinario) e nella vita civile (per esempio la possibilità del divorzio), e giunge fino alla formazione dei governi di solidarietà nazionale, stroncati dall’assassinio di Aldo Moro per mano delle Brigate rosse: un delitto ben mirato, che lacerò il tessuto unitario composto con tanta fatica al fine di portare l’Italia ad una condizione di normalità democratica. E Natta segretario, raccogliendo un partito anch’esso colpito e diviso dalle conseguenze di quel terribile trauma che segnò in modo irrimediabile il destino della Repubblica, continuò ad operare avendo come mira la necessità di raggiungere il compimento della democrazia italiana “dimidiata” dalla conventio ad escludendum, e perciò dichiarò e fece del suo partito – lottando per tenerlo unito – “parte integrante della sinistra europea”, com’egli disse. Ed ebbe anche come giusto obiettivo quello di aprire la strada ad una nuova generazione: da cui non si attendeva certo riconoscenza ma, sicuramente, un cammino diverso da quello che essa imboccò.

Illuminista, giacobino, comunista. Con queste parole Natta volle essere ricordato all’estremo della sua vita scrivendo alla dilettissima figlia Antonella. Ma a ciascuna di queste parole egli dette la sua interpretazione di uomo di cultura e di dirigente politico.

Il suo illuminismo non era quello dogmatico della Dea Ragione, ma quello della razionalità critica filtrata attraverso la lezione hegeliana e marxiana, come dimostra tutta l’opera sua e come simbolicamente testimonia la testata della rivista ch’egli, con Longo, fondò: “Critica” – e cioè il nome della rivista di Benedetto Croce – seguito dall’aggettivo “marxista”.

Il suo giacobinismo era quello su cui aveva lavorato fin dalla tesi di laurea su Vincenzo Cuoco, il grande storico e pensatore politico partecipe della rivoluzione giacobina napoletana del 1799 tragicamente sconfitta: un giacobino nettamente avverso al terrore, e creatore di quella nozione di “rivoluzione passiva”, cui farà spesso ricorso Antonio Gramsci. Per Cuoco, “passiva” era stata la rivoluzione di Napoli, perché frutto di una élite distante, incompresa e incomprensibile dal popolo, e perciò soffocata nel sangue. In Gramsci quella espressione ritorna anche per ammaestrare ad intendere bene – non senza un riferimento implicito a quel che avveniva nell’Urss – che senza partecipazione popolare e senza consenso non c’è alcuna trasformazione possibile.

E, infine, Natta usa l’aggettivo comunista nell’accezione da lui stesso teorizzata a proposito del proprio partito, un partito che rappresentò un caso assolutamente unico – irripetuto e irripetibile – tra quelle forze politiche che avevano adottato quel nome dopo la costituzione della III Internazionale.

La lezione di Natta non finì con la sua segreteria. Rinunciando ad ogni carica formale, volendo tornare al essere semplice “frate”, e poi ingaggiando la sua ultima battaglia per la difesa dell’onore del proprio partito. Natta dette un nuovo insegnamento etico e politico, di umiltà e di fermezza. In quest’ultima battaglia Natta, e tanti di noi con lui, fummo sconfitti. Ma ora accade che molti di coloro che allora vinsero, guardando lo stato attuale della sinistra italiana – e del Paese -sono indotti a compiangere la loro vittoria di allora.

Non fu quella di Natta, mai, una lotta di retroguardia. La sua lezione univa il rispetto per la tradizione ai propositi innovatori e congiungeva una analisi scrupolosa della realtà e dei propri stessi errori, alla passione del combattente politico. È una lezione tutta vivissima per chi voglia pensare alla storia e all’avvenire del Paese e di quella sua parte che si ispira alle idealità socialistiche. Natta fu un grande dirigente politico e un grande intellettuale. Il suo maggiore biografo – e storico e sociologo Paolo Turi dell’Università di Firenze – ha impiegato 650 pagine per raccontare la sua vita e la sua attività e ne ha dovute aggiungere più di 100 per elencare i suoi scritti e discorsi fino al 1989, sicché mancano ancora tutti gli scritti del voluto ritorno ad Oneglia con la sua carissima Adele compagna straordinaria di una vita intera.

Tra le sue opere ultime, oltre al ritorno alla giovanile passione per la letteratura e per i grandi scrittori e poeti liguri, c’è un bellissimo libro sul suo concittadino Giacinto Menotti Serrati, segretario del Partito socialista italiano, che poi si unirà ai comunisti, con la frazione socialista degli internazionalisti, un libro che rivaluta Serrati, criticato da opposte parti, e ripone in discussione, pur sempre difendendo l’opera del Pci, la scissione di Livorno compiuta mentre i fascisti erano alle porte. Vale per Natta quello che egli dice di Serrati. C’è una storia politica misconosciuta da comprendere in profondità, c’è un risarcimento da dare. Ma mi sia consentito dirlo in tempi di immiserimento e di avvilimento di tanta parte della politica, da Natta c’è da imparare innanzitutto una grande lezione di rigore intellettuale e morale, la forza della ragione e la fermezza della volontà.

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Uno dei più celebri ritratti di Giuseppe Verdi

Di Giuseppe Verdi, così come di tanti altri personaggi illustri, abbiamo una immagine idealizzata, frutto di decine di biografie elogiative. Ma spesso – lo sappiamo ma tendiamo a dimenticarlo – i “grandi” della storia sono personaggi difficili, che condividono, e a volte esasperano, le meschinità della gente comune.

Di Verdi noi sappiamo, perché così a scuola ce l’hanno insegnato, che fu non solo un compositore, ma un agricoltore all’avanguardia della sperimentazione, un benefattore, un marito affettuoso e un amante discreto, un patriota, un politico di specchiata virtù, un uomo ricco ma di abitudini morigerate.

Ho trovato quindi molto stimolante l’articolo di oggi sul Fatto Quotidiano (Maurizio Chierici) in cui viene tracciato un altro ritratto dell’uomo Verdi: “duro tirchio, padronale”.

Qualche aneddoto.

Nel 1884, il ministero competente decide di indagare sullo “stato dell’agricoltura”. L’avvocato Francesco Barbuti, che è incaricato dell’indagine per la provincia di Parma, attraversa le terre del nostro e così relaziona: «I braccianti scaricano sacchi di farina cattiva: è il salario per il lavoro. Odore di marcio, Melica fermentata, Impastano il pane: non lo dimenticherò mai. Sembrava fuliggine». Se consideriamo che in quei tempi non si andava tanto per il sottile con i diritti dei lavoratori, il fatto che l’avvocato si scandalizzi è assai significativo.

Ma andiamo oltre, Cesare Lombroso, il famoso e famigerato antropologo che per tracciare il profilo dei criminali per nascita misurava nasi, circonferenze craniche, distanze degli occhi, decide di effettuare una ricerca sulla correlazione fra la pazzia e la pellagra da cattiva alimentazione. Anche lui visita le terre di Verdi ed entusiasticamente annota: «Ho la fortuna di poter esaminare il più grande laboratorio d’Europa della degenerazione umana».

Verdi era annoiato dalla politica e, quando fu eletto senatore, spesso disertava le sedute, anche quelle obbligatorie, lasciando sguarniti i banchi della destra, All’attività politica dobbiamo accostare la sua breve esperienza di proprietario di giornale. Nel 1874, comprò la Gazzetta di Parma, che diviene strumento di propaganda politica a favore del Piroli, amico d’infanzia di Verdi e candidato per la destra, con feroci e quotidiane campagne contro il candidato della parte avversaria. Piroli perde le elezioni e la Gazzetta viene ceduta.

In economia, il nostro si dimostra particolarmente attento al denaro, separando rigorosamente il proprio patrimonio da quello della moglie e dei genitori. Diffida il padre dall’utilizzare il suo nome per ottenere credito dalle banche, mentre, in maniera furibonda, si batte per l’ottenimento dei diritti d’autore per le sue opere (battaglia che vincerà solo verso la fine della vita). Come benefattore, invece, è grandioso. Forse con la speranza di proiettare ai posteri un’immagine positiva costruisce l’ospedale di Villanova d’Arda e la Casa di Riposo per musicisti di Milano.

Dal punto di vista sentimentale, dopo la morte per meningite fulminante della moglie Margherita Barezzi, Verdi rimane con tre figli piccoli. La solitudine dura fino a che non incontra Giuseppina Strepponi, che canta nelle sue opere ObertoNabucco, Non si può dire che fu amore a prima vista, ma l’equilibrio del compositore ne fu sconvolto. La Strepponi ha già tre figli avuti da due uomini diversi e Verdi, il cantore dello strazio delle madri costrette ad abbandonare le loro creature, nel contratto matrimoniale “coerentemente” le impone di non rivedere le sue per tutta la vita. 

Invecchiando comincia a pensare a chi lasciare il suo assai ingente patrimonio. Adotta Filomena, la figlia di un cugino povero e la manda in collegio a Torino, ribattezzandola Maria. Ma la ragazza si innamora di un contadino compagno di infanzia. Verdi se ne accorge e il giovanotto scompare. Nessuno l’ha più visto e non verrà più ritrovato nonostante le indagini di un poliziotto ex borbonico. Filomena-Maria va quindi in sposa ad Alberto Carrara, figlio del notaio di Verdi. Un regio decreto cambia il nome della famiglia in Carrara Verdi.

Qualche anno dopo un altro mistero colpisce casa Verdi. Una giovane cameriera incinta rimane uccisa da un colpo sparato da un fucile da caccia in mano al figlio di Maria e Alberto. Il giovane corre dal nonno per “farsi consolare” e qualche tempo dopo il tribunale attribuisce la morte della cameriera alla “sbadatezza”. La corte proibisce al giovane l’uso del fucile per un anno, ma di lì a poco un altro regio decreto glielo restituisce.

Che dire? L’Italia è sempre la stessa e Verdi, grande artista e uomo potente perché ricco e famoso, era innanzitutto un italiano.

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