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Posts Tagged ‘Giappone’

Giulietto Chiesa, Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2016

Sono appena trascorsi otto anni dall’inizio della crisi mondiale, se si prende come data di riferimento quella della bancarotta della Lehman Brothers. Da allora la gran parte dei commenti degli “esperti” è rimasta nell’ambito di una spiegazione tradizionale, cioè ha esaminato la situazione – che si prolunga ormai da tempo – come effetto di un “normale” avvicendamento di cicli di caduta e di crescita. Cioè siamo effettivamente in caduta, dopo – state tranquilli – ci sarà la crescita.

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Filippo Ghira, Il ribelle, 14 ottobre 2015

In conseguenza dell’accordo di libero scambio del Pacifico (Tpp), firmato la scorsa settimana dai dodici ministri del Commercio dei Paesi interessati, dopo dieci anni di discussioni, è stato compiuto un ulteriore passo vero il libero mercato mondiale. Al Tpp dovrebbe seguire infatti in tempi brevi l’analogo accordo (Ttip) per l’area dell’Atlantico, attualmente in trattativa tra Nord America ed Unione europea.

Grazie all’accordo America-Asia le merci e i capitali potranno circolare liberamente senza dover essere soggette a dazi e regolamenti vari che verranno semplicemente cancellati. Alla entrata in vigore del Tpp manca soltanto la ratifica dei rispettivi governi e Parlamenti ma, nonostante i molti mugugni che si sono levati, sia per le sue implicazioni sia per la segretezza che ha caratterizzato le trattative e l’incontro decisivo ad Atlanta, non sembrano esistere ostacoli tali da impedirne un voto favorevole. Ad Obama peraltro il Senato aveva concesso i pieni poteri per agire come meglio avesse creduto.

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Adam S. Hersh e Joseph Stiglitz, sbilanciamoci.info, 13 ottobre 2015

Il Tpp ha ben poco a che fare con il libero scambio, e somiglia piuttosto a un accordo che vuole gestire i rapporti commerciali e di investimento tra i suoi membri ­per conto delle più potenti lobby di ciascun paese

Mentre i negoziatori e i ministri degli Stati Uniti e degli altri undici paesi del Pacifico si incontrano ad Atlanta per definire i dettagli del nuovo Accordo Trans-Pacifico (TPP), un’analisi più seria è fondamentale. Il più grande accordo della storia sul commercio e gli investimenti non è come sembra.

Si sentirà parlare molto dell’importanza del TPP per il “libero scambio”. La realtà è che si tratta di un accordo che vuole gestire i rapporti commerciali e di investimento tra i suoi membri ­- e farlo per conto delle più potenti lobby di ciascun paese. Fate attenzione: è evidente dalle principali questioni, sulle quali i negoziatori stanno ancora contrattando, che il TPP non ha niente a che fare con il “libero” scambio.

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Vincenzo Comito, sbilanciamoci.info, 13 ottobre 2015

Il TPP è più un affare di geopolitica che di commercio. L’obiettivo principale per gli Stati Uniti e il Giappone è di superare in dinamismo la Cina e di creare una zona economica che bilanci la forza economica di quest’ultimo paese nella regione. Inoltre, e parallelamente, quello di scrivere le regole dell’economia del XXI secolo

L’ipotesi del cosiddetto accordo di libero scambio dell’area Pacifico (Trans-Pacific Partnership, TPP), che è stata approvata di recente ad Atlanta dai governi di dodici paesi americani ed asiatici, presenta delle prospettive incerte. Non si sa se i parlamenti nazionali approveranno l’accordo, si ignora se esso contribuirà in qualche modo allo sviluppo dei paesi firmatari, mentre si discute, infine, se esso riuscirà a frenare in qualche modo lo sviluppo economico cinese e la crescita della sua influenza politica, tentativo di freno che appare lo scopo principale dell’attivismo statunitense.I contenuti dell’accordo non sono ancora noti con precisione; si conoscono peraltro i suoi contorni di massima e possiamo dunque ricordarli brevemente, seguendo in particolare, ma non solo, le tracce di un articolo del New York Times (Granville, 2015).

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Jacopo Rosatelli, Il Manifesto, 14 marzo 2015

Il ministro delle finanze greco da Cernobbio propone un’alternativa al Quantitative easing di Draghi. La stampa tedesca lo attacca: è isolato, prossimo alle dimissioni. Da Atene la smentita

Il con­te­sto è di quelli che con­tano: il Forum Ambro­setti di Cer­nob­bio, sul Lago di Como. E il pro­ta­go­ni­sta, l’uomo del momento: il mini­stro greco delle finanze Yanis Varou­fa­kis, nemico pub­blico numero uno per il governo tede­sco e gran parte dell’establishment politico-economico euro­peo. Anche que­sta volta il vul­ca­nico eco­no­mi­sta mar­xi­sta ha con­qui­stato la scena, lan­ciando di fronte alla sele­zio­nata pla­tea di Villa d’Este una pro­po­sta desti­nata a fare discu­tere: un «piano Mer­kel» di inve­sti­menti pub­blici per favo­rire dav­vero la cre­scita e farla finita con l’austerità.

Yanis Varoufais, ministri delle Finanze Grecia

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Gli economisti dell’austerità fanno coincidere cultura, lungimiranza ed etica con rigore, mercato e vincoli. Ma è la stessa esperienza in corso che boccia tale visione.

Sergio Bruno, Sbilanciamoci.info, 13 gennaio 2015

Ho detto che, ove si riuscisse ad arrestare l’attuale deriva delle strategie europee, occorrerebbe poi dotarsi di più strumenti culturali, di più lungimiranza, di più etica. Gli economisti dell’austerità fanno coincidere cultura, lungimiranza ed etica con rigore, mercato e vincoli. A mio avviso è la stessa esperienza in corso che boccia una tale visione. Occorre invece tornare agli insegnamenti suggeriti dall’esperienza storica e da una buona parte degli economisti e dei politici della prima parte del secolo scorso, aggiornando il quadro problematico per raccordarlo meglio alle trasformazioni intervenute da allora.

Il lungo periodo di grande espansione ed evoluzione che è durato dalla fine del 1800 agli anni 1970, sia pure con alti e bassi, con momenti di crisi evidenti come quelli degli anni 1930, con accelerazioni dai risvolti crudeli quali quelle dovute agli sforzi bellici, ha molto da insegnarci. Il processo espansivo ha visto sempre come protagonisti complementari lo stato, le imprese, i sindacati. Le egemonie sono state di volta in volta diverse. Una buona parte di tali esperienze è stata innescata dalle grandi imprese innovative, quelle che maggiormente hanno raccolto i frutti delle grandi invenzioni maturate in sede scientifica a partire dalla fine dell’ 800, spesso contribuendo alla loro maturazione e sempre al loro successo. Ma il mercato ha più volti, sicché non bisogna dimenticare il ruolo aggressivo e molto poco innovativo interpretato dalle grandi multinazionali (a partire da quelle del petrolio), le azioni miranti ad ottenere protezione dalla concorrenza potenziale, il freno esplicito a processi innovativi, la manipolazione dei media e della politica, ecc. Altri cambiamenti importanti sono legati all’iniziativa pubblica (penso alla Prussia di Bismark e alle azioni rooseveltiane, ma anche all’esperienza delle imprese pubbliche italiane, inglesi, francesi) , altri ancora alle spinte egualitarie perseguite dai sindacati (pensa all’Italia dei primi anni 1960).

Le imprese innovative comunque, nel corso dei primi decenni di quel periodo, hanno inventato e perseguito nuove strategie di relazioni industriali, volte a cooptare i lavoratori agli interessi aziendali attraverso contratti di lavoro di lunga durata e percorsi di carriera interni alle imprese stesse. Questo è accaduto mentre la maggior parte delle altre imprese continuavano ad usare le strategie ottocentesche, molto aggressive sia nei confronti dei lavoratori che delle altre imprese, tagliando costi e prezzi, sfruttando i lavoratori allo spasimo, negando loro diritti. Nel corso della prima metà del Novecento, tuttavia, il maggior successo delle imprese innovative finì per spingere quelle più tradizionali ad imitarle. Il risultato sistemico, statisticamente visibile fin dai primi anni 1960, fu quello di rendere i livelli di occupazione più stabili delle oscillazioni cicliche del prodotto1. La maggiore stabilità della maggior parte dei lavoratori e la garanzia per essi di una carriera ascendente all’interno delle imprese erano considerati, dalle imprese innovative, un fattore di vantaggio competitivo e dai lavoratori e dalle loro organizzazioni un fattore di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Il vantaggio competitivo era ulteriormente rafforzato ove la strategia dei mercati interni del lavoro veniva abbinata ad altre azioni, quali le politiche di attrazione e fidelizzazione della clientela, l’innovazione, la customer care, strategie riguardate tutte come migliori rispetto alle precedenti.

Interessante è che queste strategie innovative nelle relazioni industriali hanno avuto analoghe caratteristiche in paesi tanto diversi quali il Giappone di allora e gli USA, la Germania (e prima ancora la Prussia) e il Regno Unito, la Francia, tutte adattandosi alle specificità e alla cultura dei diversi Paesi: in Giappone il Nenko Joretsu e le sue successive evoluzioni; negli Stati Uniti le strategie di stabilizzazione nei territori orientali delle maestranze qualificate provenienti dall’Europa, con la creazione di rapporti di lavoro di lunga durata quali osservati e teorizzati da Clark Kerr2; in Prussia sfruttando la creazione del sistema di formazione professionale duale da parte di Bismarck, che aveva reintrodotto la cultura della formazione delle Gilde nel sistema delle grandi imprese, insieme alle garanzia offerte dalla creazione dei primi sistemi di sicurezza sociale e pensionistici (tra il 1881 e il 1889); nel Regno Unito attraverso le trade unions in quanto custodi dell’accesso al lavoro e dei requisiti di professionalità e i movimenti politici per il welfare state; in Francia attraverso la diffusione al campo privato del modello di stabilità napoleonico nei lavori in campo pubblico. A variare sono stati i tempi in cui le strategie sono emerse e il grado di protagonismo degli attori prima ricordati. Negli USA, ad esempio, il ruolo dei sindacati ha subìto una accelerazione a seguito delle politiche rooseveltiane, che incentivavano le imprese a fare patti tra loro per evitare rincorse al taglio dei prezzi, promettendone la ratifica a condizione di ammettere la presenza sindacale. Del resto l’impegno pubblico per il sostegno dell’occupazione era praticato da Roosevelt ben prima dell’apparire delle teorizzazioni di Keynes.

Questo modello di relazioni industriali, sempre più legato a politiche pubbliche espansive, cominciò a incontrare difficoltà con il rallentamento del tasso di crescita, che impediva un funzionamento efficiente del sistema delle carriere interne. Gli aggiustamenti operati nei diversi paesi a seguito delle difficoltà emergenti furono variegati, ma non emerse un genuino modello alternativo. Ovunque vi è stato, a partire dagli anni 1970, un indebolimento dei diritti e della sicurezza dei lavoratori. Questo fenomeno si è accompagnato al riemergere di una forte e ideologizzata egemonia del “mercato” e ad una avversione crescente (quanto meno a livelli ufficiali) nei confronti di attivi ruoli pubblici nelle attività economiche. Il mito del pareggio del bilancio è riemerso.

Nell’ultimo trentennio sembrano esservi due tratti distintivi forti rispetto al periodo di grande espansione, cui se ne aggiunge un terzo che riguarda l’area dell’Euro. I tratti distintivi, per quanto riguarda le economie più avanzate, sono costituiti da una formazione di risparmio monetario eccessiva rispetto agli investimenti produttivi e l’emergere conseguente e prorompente di fenomeni di finanziarizzazione. La peculiarità dell’area Euro, invece, è costituita dalla presenza di una Banca centrale cui è fatto divieto di sottoscrivere titoli del debito pubblico dei paesi membri al momento della loro emissione, dando luogo ad un sistema barocco per la creazione di moneta.

Quanto ai risparmi eccessivi va osservato che il rallentamento della crescita ha indotto un minore bisogno di investimenti netti. Ma il risparmio è aumentato quasi ovunque anche per motivi ulteriori. Il fenomeno ha preso forza negli anni 1970 a livello internazionale, quando gli shock petroliferi hanno convogliato una gran massa di moneta ai soggetti più ricchi dei paesi OPEC, che non sono stati capaci di aumentare, attraverso maggiori importazioni, la domanda di beni e servizi prodotti. In un primo tempo i vuoti di domanda indotti nei paesi industrializzati da tali comportamenti sono stati compensati tramite una espansione della spesa pubblica finanziata con la creazione di moneta, negli USA con i c.d. “petroldollari”. La tendenza all’eccesso di risparmio ha subito altre due spinte, connesse la prima all’aumento dell’incertezza dovuto al deterioramento di grosse componenti della spesa sociale, con una conseguente dilatazione delle attività coperte su basi assicurative, la seconda al peggioramento della distribuzione del reddito e della ricchezza. Più il futuro diviene incerto, più si risparmia. Gli assetti monetari dovuti all’eccesso di risparmio sono affluiti nei mercati finanziari (a partire dalle coperture assicurative ma non solo), inducendo acquisti massicci di assetti di ricchezza improduttiva e una crescita abnorme delle attività finanziarie.

Ma passiamo all’Europa. Dopo i “divorzi” delle BC europee dei primi anni 1980, che obbligavano gli stati a finanziare i deficit di bilancio solo emettendo titoli e lasciando poi alla discrezionalità delle BC nazionali la decisione su quanti titoli sottoscrivere creando direttamente moneta, nel decennio successivo venne introdotto in Europa il divieto per le BC di sottoscrivere all’emissione i titoli emessi dai paesi membri; un divieto poi trasferito alla BC europea. Lo scopo iniziale era quello di limitare ulteriormente, rispetto a quanto già erano in grado di fare i “divorzi”, la discrezionalità della sfera politica, eliminando al contempo possibili ostacoli che la Bundesbank avrebbe potuto porre al realizzarsi della moneta unica; un processo di cambiamento che le BC contavano fin dall’inizio di realizzare prescindendo dalla contestuale creazione di un vero bilancio federale.

Il debito pubblico per la cultura tedesca è, prima di qualsiasi riflessione sulle sue possibili sfaccettature, una mancanza ai doveri etici. Come tale è da sanzionare. Come seconda cosa esso è una somma da restituire per intero, seguendo orientamenti culturali e pratici mutuati dalla sfera familiare. L’ipotesi che la spesa pubblica e in certe condizioni il deficit di bilancio svolgano un ruolo nell’indurre produzione e accumulazione di capitale e nell’assicurare nel lungo periodo un adeguamento della quantità di moneta alla crescita della produzione non sembra sfiorare la modernissima cultura tedesca. Un quadro, questo appena descritto, reso più complicato dalla assenza di un bilancio federale. Come per i bilanci degli enti locali, infatti, il principio di pareggio per i singoli stati-locali di una Europa federale avrebbe senso, purché ciò avesse luogo all’interno di una realtà federale, con un bilancio che potesse andare in deficit quando opportuno.

Il quadro è poi reso ancor più complicato dalla circolazione internazionale dei titoli degli stati membri. E’ questa circolazione che ha generato equivoci sul “rischio paese”. Da un lato tale rischio viene connesso alle possibilità di restituzione e non invece, come dovrebbe farsi, con la capacità di sostenere gli oneri di interesse. Dall’altro si pretende che il rischio venga “pagato” esclusivamente dai debitori quando invece l’acquisto e il possesso di titoli a rischio è dovuta ai differenziali di interesse che tali titoli assicurano. Proprio perché considerati più rischiosi, sarebbe sensato che il costo associato al rischio venisse spartito anche con chi, consapevolmente, ha acquistato titoli rischiosi; possibilità è mal vista, visto che sono per lo più le banche dei paesi più forti e gli affaristi finanziari a detenere i titoli più redditizi.

La verità è che il sistema europeo di sottoscrizione dei titoli pubblici è rapidamente divenuto un modo per lasciare spazio agli interessi delle banche. La BCE infatti rende disponibile moneta alle banche affinché esse, con tale moneta, comprino i titoli al momento della loro emissione, riservandosi poi di acquistare i titoli stessi sul mercato secondario. Non solo le banche guadagnano da tutte queste intermediazioni, ma giustamente (dal loro punto di vista) speculano sul presunto rischio differenziale dei titoli dei diversi paesi. Che il meccanismo e tutto ciò che lo circonda sia perverso è divenuto ormai più di un sospetto (ovviamente nascosto, il bon ton prima di tutto!) per la stessa BCE che di recente, a fronte degli effetti negativi dell’austerità, ha in più occasioni detto (o minacciato?) di essere disposta a comprare titoli dei paesi membri in quantità massicce, venendo così meno alla filosofia che le banche centrali hanno edificato nel giro di trent’anni.

Occorrerebbe tornare ad una cultura che i decenni di cultura liberista hanno obliterato, tanto che i più giovani laureati in economia ignorano ciò che si pensava prima. Giova riassumerlo. Lo stato, per finanziare un deficit di bilancio, può sia emettere titoli che indebitarsi direttamente con la BC. In questo secondo caso si tratta di una partita meramente contabile, per cui o non vi sono interessi o si crea una banale partita di giro per cui lo stato paga interessi alla BC, che la BC stessa “retrocede” allo stato. L’emissione di titoli, di conseguenza, ha senso solo se lo stato intende rendere “attivi”, dal punto della produzione e dei consumi, risparmi eccessivi; risparmi cioè che eccedono gli investimenti in campo reale, deprimendo i consumi. Con l’emissione di titoli lo stato offre anche una sponda ai risparmiatori che non si fidano di altri impieghi. Il deficit quindi, in un modo o nell’altro, ha la capacità di attivare risorse, superando la contraddizione, dovuta a difetti di coordinamento tipici del mercato ma non insanabili, per la quale se una società ha bisogni insoddisfatti e risorse disponibili, quella società è male organizzata.

Con la scelta di dare priorità alla costruzione della moneta unica, si è di fatto rinunciato a procedere alla costruzione di un bilancio federale, bilancio che avrebbe dovuto incardinarsi inizialmente su due principi strategici: (1) rendere funzionale il bilancio stesso alla costruzione di una politica industriale e di sviluppo europea, capace di fare dell’Europa un vero polo competitivo a livello planetario (l’Europa della conoscenza cara a Delors; peccato che le spese per educazione, ricerca, sanità sono state le prime ad essere sacrificate nei paesi che più ne avrebbero avuto bisogno); (2) porre a carico del bilancio federale principi di solidarietà tra paesi.

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NOTE

1 Oi, W., 1963, “Labour as a quasi-fixed factor”, Journal of Political Economy
2 Kerr, C., 1954, “The Balkanisation of Labour Markets”, in E. Wright Bakke (Ed.) Labour Mobility and Economic Opportunity, MIT Press, Cambridge-Mass.)

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L’articolo di Flassbeck è dell’8 dicembre 2014, ma ovviamente, trattandosi di un economista tedesco, era scritto in tedesco. Fortunatamente, il sito Voci dall’Estero ne ha pubblicato una traduzione. Eccola

di Heiner Flassbeck, Voci dall’estero, 4 gennaio 2015
Traduzione di Arturo

Negli ultimi anni avevamo parlato in più occasioni (per esempio qui) dell’Abenomics ed eravamo molto fiduciosi che il Giappone potesse arrivare a far propria una diagnosi corretta del suo problema. In effetti il primo ministro Shinzo Abe aveva esplicitamente detto che in Giappone i salari devono aumentare. Ora però i media, se n’è parlato molto, riferiscono di una nuova recessione: qualcosa sarebbe andato storto nel tentativo di liberare il Giappone dalla recessione. In considerazione di questo, alcuni lettori ci hanno chiesto se siamo stati troppo ottimisti.

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Abbiamo detto fin dall’inizio che il Giappone ha soprattutto un problema salariale. Se si considerano i passati vent’anni e si confronta il Giappone con altri grandi paesi industrializzati, la peculiarità dello sviluppo salariale – anche paragonandolo a quello molto moderato tedesco – risulterà immediatamente evidente. In Giappone non solo il CLUP (qui i relativi dati), ma anche i salari nominali orari sono quasi costantemente calati dal 1996 (vd. figura 1).

Anche solo considerando questo risultato è innegabile che il paese si trovi in una situazione eccezionalmente difficile. In effetti, contro una riduzione dei redditi e il relativo consolidamento di aspettative negative di reddito della massa delle famiglie, la politica economica tradizionale non può ottenere nulla. 25 anni di tassi di interesse a zero da parte della banca centrale e un debito pubblico sempre crescente ne costituiscono eloquente testimonianza. Pertanto la dichiarazione del presidente Abe, che bisogna incidere direttamente sulla dinamica salariale se si intende combattere efficacemente la deflazione, è del tutto corretta e addirittura rivoluzionaria. La verità è che si è fatto troppo poco. Nel primo semestre del 2014 i salari sono aumentati appena di un 1,3% rispetto alla media del 2013.

Allo stesso tempo, il governo giapponese ha deciso un aumento dell’imposta sul valore aggiunto (entrato in vigore nell’aprile 2014) di ben tre punti percentuali, che, secondo le previsioni del FMI, farà salire il tasso di inflazione fin quasi al 3% (vd. figura 2). Questo aumento delle tasse ha però l’effetto particolare di aumentare da un anno all’altro il tasso di incremento dei prezzi (e quindi il livello dei prezzi), senza che però poi il tasso di inflazione annuale si sollevi più poiché verrà già calcolato da questo livello più elevato.

flassbeck 2

Questo particolare balzo nel tasso di inflazione quest’anno ha però avuto l’effetto di provocare una nuova riduzione dei salari reali (vd. figura 3). Se li confrontiamo con quelli del 1996, vedremo che oggi i salari reali sono quasi un 10% più bassi di allora. Perfino in Germania, dove dal 2003 i salari reali orari sono aumentati appena, la situazione non è per nulla paragonabile al Giappone. Se il governo giapponese vuole ottenere qualche risultato, deve rovesciare radicalmente questo andamento, così da resistere su un sentiero di crescita non deflazionistico, finché si riaffermino, in ambito lavorativo, normali aspettative di andamento dei redditi e quindi dei prezzi.

flassbeck 3

Questi grafici mostrano anche che il discorso che si sente sempre, che il Giappone non andrebbe poi così male, visto che il PIL pro capite negli ultimi vent’anni è cresciuto quasi con lo stesso vigore di quello americano, non è certo una scusa per l’inazione della politica economica.

Come si possa ignorare la centralità della questione salariale, l’ha ancora una volta dimostrato Hans-Werner Sinn.In una intervista alla FAZ, ha preso posizione anche sulla situazione giapponese e alla domanda “in considerazione della situazione di bassa inflazione e di economia più o meno stagnante dell’Eurozona, viene proposto un confronto col Giappone. Vede anche lei dei parallelismi?” ha così risposto:

Il confronto è appropriato. Nel 1990 il paese ha fatto fronte allo scoppio della bolla giapponese con politiche keynesiane a debito. Il debito pubblico è salito dal 59 al 245% in rapporto al PIL. Inoltre il paese è stato inondato di moneta dalla banca centrale. Dal 1998 a oggi i tassi di interesse sono stati fissati praticamente a zero. Tutto ciò è servito a poco o nulla. Da allora il Giappone è stato in deflazione con crescita debole e ripetute recessioni. Questo dimostra che non si possono risolvere i problemi strutturali attraverso misure macroeconomiche. Il ministro Abe ha cercato di fare questo, allentando ancora di più i cordoni della borsa. Neanche questa volta con buoni risultati: il Giappone è di nuovo in recessione. Da questo in Europa dovremmo imparare che non si possono nascondere i problemi stampando moneta. Il denaro facile è solo un palliativo, controproducente se evita gli interventi necessari.

Basta tradurre “problemi strutturali” con rigidità salariale, come avviene normalmente in Europa, per capire che la diagnosi di Hans-Werner Sinn è completamente sbagliata. Infatti è proprio la flessibilità salariale il problema giapponese e tutto il resto, la “deflazione con crescita debole”, non è che una conseguenza. Il parallelo fra il Giappone e l’Eurozona sta in questo, che agli altri paesi dell’unione monetaria viene richiesto di adattarsi alla politica tendenzialmente deflazionista tedesca invece di seguire una politica simile a quella francese di aumentare i salari secondo il trend di produttività più l’obiettivo di inflazione del 2%. Che la politica seguita finora dal Giappone abbia condotto a una massiccia sottovalutazione della loro moneta – l’unico salvagente su cui il paese può contare, perché sostiene le esportazioni – è noto. Intanto l’Europa segue il Giappone. Che la BCE consideri la svalutazione dell’euro solo come un danno collaterale inintenzionale oppure anche come uno strumento attivo della sua politica monetaria, questa di fatto non gioca alcun ruolo sui mercati. L’unica certezza è che in questa svalutazione competitiva nessun paese ha vinto, mentre tutti insieme possono solo perdere.

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Eugenio Palazzini, Il Primato Nazionale

“Ogni giorno che passa è un giorno perso per l’intesa, il nostro è un appoggio totale e incondizionato”. La dichiarazione del premier Matteo Renzi non lascia spazio a dubbi o ripensamenti, il Ttip si farà e l’Italia è pronta a firmarlo in bianco. Dello stesso avviso il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, che due giorni fa, intervenendo ad un convegno sul trattato transatlantico, ha dichiarato: “il negoziato va rilanciato mettendo in luce i vantaggi, che sono tanti. Bisogna perseguire con tenacia la strada del dialogo intercontinentale perché c’è sempre più bisogno di accesso al mercato”. Squinzi ha poi sottolineato che “dobbiamo muoverci rapidamente perché le voci dei detrattori si fanno più insistenti e la congiuntura internazionale non consente stalli prolungati.” Secondo il presidente di Confindustria “il negoziato va rilanciato con progressi in tempi brevi sulla rimozione dei dazi e il superamento degli ostacoli tariffari”. Nel silenzio pressoché generale, governo e organizzazione degli industriali premono dunque sull’acceleratore nei confronti di un negoziato che segnerà profondamente l’economia italiana a partire dal prossimo anno.

Ma che cos’è quindi il Ttip? Come abbiamo spiegato ante litteram sulle pagine di questo giornale, qui e qui, l’acronimo “Ttip” sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership (Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti), altrimenti detto “Tafta”, Transatlantic Free Trade Area, ovvero un accordo commerciale di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti. Il negoziato è iniziato in sordina a partire dal luglio 2013 e potrebbe concludersi a inizio 2015, dando vita alla più grande area commerciale libera da tassazioni della storia. Un enorme mercato deregolamentato che Washington considera come il fondamentale accordo da legare al “Tpp”, Trans-Pacific Partnership,altra area di libero scambio in via di creazione tra Usa, Canada, Messico, Perù, Cile, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Vietnam, Malesia e Sultanato del Brunei. Il governo statunitense sta quindi mettendo le basi per realizzare in breve tempo un new world dove investire ed esportare liberamente, eliminando ogni tipo di barriera per le proprie merci e per i propri capitali.

Come abbiamo però illustrato nei precedenti articoli pubblicati su Primato, l’abbattimento delle tariffe doganali non è il principale scopo del Ttip. L’obbiettivo primario è invece l’eliminazione delle “Barriere non tariffarie” al commercio, ovvero quei vincoli e norme di carattere tecnico, giuridico, commerciale e politico che in qualche modo tutelano a vario titolo i produttori, i lavoratori e i cittadini di una data nazione. In pratica qualunque multinazionale potrà operare sul territorio Ue senza tenere conto della legislazione nazionale e comunitaria relative la sicurezza degli alimenti, le soglie di tossicità, le norme sui farmaci (severissime in Europa), la libertà in rete, la previdenza sociale, l’energia, la cultura, i brevetti e così via. Basti pensare che come consulenti dei negoziati sono stati accreditati 600 lobbisti di multinazionali americane ed europee.

Non solo, il secondo pilastro del Ttip prevede un aspetto citato nei documenti Ue come “investor-state dispute settlement” o “ISDS system”. In soldoni la possibilità per ogni impresa di trovare tutela dei propri investimenti, ma soprattutto delle aspettative di ritorno degli stessi, in un nuovo tribunale sovranazionale a cui di fatto una multinazionale potrà rivolgersi per far causa direttamente ad uno Stato membro. L’Italia piuttosto che la Francia potrebbero ricevere allora lo stesso trattamento subito dall’Argentina. Vedi qui. La grande impresa assume così nel campo commerciale un potere diretto a scapito delle istituzioni e risultano evidenti i rischi per i prodotti europei, su tutti quelli agricoli come sottolineato dalla commissione Agri. Finanche l’inglese The Guardian ha voluto sottolineare come il Ttip rischia di essere un attacco alla sovranità degli Stati, un sistema che secondo il quotidiano britannico è pensato per to kill regulations protecting people and the living planet. Crediamo non ci sia bisogno di traduzione, o forse potremmo pensarne una ad hoc per Matteo Renzi.

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Eugenio Occorsio, La Repubblica, 14 aprile 2013

«Se attacchi frontalmente la crisi, finisci col peggiorarla. Le riforme strutturali sono necessarie ma la realtà dei fatti dimostra che deve essere rivisto il loro timing, altrimenti Paesi come l’Italia, la Spagna, la Grecia, dalla recessione non usciranno mai».

Nouriel Roubini, appena tornato nel suo ufficio della New York University dall’ennesimo tour europeo, lancia le sue proposte di alternativa all’austerity. Proposte concrete e fattibili, ma soprattutto necessarie.

«Le scadenze di finanza pubblica vanno prorogate di almeno due-tre anni. Si è visto che il rigore non solo non basta, ma aggrava di giorno in giorno la situazione. Bisogna rovesciare l’impostazione voluta dalla Germania e puntare sulla più ampia circolazione di moneta per rilanciare la domanda aggregata, i consumi, la capacità di guadagno. Fare come gli Stati Uniti e adesso anche il Giappone. Altrimenti il pericolo ogni giorno più serio è quello di rivolte di piazza, violenza, nazionalismi. E sempre più spesso nelle elezioni vinceranno partiti di destra, antieuropei, populisti».

C’ è qualche riferimento all’ Italia?
«L’ affermazione di forze antagoniste alle scelte europee e la frammentazione del sistema politico italiano, premessa alla formazione di un governo che comunque sarà debole, sono conseguenze dirette della crisi e dell’austerity che questa crisi sta aggravando, imposta dall’Europa».

Ma come si fa a convincere Berlino, Bruxelles , Francoforte, che è urgente cambiare registro?
«Non è semplice almeno fino alle elezioni tedesche d’ autunno, che sono abbastanza incerte anche se è probabile che Angela Merkel vincerà pur di misura. Dopodiché verosimilmente i socialdemocratici entreranno nella coalizione. E allora c’ è la ragionevole speranza, che mi hanno confermato personalmente nei giorni scorsi alcuni esponenti politici tedeschi di primo piano, che la Germania ammorbidirà alcune delle sue posizioni. E non è neanche escluso che si arrivi alla proroga di cui parlavo a favore dei Paesi più in difficoltà, compresa l’ Italia, per tutto il pacchetto di risanamento fiscale, dal pareggio di bilancio sia strutturale che nominale (cioè quello che comprende nelle uscite anche gli interessi, ndr) per inseguire il quale si sta imponendo un carico di tasse insopportabile, fino al taglio dei rapporti fra Pil e deficit e debito. Tutte misure necessarie ma che bisogna poter raggiungere in un tempo più ampio di quello previsto, che è praticamente subito. Problemi come la finanza pubblica non possono essere risolti solo con una terapia d’ urto, brutale, controproducente e profondamente recessiva».

Fra le sue proposte “alternative” quali sono quelle che riguardano la banca centrale?
«La Bce dev’essere più aggressiva. Intanto abbattendo i tassi a zero, permettendo una riduzione dell’ euro del 10-20% e ridando fiato all’export. L’hanno fatto l’America, il Giappone, la Gran Bretagna, non si vede perché solo l’Europa non debba farlo.E poi vanno intraprese operazioni di monetary e di credit easing. Le prime sono estensioni delle Omt (outright monetary transaction) lanciate da Draghi. Occorre cogliere qualsiasi opportunità per ampliare la massa di denaro circolante, senza paura dell’ inflazione che è un pericolo lontanissimo né preoccupazioni di vincoli di statuto che possono essere rispettati pur ampliando la capacità operativa. Il tutto per sostenere la domanda, i consumi, i redditi, proprio quelle voci che l’ austerity sta mortificando. Il credit easing invece è rivolto alle banche nazionali, che vanno incentivate a sbloccare la stretta creditizia che mortifica specialmente le piccole aziende. Serve creatività: per esempio, ricorrere allo strumento della cartolarizzazione impacchettando blocchi di crediti verso le piccole aziende, creare così nuovi titoli e presentarli alla Bce che li sconta».

Fra la Bundesbank terrorizzata dall’ inflazione e l’ azzardo morale che la Germania sicuramente vedrebbe in quest’ ultima operazione non le sembrano poche le speranze che tali misure vedano la luce?
«Bisogna congegnarle bene. Per il credit easing va prevista una garanzia diretta del Fondo salva stati che riduca al 10-20% le possibilità di fallimento di queste obbligazioni. Così l’ operazione sarebbe accettabile per Berlino. Sono misure d’ emergenza, ma serve realismo: l’ intera costruzione europea è in pericolo, e se crolla tutto anche per Berlino è un disastro. Ma la Germania, essendo uno dei pochi Paesi in surplus , e guarda caso la maggiore economia europea, deve pure favorire i consumi interni tagliando le tasse, e avviare programmi di investimenti infrastrutturali in grado di rilanciare la domanda. Anche l’Europa ha bisogno di un piano di infrastrutture coordinato dalla Banca europea degli investimenti e finanziato con emissioni apposite di obbligazioni. Il debutto degli eurobond, da utilizzare anche per altre operazioni».

Quali, per esempio?
«Per sovvenzionare un massiccio programma rivolto ai giovani. Sono inaccettabili i livelli di disoccupazione giovanile. Serve un progetto europeo di prestiti speciali a lungo termine e bassi tassi, alle aziende che assumono e formano i giovani. Penso a un progetto da 50 miliardi per prestiti da 10mila euro o da 100 miliardi per prestiti da 20mila: sarebbe possibile assumere 5 milioni di giovani. Vede, a queste iniziative l’ Europa deve pensare, e invece ci si è ristretti all’ aspetto fiscale. Altro che fiscal compact, qui serve un growth compact, un patto per la crescita».

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